Lina Pasca e dintorni…
…perchè la storia siamo noi….IL MIO GRIDO DI DOLORE: LETTERA A FINI
Se la presente fosse scritta da un ”grillino”, un “dipietrino” o un “bersanino” certo non farebbe clamore; la politica è anche l’arte di dire tutto il contrario di tutto. Ma io sono una che si trova nelle fila di chi governa, una berlusconiana direbbe qualcuno. Sbagliando. Mi chiamo Lina Pasca, sono Consigliere Comunale di Banchette, un piccolo paese di 3000 anime della fredda provincia torinese. Nei valori di Dio, Patria e Famiglia ho creduto anni fa come oggi, ma mi sono tesserata ad Alleanza Nazionale molto prima che, dal profondo cilindro, l’ambiguo mago di passaggio tirasse fuori il PdL. Nel frattempo, qualcosa è cambiato. La politica, dal greco “arte di governare lo Stato”, ha mutato il suo significato letterale rientrando nei meandri dell’ immorale logica del potere. La mia stima per Fini è stata grande quanto grande è l’universo della mia coscienza. Proprio da lì, la voce altisonante della libertà si è ridestata dalla dittatura delle idee, abbattendo i muri dell’ipocrisia, dell’affarismo e della politica sporca. Ergo, la mia necessità di rivolgermi direttamente a Te caro Gianfranco, scrivendoti questa missiva e rendendola pubblica, visto che concerne la res publica. Legittimo successore di Almirante, il quale ti definì “un grande italiano”, figlio di un MSI già violentato dall’alibi della democraticità, hai sfornato AN lasciando, ai nostalgici di stampo conservatore, l’amaro in bocca. Hai chiesto scusa per gli errori e gli orrori della storia di cui non avevi colpa, palesandoti davanti ai miei occhi non come un politico ma come “il politico”. Nonostante questa tua tendenza alla centralizzazione, sapevi che da solo non avresti mai vinto le elezioni. Avresti dovuto fare un altro passettino in avanti scendendo a compromessi, coalizzandoti con chi era stato costretto a schierarsi (per non perdere il suo impero) contro i nemici di sempre, i comunisti. E così dalla sala parto dell’opportunismo è nato quel partito unico in cui mi sono ritrovata improvvisamente, senza che avessi la facoltà di scegliere, dove Berlusconi ha usato Te e Tu hai usato Lui. Hai ottenuto una poltrona, Egregio Presidente della Camera, da dove svolgi pregevolmente le tue funzioni. Quasi quotidianamente ricordi a Berlusconi che “lavori con lui, non lavori per lui”, ma non sei stanco Gianfranco? Non sei stanco dei continui sorprusi del tuo “datore di lavoro” ? Non sei stanco di far parte di una compagine diventata barzelletta agli occhi del mondo? Non sei stufo di essere ridicolizzato quale “portantino” di chi su quella poltrona ti ha messo? Non ti rendi conto di essere il servo di un padrone che sta facendo del suo incostituzionale modus operandi la normalità? Abbiamo iniziato con le escort, storie di sesso e di potere. Tutto normale se la storia riguardasse un ragioniere e la sua segretaria, ma riguarda qualcun altro. Per gli stessi motivi il Presidente della Regione Lazio si è dimesso, Berlusconi no, non l’ha fatto. Poi c’è stato il lodo Alfano: si sa, i magistrati sono corrotti quanto i giornalisti sono farabutti. In ultimo, il Processo Breve: immorale, bieco, eticamente scorretto. Ergo, non si può più tacere. E’ impensabile che in virtù di questo procedimento chi aspetta giustizia potrebbe passare a miglior vita senza averla ottenuta, è inconcepibile il fatto che chi dovrebbe scontare una pena potrebbe non farlo perchè trascorsi i termini: la giustizia è un diritto! La magistratura in Italia ha bisogno di riforme, le lungaggini processuali sono una mostruosità che ci inserisce tra gli ultimi nella classifica europea. Ma va riformata dal basso, potenziando la macchina dei tribunali e aumentando il numero dei magistrati. Il Processo Breve non è la strada giusta, è anche peggio dell’indulto, oscenità del passato Governo su cui tanto ci siamo battuti. Ma tu sai meglio di me Gianfranco perchè è stato ideato e non mi interessa il fatto di essere una Consigliera di centro-destra per denunciare il tutto. Sono una persona, e come tale ho il diritto di capire, di esprimermi, di render noto il mio pensiero, è la libertà che me lo permette, quella di cui Tu ti stai privando. Non posso pensare Gianfranco che Tu rimanga a guardare. E’ vero che questo Governo è padre di tanti successi, Abruzzo, riforme, piani di sviluppo, leggi anti-stolking, così come è vero che ci sono magistrati a cui Berlusconi non è “simpatico”, ma la legge non la fanno i magistrati. Chi è accusato di un reato deve essere processato, chi è colpevole deve essere condannato. Ti ricordo che neanche l’immenso potere di Craxi partorì un simile antidemocratico pensiero, lui che finì processato come tutti i comuni cittadini e finì la sua vita in terra straniera. Perchè Berlusconi non dovrebbe essere processato come tutti gli altri? Se è innocente, perchè non dimostrarlo? Me lo spieghi Gianfranco? Non puoi continuare a svolgere il tuo ruolo con l’intima speranza che la legge passata al Senato non passi alla Camera, non puoi incrociare le dita affinchè il ko sia la tua salvezza, senza che Tu possa gridare la tua contrarietà. Perchè lo so Gianfranco che a Te il Presidente del Consiglio non piace, che consideri incostituzionali i suoi disegni di legge, che pensi che i molti che lo criticano abbiano le loro ragioni. Ma tu non ti esponi, pensi alla poltrona, e te lo fai piacere il Cavaliere! Ma dove è finita la tua dignità? Dov’è finito l’orgoglio della destra italiana? Dov’è finito il “grande italiano”? Sono fiera di essere del centro-destra Gianfranco, ma non sono fiera di questo centro-destra. Non voglio sentirmi in difficoltà per difendere Berlusconi dagli attacchi che gli vengono mossi, perchè non c’è ragione di difenderlo. Tolga dall’imbarazzo i sostenitori del suo governo affinchè possano continuare a sostenerlo con ragione e si faccia processare! Credo nella Costituzione, nella legalità, nella democrazia, ma Voi me le state portando via. Io non sono una goccia nel mare, il malcontento nel PdL cresce: vorremmo difendere coi denti idee in cui neanche noi crediamo, perchè sappiamo che son sbagliate. Gianfranco, vorrei continuare ad essere fiera di Te, ma con questi presupposti è impossibile. Il Cavaliere non mi ha mai delusa perchè non mi ha mai illusa, Tu sì. Continuerei ancora a stimarTi se credessi anche Tu nei valori dell’onestà, la rettitudine, la libertà. Quella stessa libertà che mi oscura la ragione, che mi trasforma in un fiume in piena, che mi stravolge l’animo, che mi fa parlare con la passione di chi spera, che non mi fa avere paura delle critiche che i miei colleghi mi muoveranno domani. Non ho paura Gianfranco, non averla neanche tu. Non si può più tacere, non si può, non si deve! Allontanati da chi sta consegnando il nord alla Lega, da chi sta creando leggi mostro per i suoi interessi. Ti prego Gianfranco, allontanati dai nefandi giocolieri e dagli abili illusionisti del circo del potere. Non ti interesserà, ma se non lo farai tu, lo farò io. Nella stazione dei sogni il treno si ferma. Io scendo.
LINA PASCA, una Finiana
AMOR IN VERSI…
«OCCORRE RIMUOVERE IL SEGRETO DI STATO» Intervista su LucidaMente
Il magazine LucidaMente, rivista mensile di cultura ed etica civile, ha intervistato Mario Arpaia il Presidente dell’Associazione Memoria Condivisa e Lina Pasca sua collaboratrice. In primo piano, come sempre, il culto della memoria verso le vittime del terrorismo e delle mafie. L’intervista a cura di Simone Jacca è presente sul sito del magazine www.lucidamente.com alla pagina http://www.lucidamente.com/default.asp?page=lastNumber&id=6
«OCCORRE RIMUOVERE IL SEGRETO DI STATO»
Il 2 agosto 1980, alle ore 10,25, un ordigno esplose nei pressi della stazione di Bologna causando 85 morti. Bari fu la città che, in termini di vite umane, oltre il capoluogo emiliano, pagò il prezzo più alto: sette vittime. Il 18 novembre scorso, 29 anni dopo, è stato formalizzato un gemellaggio tra le due città dal fortissimo valore simbolico, per far sì che non si dimentichi la strage, per far sì che non si dimentichino le vittime.
Dell’Associazione Memoria Condivisa, che è stata tra le ideatrici e promotrici di questo storico evento, abbiamo intervistato il presidente Mario Arpaia e Lina Pasca.
Il gemellaggio tra le città di Bari e Bologna può considerarsi un vostro traguardo?
LINA PASCA: «Sì, può considerarsi un nostro traguardo ma soprattutto un traguardo per gli italiani. La collaborazione istituzionale fra le città di Bari e Bologna intende rafforzare l’impegno civile volto a mantenere viva la memoria delle stragi. Le tragedie del nostro Paese non coinvolgono solo coloro che in esse hanno perso la vita e i loro familiari, ma gli italiani tutti».
Memoria Condivisa si impegna a onorare la memoria delle stragi italiani. Quanto il nostro Paese ne ha bisogno?
LINA PASCA: «Il nostro Paese ne ha un bisogno immenso. Soltanto portando i giovani a conoscenza degli orrori compiuti dai gruppi terroristici estremisti, si può tramandare il messaggio di pace e far capire che chi semina la morte celandosi dietro una bandiera non fa politica. Attraverso il ricordo delle stragi si insegna il valore della vita, il rispetto per la propria e per quella di chi l’ha persa spargendo il proprio sangue innocente. Gli orrori di ieri per i non errori di domani».
La vostra associazione ha affrontato approfondimenti su quasi tutte le stragi dell’Italia repubblicana: da Brescia a Ustica, da Bologna a Piazza Fontana. Esiste un punto di partenza, un anello da cui parte questa catena di violenze?
MARIO ARPAIA: «Il punto da cui nasce il tutto è lo Stato, i suoi poteri, le sue sovrastrutture e gli interessi politici e sociali ad esso legati. Ma non bisogna partire dagli anni di piombo per formulare delle ipotesi. La tesi delle collusioni ad altissimo livello partono già dalla strage di Portella della Ginestra. Rimasero al suolo 11 morti e 27 feriti, in quella che viene ricordata come la prima strage del secondo dopoguerra, contadini che manifestavano contro il latifondismo, a favore dell’occupazione delle terre incolte. È il primo maggio 1947, siamo ancora molto distanti dagli anni del terrorismo rosso e nero degli anni Settanta, ma la matrice di collusione tra poteri politici e criminali è la stessa».
Giuseppe Casarrubea è uno dei pochi storici pronti a sfidare la storia stessa e a riscriverla. Onorare la memoria degli eventi tragici può essere sufficiente? Oppure, a volte, è necessario metterli in discussione?
MARIO ARPAIA: «Ho avuto l’onore di conoscere Casarrubea, persona squisita e disponibile; mi ha deliziato con la sua cultura in un incontro a cui ha partecipato con serietà e maestria. Alle mie domande su Portella della Ginestra ha risposto in maniera esauriente e circostanziata. L’aspetto che mi ha colpito in modo particolare è stato l’intreccio tra fascismo, mafia, servizi segreti e Cia e la conoscenza approfondita della questione da parte dello studioso. È chiaro che non basta solo ricordare, ma occorre approfondire e scardinare gli eventi con un’analisi critica e oggettiva dei fatti. Un obiettivo importantissimo su cui dovremmo tutti batterci è la rimozione del segreto di Stato; eppure, a distanza di tanti anni dalle stragi, non si riesce a toglierlo, sia che governi la sinistra, sia che sia al potere la destra. La chiave di tutti i misteri è nelle migliaia di pagine chiuse nei dossier impolverati custoditi nei palazzi del potere».
L’Italia ha vissuto anni terribili di mafia e terrorismo. Si possono considerare una pagina chiusa della nostra storia?
LINA PASCA: «Dipende cosa intendiamo per pagina chiusa. Dove c’è uno Stato che non funziona come dovrebbe esistono apparati criminali che vivono nello Stato stesso e che di esso si “nutrono”, insinuandosi nelle strutture del potere. Certo è che con i grandi nomi del sistema mafioso ormai dietro le sbarre, molto si è fatto. Ma non tutto. Non bisogna credere che la parola “mafia” voglia dire semplicemente “uomo d’onore” o “pizzo”. La mafia può essere molto più subdola di ciò che crediamo ed essere presente in maniera occulta anche dove avremmo giurato non potesse esistere. La stessa cosa vale per il terrorismo. Si è evoluto. Un tempo i rivoluzionari colpivano lo Stato con le grandi stragi che, come sappiamo, seminavano la morte tra la gente comune. Oggi si guarda dritto al fulcro della politica e si colpisce al cuore delle istituzioni. Gli omicidi di Massimo D’Antona e Marco Biagi ne sono la prova».
Dopo lo storico gemellaggio Bari-Bologna, qual è il prossimo traguardo che Memoria Condivisa si prefigge di raggiungere?
LINA PASCA: «Ogni giorno che passa per noi è un traguardo. Abbiamo in mente idee e progetti che mettano in risalto il tema centrale della nostra associazione, il culto della memoria, il ricordo per chi ha perso la propria vita o perché aveva degli ideali o perché si è trovato coinvolto per puro caso in una tragedia. Stiamo lavorando per portare nelle scuole Agnese Moro, figlia dello statista rapito ed assassinato dalle Brigate rosse. Il suo sarà un altro prezioso messaggio rivolto ai giovani. Ovvero che bisogna ricordare il passato per guardare al futuro, e vivere il presente facendo dell’onestà la bandiera della propria vita, perché si può credere in qualcosa, avere degli ideali e degli obiettivi, senza che questi debbano necessariamente scontrarsi con l’assenza di morale. L’etica deve far parte della nostra vita così come l’aria che respiriamo. Speriamo che la nostra associazione contribuisca, anche se in misura minima, a far respirare ai giovani questa preziosa aria».
SIMONE JACCA
PIAZZA FONTANA: LA MADRE DI TUTTE LE STRAGI
Anche l’Italia e non solo il Medio-Oriente può vantare il primato della “madre di tutte le battaglie”.
Non caddero dai cieli come le micidiali bombe dei Caccia, non ci fu nessun video di minaccia al mondo come quelli di Al-Qaeda, ma ugualmente fu la “madre” di tutte le stragi successive.
Oggi, a 40 anni di distanza nessun dubbio c’è, secondo gli storici, sui moventi e gli autori della strage di Piazza Fontana, la “meno misteriosa” tra tutti i “misteriosi” crimini italiani legati alle bandiere politiche: la destra eversiva di “Ordine Nuovo”.
Una politica stragista e sanguinaria della fine degli anni ‘60 che battezzò quello che sarebbe poi stato riconosciuto come il periodo più nero della memoria politica italiana. Eppure nessuno ha pagato per quel sangue, nessuno ha finito i suoi giorni nelle fredde galere di Stato, quelle che a volte ospitano chi ha “rubato una mela” e in cui sempre più di frequente trovano la morte esili e “normali” personaggi colpevoli di trovare nell’uso delle droghe il sole alla fine del tunnel. Ma questa, si sa… è un’altra storia.
Per risolvere casi giudiziari, non gravi come questi, si sono spese le migliori forze ed energie per arrivare alla verità. Uomini, mezzi, soldi, apparecchiature, intercettazioni, pentiti. Ma per Piazza Fontana, pressioni, intelligenza e “’intellighenzia” sono occorsi ai servizi segreti deviati per lasciare nei meandri dell’ oblio la prima strage fascista di innocenti.
12 Dicembre 1969 ore 16:37, centralissima Banca Nazionale dell’Agricoltura, Milano. Il grande salone della banca è particolarmente pieno di operatori al lavoro: una violenta deflagrazione spezzerà per sempre la serenità dei presenti e la vita di coloro che nelle proprie case non faranno mai ritorno. I corpi martoriati sono quelli di 17 persone: Giovanni Arnoldi, Giulio China, Eugenio Corsini, Pietro Dendena, Carlo Gaiani, Calogero Galatioto, Carlo Garavaglia, Paolo Gerli, Vittorio Mocchi, Luigi Meloni, Mario Pasi, Carlo Perego, Oreste Sangalli, Angelo Scaglia, Carlo Silvia, Attilio Valè, Gerolamo Papetti. I feriti sono 88.
12 Dicembre 2009 ore 16:37, siamo ancora qui a chiederci il perchè di tante ingiustizie, a ricordare i nostri caduti non pagati da nessuno Stato, inconsapevoli che la loro fine sarebbe rimasta un mistero non in relazione alle mani assassine che hanno tolto loro la vita ma alla ragione etica, oltre che giudiziaria, di una “non pena”.
“La Legge è Uguale Per Tutti” si legge nelle aule dei tribunali. Continuiamo a sperarci. Crederci è diventato ormai pressocchè impossibile.
LINA PASCA
LUISA MANFREDI, SANGUE INNOCENTE
Era la figlia maggiore del bandito sardo Matteo Boe. E’ stata questa la sua condanna a morte? Se sei figlio di un criminale la tua diventa automaticamente una morte di serie B. Morte fisica prima. Morale, lasciata nel dimenticatoio, poi.
Sono le 18:30 di un freddo martedì di novembre del 2003, il 25 per la precisione. Soffia un gelido maestrale a Lula, piove. Luisa Manfredi, 14 anni, è in casa a prepararsi. Da lì a poco uscirà per il suo corso di ballo sardo. Le piace ballare, lo fa con l’entusiasmo e con l’innocente malizia dei suoi anni da adolescente. Incontrerà le amiche al corso, parleranno dei compiti svolti, dell’interrogazione del giorno dopo, di quanto è carino il ragazzino dell’altra sezione. No. Non parleranno.
Luisa viene colpita dal proiettile di un fucile calibro 12, mentre si affacciava al balcone per stendere frettolosamente il bucato. Si accascerà sul terrazzo di casa ed emetterà il suo ultimo respiro 24 ore dopo. Hanno fatto di tutto i medici per rianimarla e riportarla alla vita. Ma non ci sono riusciti a proteggerla. Così come non c’è riuscito suo padre.
Credeva che bastasse risparmiarle il suo cognome per risparmiarle la morte. Ma gli assassini sanno tutto. Sanno cosa mangi la mattina a colazione, sanno che amici frequenti e sanno anche quand’è il momento giusto per colpire.
Qualcuno ha lasciato uno striscione davanti la Chiesa, su c’è scritto: “Chi ha ucciso Luisa?” Si è pensato ad una vendetta trasversale o uno scambio di persona prima, di un delitto passionale o politico poi. La madre della ragazza chiede che venga fatta giustizia, che la sua creatura non venga dimenticata, che la gente di Lula che ha visto, se ha visto, parli. Per dire cosa? Nessuno mai dirà com’è morta la figlia di un bandito, anche se questi sta scontando in carcere i suoi errori con la giustizia. La paura è tanta. Chi vive da quelle parti non ci fa più nemmeno caso alle morti atroci che colpiscono anche gli innocenti.
A Lula è calato il silenzio. Si è abbassato il sipario di un teatro di paese dove il dramma si confonde con la realtà, dove il dolore e la disperazione dei parenti e degli amici di Luisa annegano nel lago dell’omertà. Dove sono i mass media? I telegiornali che si scandalizzano e ci scandalizzano per le morti illustri e per le vite dorate di pochi? Abbietti come sempre e alla ricerca del dolore da audience. Lacrime finte o fin troppo facili che scorrono vorticose all’apertura di pacchi milionari.
Lo so che chiedi giustizia, Luisa. Lo so che da lassù urli il tuo grido di dolore. Lo so che chi ti ama in Terra lotta nell’indifferenza mentre tu stai cercando un posto tra le anime del Paradiso, lì dove si vive senza gerarchie.
Non ti dimenticheremo Luisa. Sei la figlia di tutti noi ora, noi che con le nostre flebili vocine chiederemo per te giustizia divina e terrena.
LINA PASCA
LO CHIAMANO ABUSO
25 Novembre 2009 - In occasione della “Giornata Internazionale Contro La Violenza Sulle Donne” ripropongo, adattato, “Lo Chiamano Abuso” , pezzo che non ha bisogno di presentazioni. Vuole essere solo un invito alla riflessione e alla sensibilizzazione di un problema enorme per il quale si è fatto ancora troppo poco.
LO CHIAMANO ABUSO
Sono tantissime le vicende, nell’intero pianeta non solo in Italia, che vedono un numero impressionante di donne come vittime. Vittime di violenze, stupri, forme diverse di vessazione e persecuzione, molestie, brutalità. In alcuni stati dell’Africa, nel sud della penisola araba e nel sud-est asiatico sono ancora oggi praticate le mutilazioni genitali femminili. L’infibulazione, asportazione del clitoride cui segue la cucitura della vulva, si pratica su adolescenti, bambine o neonate a seconda della tradizione locale. Ad essa segue la defibulazione, scucitura della vulva, che viene effettuata direttamente dallo sposo prima della consumazione del matrimonio. Si ha così la certezza che ella non sia stata posseduta da nessun altro uomo. La donna quindi non ha nessuna libertà, né di agire, né di pensare, né di vivere l’amore come meglio crede. In sostanza non esiste. E’ un oggetto nelle mani dell’uomo padrone, prima il padre, poi il marito (un marito ovviamente non scelto da lei). L’escissione lede in modo esponenziale la salute fisica e psicologica delle donne e delle sfortunate bambine che ne sono protagoniste. Non è da dimenticare che l’intervento è il più delle volte praticato senza l’ausilio di nessuna norma igienica e improvvisato da “macellai” senza scrupoli. L’infibulazione di fatti provoca ogni anno numerose morti tra le sfortunate piccole o grandi donne, vittime di infezioni letali. Ed è ancora tanto diffuso il fenomeno della lapidazione, pena di morte nella quale chi ne è condannato muore attraverso il lancio di pietre, spesso con la partecipazione della gente comune. E’ una barbarie praticata soprattutto nel mondo islamico. La lapidazione delle donne musulmane avviene persino quando una donna viene violentata, in quanto rea di aver avuto rapporti sessuali al di fuori del matrimonio. A seguito dello stupro la donna viene condannata a morte e uccisa attraverso il lancio di pietre da parte della folla, lo stupratore rimane impunito. L’ultima triste vicenda , di cui i mass media ci hanno dato notizia, è quella di una ragazzina iraniana di 13 anni, violentata dal fratello, rimasta incinta, e condannata alla lapidazione per rapporti sessuali illeciti ed incestuosi. E senza andare oltre i confini del nostro bel Paese, sono ormai giornalieri i casi di stupro. Potremmo definire lo stupro, come fa il codice penale italiano, come la costrizione mediante violenza o minaccia a compiere o subire atti sessuali. Una definizione fredda, arida, sterile. Senza sentimento. Il legislatore non poteva fare altro. La definizione giusta dello stupro, in realtà, può essere data solo da chi ne è stata vittima. E’ l’umiliazione più grande che una donna possa subire. Entra nell’anima e l’anima toglie. E’ la sopraffazione sulla parte più intima del suo essere, dell’intero mondo della donna, del suo corpo così come della sua anima. E’ l’annientamento assoluto della sua libertà, della sua vita, dei suoi sogni. Donne che hanno subito violenza nella loro vita, non saranno mai più le stesse. Lo stupro cambia il corso della vita della donna che lo subisce, modifica il suo carattere e la sua personalità. Più della metà (è dimostrato dalle statistiche) è destinata a vivere gravi episodi di depressione, addirittura il 17% si toglie la vita. Chi decide di non farla finita e ha il coraggio di andare avanti, vivrà il resto dei suoi giorni con innumerevoli difficoltà a relazionarsi con gli altri, soprattutto nel rapporto col sesso forte. Dopo uno stupro, molte di queste donne vivono la situazione con senso di colpa e vergogna, tendono addirittura a colpevolizzare se stesse per l’accaduto. Non dimentichiamo che di frequente la violenza viene perpetrata all’interno della stessa famiglia d’origine. E’ tra le mura di casa che spesso si consumano drammi atroci; il padre, il fratello, lo zio o il vicino di casa possono essere gli orchi cattivi. In questo caso è tutto più difficile. Spesso alle violenze fisiche sono correlate violenze psicologiche che fanno sì che l’esercizio del potere e di controllo da parte del familiare diventi per la donna un tunnel senza uscita. Questa è la ragione per cui la maggior parte dei casi finisce con una mancata denuncia. Ergo tocca a chi governa il paese dar vita ad una legge adeguata che possa finalmente punire questi animali (senza offesa per gli animali).Tolleranza zero e nessun atto di clemenza nei confronti di chi si macchia di un reato così grave quale può essere la violenza carnale. Ricordo che solo dal 1996 lo stupro non è più reato contro la morale ma contro la persona. E’ solo da allora che non è più considerato semplicemente reato offensivo del buon costume e della morale comune, ma reato contro la vittima e la sua integrità psicofisica.
Nel mondo ogni 2 minuti una donna è vittima di stupro. Questo vuol dire che nel mondo ogni 2 minuti una donna muore. Lo chiamano abuso ma in realtà è la morte. Perché la morte più grande è proprio quella che ti lascia in vita.
LINA PASCA
CRISTO E IUS
A chi crede che quello italiano sia “semplicemente” uno Stato laico citando la sterile definizione dell’art. 19 della nostra Costituzione, e definendo esemplare la sentenza della Corte di Strasburgo (quale garanzia di laicità e libertà di religione) vorrei ricordare che la prima forma di Diritto è stata la Tradizione. Usi, costumi, consuetudini intrisi di credenze, passioni, valori accumulatisi nel tempo, il cosiddetto “ius” (brodo).
Caratteristica tangibile, questa, nel Diritto britannico dove anche il sentimento religioso e la tradizione della civitas hanno determinato un diritto intriso di religiosità. Quel che più è grave della sentenza (politica) di Strasburgo non è la non accettazione del Crocifisso, che si potrebbe frettolosamente considerare quale offesa alla religione cristiana, ma il RIFIUTO DELLA RELIGIONE COME STORIA, essa stessa quindi “fonte del moderno diritto”. Il punto quindi non è che il Crocifisso in aula “offenderebbe” la sensibilità degli studenti non cattolici e delle loro famiglie. Ma la negazione del collegamento simbiotico religione-diritto.
L’iconoclasmo (inteso come negazione del valore simbolico delle icone religiose) della Corte di Strasburgo, è rifiuto della religiosità come fondamento del diritto, andando a concepire quest’ultimo da un punto di vista strettamente e meramente positivistico, pragmatico e scientifico. Ergo negando la tradizione quale fondamento del Diritto stesso. Rimuovere il Crocifisso da scuole e luoghi pubblici non offende la religione e la libertà religiosa, ma la storicità del nostro ordinamento giuridico.
LINA PASCA
CHI HA INVENTATO I TALEBANI?
Venerdì prossimo ricorrerà l’ottavo anniversario dai fatti tragici dell’11 settembre 2001.
Se n’è parlato e riparlato a iosa, si sono commemorate le vittime, analizzati i filmati fino all’avvilimento, ma un particolare è sfuggito a molti, a molti di coloro i quali pensano ad Osama Bin Laden come il mostro e a Bush come il martire. Non è così. Ed è questo ciò che tenterò di spiegare in questo pezzo.
In Afghanistan è stato portato a compimento lo stesso progetto ideato dapprima per l’Iraq di Saddam Hussein.
Il dittatore iracheno era stato “scelto” dal governo americano per annientare l’Iran di Khomeini che, nel grande mercato del petrolio e dell’energia (monopolizzato dall’occidente del mondo), cominciava a destabilizzare l’economia.
Parlo della 1° Guerra del Golfo (1980-1988). Approfittando del caos derivato dalla rivoluzione islamica condotta da Khomeini, Saddam tentò di rivendicare alcuni territori petroliferi iraniani. In quest’impresa fu ampiamente appoggiato dall’Occidente intenzionato a indebolire la potenza dell’Iran islamico. La preoccupazione dei grandi era che il fondamentalismo khomeinista potesse impadronirsi dei Paesi arabi e musulmani, ricchi di pozzi petroliferi e di riserve centenarie di greggio.
Unione Sovietica, Stati Uniti, Germania, Francia, Italia fornirono a Saddam le armi più distruttive e potenti. Anche quando il dittatore commise le peggiori atrocità e massacri, il governo americano gli promise armi di distruzione di massa. Vincere la guerra contro l’Iran avrebbe permesso alle grandi potenze occidentali di lavarsi le mani (agli occhi del mondo) considerando il conflitto una questione interna.
Ma il rais iracheno non aveva capito che era stato solo usato e che poi sarebbe arrivato anche il suo turno! L’occasione arrivò quando invase il Kuwait, convinto del fatto che l’America sarebbe rimasta neutrale vista l’alleanza anti-iraniana Usa-Iraq. Ma Saddam si sbagliava. Gli interessi in gioco erano troppi. Schierandosi in difesa del Kuwait, gli Stati Uniti avrebbero finito per controllare anche l’Iraq stesso impadronendosi di altri pozzi di petrolio. Parliamo della Seconda Guerra del Golfo (1990-1991) che Saddam perse.
Il rais sarebbe stato catturato, processato da uno “speciale” tribunale iracheno e condannato all’impiccagione solo il 30 dicembre del 2006, per crimini contro l’umanità . L’osceno spettacolo (in barba a quella democrazia di cui gli Stati Uniti tanto si vantano) è andato in onda nelle “civili” tv di tutto il mondo.
E l’Afghanistan? E Bin Laden? I talebani? Quelli che secondo il mondo hanno fatto crollare le torri gemelle al Word Trade Center non sono altro che studenti coranici addestrati in Pakistan per sfrattare l’Unione Sovietica dall’Afghanistan, con il “patrocinio” del governo americano che li ha sovvenzionati ed istruiti alla guerriglia.
Agli Stati Uniti conveniva che i talebani sconfiggessero i sovietici invasori dell”Afghanistan, una terra in posizione strategica per il passaggio dalle repubbliche musulmane ex sovietiche (Kazakistan, Tagikistan, Uzbekistan ecc.) verso l’Oceano Indiano dei gasdotti e degli oleodotti. Come nel caso dell’Iran, gli interessi erano troppo alti e si chiamavano gas e petrolio.
Per questo gli Stati Uniti hanno finanziato e addestrato Al-Queda, hanno fornito ai mujaheddin afghani missili Stinger e armi per combattere l’Armata Rossa con il consenso della CIA e del Pakistan (fonte: Time Magazine 1991).
Molti non sanno che tra Bush padre e la famiglia Bin Laden c’erano rapporti di affari prima della guerra. Bush senior (portavoce delle multinazionali americane dell’energia) utilizzava anche l’aereo privato del fratello di Osama, Salem Bin Laden, per “trattare” negli ambienti arabi del petrolio (fonte: Gianni Minà – Politicamente Scorretto – ed. S&K).
Ma una volta diventati più forti del previsto la cosa non è andata più bene all’onnipotente America.
Serviva un pretesto per dichiarare guerra all’Afghanistan ora che Bush figlio stava perdendo il controllo dei pozzi nel paese asiatico. E quale migliore occasione se non l’attentato dell’11 settembre?
Non mi sembra poi così assurda l’idea che qualcuno si è fatta del coinvolgimento dello stesso Bush nell’attentato… Certo è che se non fosse accaduta l’immane tragedia non si sarebbe mica potuta invadere d’improvviso l’Afghanistan…?!
E certo che è proprio strano che il paese più potente del mondo lasci che nei propri cieli, non ad uno, ma addirittura a 3 aerei (del 4° non se ne sa nulla…) venga permesso di sorvolare negli spazi aerei dopo esser stato comunicato alla torre di controllo un dirottamento in corso…
Penso che anche un paese non così militarmente attrezzato come gli States avrebbe abbattuto gli aerei in volo, sacrificando la vita di passeggeri ed equipaggio, pur di non mettere a repentaglio quella di 3000 persone poi cadute.
E questo a maggior ragione dopo che il primo aereo colpì una delle torri. Invece la NORAD, la Difesa aerea americana è rimasta a guardare… Dice di essere stata contattata solo 20 minuti dopo la notizia del dirottamento. I Caccia sono stati fatti partire solo dopo 32 minuti dopo che si era perso il contatto col primo aereo (fonte web: www.luogocomune.net – 11 settembre – di Massimo Mazzucco)
Perché l’aviazione civile ha tardato ad avvisare la Difesa? E perché la Difesa ha tardato così tanto a far alzare i suoi Caccia? E solo dopo che era stata colpita già la prima torre?
Questo in America? Il paese più potente del mondo? Uno Stato che ha sotto controllo tutto il pianeta non riesce ad avere il controllo dei suoi cieli? E della sede del Pentagono dove è caduto il terzo aereo? Vi sembra una cosa plausibile? Credibile?
Certo, se anche ci fosse l’ acquiescenza dell’uomo più potente della terra (cosa che diventa ancora più credibile se vediamo le immagini delle torri sbriciolarsi come per effetto di un’implosione controllata, che per un aereo finitoci dentro…), ciò non assolverebbe il criminale attentato alle torri gemelle e al Pentagono. Ma potrebbe però servire a chi si è fatta un’idea democratica, libertaria e “generosa” degli Stati Uniti e dei suoi governanti. Essi sono semplicemente quelli che hanno “tenuto vivi” i peggiori criminali della politica moderna, questo in Asia come in America Latina e Africa, e quel che più è peggio con il coinvolgimento della civile Europa.
In questo modo i mostri creati, istruiti, usati per far danno agli altri stanno facendo del male a chi li ha creati, istruiti ed usati. Cioè a noi, vittime ed arteifici del nostro stesso orrore infinito.
“Vi sono momenti nella vita in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre.”
Oriana Fallaci
Lina Pasca
07/09/09
MI PIACI QUANDO TACI
Mi Piaci Quando Taci
Mi piaci quando taci perché sei come assente, e mi ascolti da lungi e la mia voce non ti tocca. Sembra che gli occhi ti sian volati via e che un bacio ti abbia chiuso la bocca.
Poiché tutte le cose son piene della mia anima emergi dalle cose, piene dell’anima mia. Farfalla di sogno, rassomigli alla mia anima, e rassomigli alla parola malinconia.
Mi piaci quando taci e sei come distante. E stai come lamentandoti, farfalla turbante. E mi ascolti da lungi, e la mia voce non ti raggiunge: lascia che io taccia col tuo silenzio.
Lascia che ti parli pure col tuo silenzio chiaro come una lampada, semplice come un anello. Sei come la notte, silenziosa e costellata. Il tuo silenzio è di stella, così lontano e semplice.
Mi piaci quando taci perché sei come assente. Distante e dolorosa come se fossi morta. Allora una parola, un sorriso bastano.
E son felice, felice che non sia così.
Pablo Neruda
…Perchè l’amore esiste… nella lontananza, nell’assenza, nel silenzio… e lì sopravvive, nell’affanno dell’essere.
Non c’è amore più grande di quello che parla da solo, fa rumore, confusione, trambusto… mentre attorno a te c’è la quiete.
Il rumore dell’amore vince la solitudine e la distanza, è luce nel buio, è sorriso nel pianto, è gioia nel dolore.
E’ ciò che esiste nell’occulto, nella sola solarità del cuore.
Amore che piange, sbraita, grida… urla all’idea dell’eterno silenzio.
A te, amore silenzioso.
Lina Pasca
24/08/09
CREDO IN TE, AMICO
Credo in te, amico
Credo nel tuo sorriso,
finestra aperta nel tuo essere.
Credo nel tuo sguardo,
specchio della tua onestà.
Credo nella tua mano,
sempre tesa per dare.
Credo nel tuo abbraccio,
accoglienza sincera del tuo cuore.
Credo nella tua parola,
espressione di quel che ami e speri.
Credo in te, amico,
così, semplicemente,
nell’eloquenza del silenzio.
Elena Oshiro
Dovrei ora commentare questa poesia. Ma credo che non ce ne sia bisogno.
E’ tutto chiaro. Tutto scritto nelle semplici ma significative ed esaustive parole dell’autrice.
Credo che l’amicizia sia amore, forse la forma d’amore più bella.
Credo che ognuno di noi si senta più al sicuro sapendo di poter contare su un amico.
L’amico è colui che ci dà, ma che non ci chiede nulla in cambio.
E’ colui di cui sentiamo il bisogno, a volte più dell’amato stesso.
E’ colui che ci dona sempre la sua spalla dove poter piangere.
E’ colui che ci dice che stiamo sbagliando quando stiamo sbagliando e che sorride per i nostri successi.
E’ colui che ci protegge e che ci mette in guardia se c’è un pericolo.
E’ colui che sta in silenzio e ci ascolta quando abbiamo bisogno di essere ascoltati.
Perché, se è vero che chi trova un amico trova un tesoro, credo di essere la donna più ricca del mondo.
Lina Pasca
01/06/09
CENSURIAMO LA CENSURA. CAMORRA ED EROI
Ieri sera sono rimasta estasiata, io che non guardo quasi mai la tv, nel seguire lo speciale di Fazio “Che Tempo Che Fa”, ospite Roberto Saviano. Davanti al video era come ipnotizzata, un automa. Completamente presa, immersa, rapita dalle parole di un grande, “parole non parole” perché trovano sostanza nei fatti. I fatti raccontati in Gomorra, best seller da 2 milioni di copie.
Mi ha sorpreso che Saviano innanzitutto parlasse non della camorra fine a se stessa, ma del ruolo che i media hanno nello sminuire la pericolosità di tale fenomeno. Ciò nel momento in cui, anzichè raccontarne gli eventi, ne vanno ad esaltare “sfumature” totalmente prive di rilevanza sociale e giudiziaria.
Ancor più grave è la responsabilità che “alcuna” carta stampata ha nel permettere che si possa dimenticare o che si possa ricordare attraverso la diffamazione gente che a causa della mafia ha perso la vita.
Certo, questo non è il processo alla stampa. Per fortuna, c’è stampa e stampa. Ma i titoli che apparivano sui monitor in trasmissione possono indurre ad affermare che la stampa che è in mano alle mafie esiste. Così come esistono politici pilotati dalla camorra nelle amministrazioni, burattini nelle mani dei boss (e da essi sostenuti durante le campagne elettorali…), così come esistono settori dell’economia e della finanza “inquinati” dagli infiltrati, uomini il cui compito è quello di fare gli interessi del boss e quindi dell’intera organizzazione criminale (la cosiddetta “camorra imprenditrice”).
Sono esistiti, è noto, eroi che hanno perso la libertà o addirittura la vita per combattere contro quella che è la vera mmunnezza del meridione (e non parlo di rifiuti…). I vari Falcone, Borsellino, don Diana, poliziotti e carabinieri il cui ricordo non ha mai smesso di vivere nel cuore di chi li ha amati, gente a cui sono state intitolate piazze e strade, ma che poi è stata diffamata. In che modo? Perché? Perché se un quotidiano anzichè render noto i fatti e i nomi di coloro i quali si sono macchiati di reati connessi a pizzo ed estorsione, droga, omicidi e stragi, andandoli a “condannare” pubblicamente, scrive sulla prima pagina che due boss sono considerati degli “sciupafemmine” perchè desiderati da donne avide di potere e di denaro, in quello stesso istante Falcone, Borsellino, don Peppe e gli agenti muoiono per la seconda volta! Come si fa a dare risalto alle doti amatorie di due assassini mentre chi ha contrastato questa gente ha perso la vita, è stata da loro massacrata? Come può far questo un quotidiano, che ha il dovere etico e morale di dare attraverso l’informazione il giusto riguardo e rispetto per chi ha combattutto contro ciò che danneggia lo Stato, quello stesso Stato in cui tutti noi italiani viviamo, inclusi i suoi direttori?! Che vergogna!
Che senso ha allora intitolare una piazza o un monumento ad un magistrato sacrificatosi per questo Paese, dar vita a celebrazioni in memoria di un prete trucidato, mettere sotto scorta altri giudici, imprenditori onesti o giornalisti, togliere il padre a bambini innocenti, se poi c’è chi si prende la briga di scrivere nella prima pagina di un quotidiano, e ripeto, un quotidiano, non sul diario segreto di una quindicenne, che il tale boss è un latin lover?!
E ancora più grave è che a questi soggetti si permette di fare il loro mestiere (servendosi di un mezzo pubblico) per fare politica, la loro politica, la politica della camorra, mentre chi va in tv a denunciare questo schifo che è la mafia viene “bacchettato” dal magistrato di turno, perchè colpevole di eccessivo presenzialismo??!!
Il PM Antonio Ingroia, proprio oggi e riferendosi alla trasmissione di Fazio, consiglia a Saviano di “…rilanciare la sua immagine avendo intelligenza e consapevolezza tali da non farsi consumare dal sistema mediatico”. Lo esorta a “…non diventare personaggio mediatico e prigioniero dell’icona che viene diffusa e a non approfittarsi del personaggio che si è costruito…” (fonte Ilgiornale.it del 26/03/09).
Il magistrato Ingroia non commenta le prime pagine dei quotidiani di Terra di Lavoro (?), non bacchetta i suoi direttori, bacchetta Saviano!!!
Perchè è andato in tv a dire che la stampa si è dimenticata di Salvatore Nuvoletta, carabiniere di 20 anni ucciso dalla camorra perchè ritenuto colpevole dell’uccisione del nipote di un boss e purtroppo con un cognome suo malgrado disonorevole…
Perchè ha osato ricordare che la stampa locale aveva definito addolorati i camorristi per la vicenda del piccolo Tommy (che gran cuore…!).
Perchè ha ricordato Annalisa Durante, la cui adolescenza è stata atrocemente spezzata in uno dei vicoli degradati di Forcella.
Perchè ha urlato la sua rabbia contro chi ha scritto che don Diana andava a letto con le donne…!!! O che era un camorrista!!!
No, non ci può essere vergogna più grande!
Il PM esorta Saviano a darsi una ridimensionata, non esorta la gente a “diventare” Saviano, a farsene esempio, bandiera. No. Non lo fa. Lo accusa di protagonismo!
E come possiamo aspettarci che i Casalesi non si nascondano dietro la frase “…l’ha voluto lui…”, riferendosi alle minacce, o “…poteva farsi i fatti suoi…” se un magistrato, uomo di legge, uomo colto, uomo dello Stato, ribadisce che il Saviano è troppo presente?! Troppo presente…
Cosa ci possiamo mai aspettare dai Casalesi, nati, cresciuti, permeati in quella mmunnezza, in essa permeati, se un uomo che dovrebbe fare della legalità, del rispetto della legge e della lotta all’omertà la ragione della sua vita, rimprovera Saviano?!
Se fossimo tutti dei Roberto Saviano, se fossimo tutti dei don Diana, se scorresse nelle nostre vene anche una minima parte del loro sangue forse si, forse sì che si potrebbe cambiare il mondo…. Che sogno, che utopia, una chimera…
Stamattina, invece, i ragazzi intervistati a Casal di Principe, quelli per intenderci che hanno detto che Saviano poteva farsi i fatti suoi e che “…non è vero che nel loro paese esiste la camorra…”, che si sta bene, (che oasi felice…!), sapranno che un uomo di legge (quindi uno che ne sa più di loro…) ha bacchettato lo scrittore. Con parole diverse, (perchè il bagaglio culturale del magistrato non è limitato come il loro… e quindi con padronanza del lessico italiano…) Ingroia ha detto ciò che volevano dire loro! Cioè che un uomo del genere ha soltanto contribuito a danneggiare il loro paese, l’ha mercificato e diffamato (ah, ecco che ritorna la famosa diffamazione di cui parla Saviano….).
Per fortuna esistono anche altri giovani. Quelli che hanno sfilato nei cortei a Casale e a Napoli, quelli che fanno parte dell’associazione Libera, quelli che scrivono su Narcomafie, che si espongono, che sognano, quelli che guardano al futuro, quelli che studiano Legge, magari per bacchettare un giorno i cattivi dell’Inferno dantesco (i direttori dei quotidiani incriminati, per intenderci…) e non gli eroi del Paradiso…
Mi piacerebbe che oggi uno dei tanti giornali nazionali dedicasse una pagina al testo scritto da don Diana nel lontano ‘91, il cui titolo non è “Per amore della mia donna non tacerò”, ma è “Per amore del mio popolo non tacerò”, dove l’amore verso un popolo intero è sicuramente più grande, immenso direi, rispetto a quello che si può provare per una donna.
E’ una sorta di amore incondizionato, senza limiti, senza pretese. Lo stesso amore universale che ha avuto Gesù Cristo quando è morto su una croce sacrificandosi per noi. E Gesù Cristo è stato, ricordiamolo, il più “grande diffamato” nella storia dell’umanità…
L’amore per una donna (facciamolo presente a qualche “smemorato” direttore) ti dà anche, l’amore verso un popolo ti toglie, e al popolo non chiede nulla.
Ma trovare oggi una pagina del genere su un quotidiano non sarà possibile. Non è di moda. Non fa tendenza, anzi non è trendy, direi con terminologia adolescenziale. E poi cosa vuoi che importi a quelli che vivono a Desenzano del Garda o a Trieste ciò che succede nel mio sud, il mio amato sud?!
E’ vero, ma ciò però non impedisce a noi di farlo…
Alcuni passi del discorso:
“PER AMORE DEL MIO POPOLO”
Siamo preoccupati
Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra.
Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”.
Coscienti che come chiesa “dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che é la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà”.
La Camorra
La Camorra oggi é una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana.I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato.
(…)
Vi sembrano parole scritte da un camorrista?
Con questo documento don Diana ha firmato la sua sentenza di condanna.
E’ stato assassinato il 19 marzo 1994. Era nella sacrestia della Chiesa San Nicola di Bari a Casal di Principe mentre si accingeva ad officiare la Messa. I quattro colpi sparati dai due killer non gli hanno dato scampo. E’ morto all’istante.
Wikipedia, nella sua biografia, lo definisce “vittima innocente della camorra”.
Un giornale l’ha definito “camorrista”.
Quando ha fatto ciò l’ha ucciso un’altra volta.
Ma tra poco è Pasqua. Chi è cristiano sa che la Pasqua è la rinascita, è la rivincita della morte sulla vita.
Sia Pasqua ogni giorno nei nostri cuori. In esso siano presenti sempre e per sempre Falcone, Borsellino, don Diana, carabinieri e poliziotti massacrati per servire lo Stato. Se sarà così nessuno potrà permettersi di “bacchettarci” se parliamo….
Questi eroi parleranno per noi…
Oggi Roberto Saviano parla per noi…
Con il loro sangue, con il loro ricordo, con le loro gesta sarà ogni giorno una nuova Pasqua…
Lina Pasca
26/03/09
IL MIO SUD
Tra un paio di mesi saranno giusto due lustri che il freddo Piemonte mi ha adottata. Da quando, per amore, lasciai la mia terra natia, in quel di Aversa, e qui mi trasferii. Ora, infatti, vivo ad Ivrea, verde cittadina immersa nel Canavese, in provincia di Torino. La città che ha dato i natali, nel lontano 1868, a Camillo Olivetti. Una città, quindi, che ha visto un ampio sviluppo tecnologico e toccato l’apice della produttività negli anni ‘70, per vivere poi quella che da locale sarebbe diventata una crisi economica nazionale, e oggi, addirittura mondiale. Ma al di là del punto di vista economico-politico che ormai accomuna l’Italia tutta (da nord a sud), è nella vita quotidiana e nei suoi molteplici aspetti che la differenza tra settentrione e meridione è abissale. E quello che più “spaventa” è che col passare del tempo ti abitui così tanto a questo modo di essere che a certe differenze neanche più ci fai caso. Questo almeno fino a quando poi non fai un saltino dalle tue parti (magari per le feste…) e ti ritrovi, tutto ad un tratto, catapultato in un altra realtà, realtà che fino a pochi anni prima è stata la tua realtà…). Da dove comincio??!! Potrei iniziare a parlarvi delle strade…
Quando ho visto per la prima volta Ivrea quello che più mi ha colpita delle strade cittadine è stata la segnaletica! Sì, la segnaletica. Avete presente i disegni contenuti nei manuali delle scuole guida, quelli per intenderci, dove le strisce pedonali sono tutte perfettamente rettangolari e di un bianco candido come appena stese? O il disegno della cosiddetta “isola di traffico” su cui son piantati fiori multicolori e dove il segnale dell’obbligo di svolta a destra è perfettamente piazzato in corrispondenza del lampeggiante serale (mai non funzionante, né tantomeno colpito da qualche proiettile vagante…)?? O il semaforo dove (udite, udite….) tutti si fermano al rosso, mentre chi ha il verde passa (!!!!), a meno che non si fermi anch’egli alla vista di un pedone che deve attraversare da una pista ciclabile ad un’altra??? Ecco, se siete dei neo patentati o avete un’ottima memoria, sappiate che quelle strade che avete osservato sui manuali della scuola guida sono le strade del nord! Spazzatura? Caliamo un velo pietoso… Le strade sono talmente curate che addirittura settimanalmente, oltre ad essere pulite, vengono lavate!!! Giuro! Ogni lunedi bisogna lasciarle sgombre perchè passa un camioncino che, grazie a delle spazzole laterali, lava (con vera acqua…) le strade agli angoli del marciapiede. Inoltre, gli addetti ai lavori svuotano quotidianamente i cestini (piazzati in ogni angolo) dove delle persone normali (non eccezionali!) gettano fazzolettini, lattine o involucri dei gelati, proprio lì, non in terra! E dove ti senti morire quando vedi che una persona dopo aver bevuto la sua Fanta la lascia abbandonata per strada e sentendola parlare ti accorgi che il suo accento è il tuo accento. E’ così. E’ triste, ma è proprio così. E’ una questione di senso civico. So che magari questo scatenerà le ire di chi si sente preso di mira con la solita storia che i nordisti sono più civili… Ma credetemi, di gente ne ho vista e ne conosco tanta e ho capito che chi è radicato in una certa mentalità e non ne ha mai sofferto (ma in essa si è plasmato) difficilmente (se non mai) riuscirà a liberarsene. Sarà perchè magari quando vivi con metri di spazzatura sotto la finestra di casa ti sembra anche inutile buttare la lattina nel cestino. Entri a far parte di un circolo vizioso dove la “non speranza” ormai la fa da padrone. Questo è vero. E sacrosanto. In un posto, come quello in cui vivo io, dove devi differenziare di tutto e dove l’omino del comune viene anche a mettere il naso (nel vero senso
del termine) nel bidone arancione dell’indifferenziata per vedere se sei stato “bravo” e nel caso contrario fa anche la multa all’intero condominio, la voglia di tenere la città pulita ti deve venire per forza. Ma è con la speranza che dobbiamo andare avanti. Dobbiamo crederci noi gente del sud. We can, we can, we can… Con scelte politiche oculate, con ottimismo e voglia di cambiare possiamo farcela. Come diceva il grande De Filippo “addà passà a nuttata”! E facciamola passare questa nottata! Ma facciamo in modo, giovani e meno giovani, che l’alba possa dar vita ad un giorno caldo e luminoso in cui le idee di innovazione di gente motivata, e perché no, anche un pò sognatrice, possa dar vita a nuovi spunti, nuove idee, progetti di riscossa. Certo è che qui son belle le strade, le segnaletiche, i semafori… ma quello che è sicuro (e su cui posso tagliarmi la testa!) è che l’animo del meridionale non lo ritrovi in nessun nordico. Mi hanno adottato i “piemunteeisi”, mi vogliono bene come io ne voglio a loro, è brava gente. Mi hanno aiutato a superare i brutti momenti che ho vissuto, ad esorcizzare la solitudine, la tristezza e la malinconia di chi ha lasciato le proprie radici, un dolore sordo che solo chi è emigrato conosce. Ma, al di là di ogni concetto o preconcetto, vi assicuro che gente col “cuore” dei campani non esiste da nessun’altra parte d’Italia. Sarà un luogo comune, lo so… ma credetemi è anche una realtà. Il calore, quello vero, è solo nostro. Quello della vicina di casa che ti porta qualcosa da mangiare se sei a letto ammalato, quello delle mamme del sud che la domenica preparano faraonici pranzi anche per 15 persone (e che durano ore…) pur di avere tutta la famiglia unita. Quello delle feste, Natale, Pasqua, quando per strada senti diffondersi nell’aria il profumo dei carciofi arrostiti, di dolci e casatielli vari… Quello delle nostre risate e dell’umorismo per niente english di chi ha avuto come “padri” Totò e Peppino… Quello di chi per vivere deve imparare “l’arte dell’arrangiarsi” e che mette su una pantomima solo per venderti qualcosa nelle tipiche stradine dei quartieri. Tutto questo (e di più) siamo noi. Spazzatura, camorra (o gomorra, scegliete voi…), strade dissestate, degrado sociale e/o culturale, mancanza di strutture e disorganizzazione… malgrado tutto questo sono e sarò sempre fiera di avere nelle vene il sangue caldo del sud.
Il mio sud.
Lina Pasca 07/02/09
SI, VIAGGIARE…. MA NON CON TRENITALIA
Il giornalista è per mestiere quello che racconta i fatti, o avventure e disavventure di qualcun’altro.
Oggi racconto la mia disavventura. E lo faccio per denunciare il degrado e la disorganizzazione delle ferrovie italiane e di conseguenza lo stato di abbandono in cui io, da utente, non da giornalista, mi sono ritrovata.
Ho avuto la sfortunata idea di utilizzare il treno, io che viaggio spesso in aereo, per raggiungere Aversa, mia città natia , da Torino, provincia di adozione.
Ho prenotato tre posti per me e le mie due gemelline di 7 anni sull’Intercity Torino – Salerno di mercoledì 29 luglio.
Ora di partenza 11:05. Ora di (ipotetico) arrivo 20:15.
Un bel po’ di ore, ho pensato. Ma tutto sommato, le bimbe oramai son grandicelle, con un po’ di musica in cuffia e qualche giochino alla Play Station, magari riuscirò a farle passare il tempo. E soprattutto le convincerò del fatto che un viaggio così lungo sia il prezzo giusto da sostenere pur di rivedere i nonni (che tanto mancano loro, destino comune agli emigranti) una, due volte l’anno.
Il treno parte con regolarità. Tutto nella norma, ho pensato. Ma, a parte l’orario di partenza da Torino, ho cominciato ad avere qualche dubbio sulla sostenibilità del viaggio quando mi sono accorta che l’aria condizionata funzionava a tratti, 15 minuti no, 5 minuti sì, e quando funzionava era talmente irrilevante la sua potenza che per rinfrescarti dovevi piazzare la faccia praticamente sulla griglia e sperare che non decidessi di venir meno proprio quando il viso cominciava a ritemprarsi.
Sono passati tre controllori in questo frangente. Due gentili signorine e uno del sesso forte. A tutti e tre ho chiesto se potesse aumentare la potenza dell’aria condizionata. Tutti e tre hanno cortesemente risposto che l’avrebbero fatto direttamente dalla cabina principale. Nessuno dei tre l’ha fatto. Tutti e tre mi hanno chiesto di visionare il biglietto. Ovviamente pagato: 112 € per me e due bambine , solo andata (circa 220 mila delle vecchie lire).
Cominciavamo a scioglierci come ghiaccio al sole, ma il peggio doveva ancora arrivare. E non ha tardato ad arrivare. Siamo arrivati alla stazione di Grosseto. Diciamo che da lì non siamo più ripartiti se non dopo un’interminabile ora e mezza.
Dieci minuti, venti, trenta. Aria condizionata spenta, fermi lì, sotto un sole cocente, un sole che attraversava gli spessi teloni ai finestrini e noi lì che cominciavamo a chiederci di che morte dovevamo morire.
Ad un certo punto una vocina dal microfono ci informa che, a causa di problemi tecnici, il treno sarebbe ripartito dopo un’ora e mezza. La gente sbigottita ha cominciato ad agitarsi e soprattutto a cercare qualcuno a cui chiedere spiegazioni . Ma nulla. Nessun ferroviere all’orizzonte.
Dopo una manciata di minuti ancora la vocina. Avvertiva che, “a causa di un surriscaldamento del vagone n. 6” (io ero nel 7), “era necessario il distaccamento del vagone del treno”. In sostanza – ha proseguito l’anonima vocina – tutti i viaggiatori del vagone n. 6 dovevano abbandonare la carrozza armi e bagagli e scendere in stazione.
Mormorio, disagio, sconforto. Gli sfortunati hanno preso tutto quello che avevano e sono scesi. Nello stesso tempo , la stessa vocina invitava tutti i passeggeri del treno a rimanere ai propri posti e (forse per non affollare la piccola stazione di Grosseto) a non scendere dal treno! Ricordo che fuori la temperatura sotto il sole si aggirava attorno ai 35 gradi, ma l’umidità rendeva la percezione fino ed oltre a 40 gradi.
Noi “reduci” eravamo lì, nei nostri vagoni infuocati, il sole che trapassava le tendine e i nostri corpi e tutto questo senza aria condizionata. Se avesse funzionato anche regolarmente, il treno aveva comunque i motori spenti , e con i motori spenti niente aria.
Le mie bambine, già magroline di natura, cominciavano letteralmente a sciogliersi. Vedevo le gocce di sudore scendere dalle loro tempie e mi chiedevano perché non potevano scendere. Avevano caldo e sete. Già, l’acqua!
Con tali temperature è ovvio che i 2 litri d’acqua che avevo portato con me presto erano andati ad esaurirsi. La comprerò sul treno, avevo pensato. Mi sbagliavo.
Il carrellino porta vivande che passava ogni paio di ore e che nei caldi ultimi giorni di luglio dovrebbe contenere (eh si, dovrebbe) l’acqua più di ogni altra cosa, non l’aveva. Era terminata .
Noi lì ad arrostirci come polli allo spiedo, senz’acqua. Il venditore ci diceva di avere solo coca-cola ed aranciata (tutt’altro che dissetante!), ma comunque con quelle temperature erano le uniche bevande che ci permettevano di rinfrescarci. Costo di ogni lattina € 2.60. Le mie bimbe chiedevano acqua in continuazione e io per “dissetarle” davo loro aranciata e coca-cola , bibite che più di ogni altra contribuiscono a far venir sete. Ho chiesto all’addetto quando avrebbe provveduto a rifornirsi d’acqua. Mi ha risposto che sarebbe successo a Roma. Non è accaduto. Dell’acqua nemmeno l’ombra.
Aspettate lettori… ancora la vocina! Questa volta ci diceva che a causa di… anzi no, stavolta il motivo non ci è stato comunicato, il treno avrebbe finto la sua corsa a Roma, anzichè a Salerno! A Roma?!? Come a Roma? Ho prenotato tre posti su un Intercity per farmi trasportare a Napoli, e voi mi lasciate a Roma?
Sgomento…. “bagagli pesanti e due bambine al seguito arrivo a Roma e poi dovrò cercarmi un altro treno”, ho pensato angosciata…
Passa ancora il tempo e… di nuovo la vocina! Questa volta per comunicare che, “contrariamente a quanto già annunciato, il treno non avrebbe fermato la sua corsa a Roma, ma avrebbe proseguito per Napoli…”.
Bella notizia, ho pensato. Finalmente qualcosa di buono in questa giornata da dimenticare. Stranamente però i viaggiatori diretti a Roma sono stati dirottati su un altro treno, un regionale. Non mi chiedete perché. Non lo so!
Nel frattempo, io, le bambine e gli altri sventurati passeggeri speravamo di ripartire. Ma dovevamo attendere la “manovra” . La parte della testa del treno doveva staccarsi dal vagone n. 6 questo doveva essere staccato dalla coda del treno, doveva essere portato su altri binari, e la parte della testa, doveva ritornare indietro e ricongiungersi alla sua metà. Tutto questo, Signori, sempre senza aria condizionata, sempre col sole che fuori spaccava le pietre , e nel vagone i nostri cervelli mentre continuavamo a sperimentare la tragica esperienza della sauna ferroviaria.
Singolare il fatto che dei controllori non ho visto più nemmeno l’ombra. Le gentili donzelle e il prode cavaliere non sono più passati a controllare se eravamo forniti dei biglietti. Si saranno liquefatti anche loro sotto il sole… che coincidenza!
Manovra fatta … si riparte! Dopo 190 interminabili minuti, il treno ha ricominciato la sua corsa. Alle 18 dovevamo trovarci a Roma. Alle 17:40 siamo invece solo ripartiti da Grosseto.
Nel frattempo, causa coca-cola ed aranciata, a mia figlia è sopraggiunto un bisogno fisiologico. “Mamma, devo far pipì”, ha pronunciato. Mai una frase così naturale ha destato in me tanta preoccupazione, visto che prima mi ero servita io stessa della ”pulitissima” toilette del treno.
Arrivate in bagno, la prima sensazione che mi è venuta (chiedo scusa al lettore) è stata quella del vomito!
La puzza, Signori miei, era insopportabile. In bagno solo sporcizia, escrementi, oggetti luridi e fatiscenti , senza carta, senza sapone, senz’acqua. E’ stata l’unica volta in cui avrei preferito che mia figlia se la facesse addosso. Ho dovuto far venir fuori tutte le mie doti da “ginnasta” per prendere in braccio mia figlia e con l’abilità che solo una madre preoccupata per la salute della propria creatura può avere, sono riuscita a farle liberare il pancino senza che potesse venire in contatto con quell’orrore. La mia bimba nel frattempo si otturava il nasino con la mano per non sentire l’odore. E con l’intelligenza unita all’ingenuità che solo un bambino può avere mi ha chiesto perché il bagno era così sporco se la mamma aveva pagato il biglietto. “Mamma, a casa non si paga niente per andare al bagno” – mi ha detto – “ma a casa è pulito. Perché hai pagato?” Le ho risposto che me lo stavo chiedendo anch’io.
Siamo tornati al vagone . Di nuovo la vocina. Di nuovo lo sconforto: “Annunciamo che il treno non si fermerà più ad Aversa come previsto e che i signori viaggiatori lì diretti dovranno scendere a Villa Literno dove troveranno un treno di coincidenza che li porterà ad Aversa”.
Cosa?!? Io, da sola, priva di forti braccia maschili, con due bambine, e tre pesanti valige, devo scendere alla stazione di Villa Literno e risalire su un altro treno, quando invece ad Aversa avrei trovato i miei familiari ad aiutarmi? No, non potevo crederci. Non ce la facevo più. Mi sentivo di svenire. Caldo, stanchezza e sgomento… e due bimbe che cominciavano ormai distrutte a piagnucolare… stavo per crollare.
Con la solidarietà tipica della nostra gente, ho trovato fortunatamente persone che si sono offerte di aiutarmi. E così alle 22 siamo arrivati a Villa Literno. Io, bambine e valigie giù. Del treno promesso neanche l’ombra.
Un viaggiatore, il cui volto già disegnava la rabbia del momento, ha chiesto al capotreno (resuscitato): “Dov’è il treno?”. La risposta? È stata: “Non lo so!”. Come non lo sa? Ha chiesto il tipo. E a che ora arriva, almeno? La risposta è stata: “Non lo so!” Eravamo sul binario 2. Gli ho chiesto se almeno sapesse su quale binario doveva arrivare quello per Aversa. La risposta è stata la seguente: “I binari sono 3, uno vale l’altro!” Cosa??? Uno vale l’altro? Con tre bagagli che pesano più di me e le mie figlie messe insieme mi sposto a fatica magari al binario 1 per poi sentirmi dire che il treno arriva al binario 3!! Ma che risposta è? Mi sono chiesta, e l’ho espressamente detto al signore in questione, com’è possibile che in Italia ci sono tante persone intelligenti senza un lavoro e poi si offre un posto di lavoro ad un emerito imbecille?
Qualcuno forse starà pensando che avrò perso la calma pronunciando tali parole e che anche negli scontri va sempre utilizzato il senso civico così come l’educazione.
Ma, cari lettori, si tratta solo ed esclusivamente di buon senso. Come si fa a dare una risposta del genere? Questi sono i controllori e i capotreni delle nostre ferrovie? Che vergogna… che disastro! Che meravigliose risorse umane nelle nostre ferrovie!
Credete che sia finita? No, Signori!
A Villa Literno nessuno sapeva di questo treno che ci avrebbe riportato ad Aversa! La mia angoscia cresceva. Sentivo il pianto disperato delle mie bimbe ormai distrutte- Ho creduto di impazzire. Finalmente un’altra vocina ci comunicava che un treno diretto ad Aversa si sarebbe eccezionalmente fermato a Villa Literrno. Dio gratias.
Ho fatto mio il pensiero di tutti.
Quanto alla pulizia, credo che neanche delle baraccopoli degli immigrati la situazione igienico-sanitaria sia uguale a quella dei nostri treni. Mancavano solo le zecche e avremmo completato l’opera.
Il ritardo che in alcuni casi può essere giustificato in questo non ha spiegazioni né giustificazioni.
Le ferrovie italiane sono uno schifo.
Ferrovie dello Stato o Trenitalia non è cambiato nulla.
Proprietà dello Stato o compartecipazione privata, è tutto uguale, tutto semplicemente uno schifo.
Se qualcuno dall’alto rende tutto questo possibile lo fa con la speranza e perché vuole dirottare gli italiani sull’alta velocità, sta sbagliando di grosso.
I prezzi della Tav non sono assolutamente competitivi e se spostarmi da Milano a Napoli in Freccia Rossa vuol dire spendere la stessa cifra di un volo da Malpensa su Capodichino, le nostre ferrovie resteranno sempre chiuse nel loro insulso sistema. Sono destinati a morire.
I nostri politici fanno le loro campagne elettorali sui treni per dimostrare di essere vicini alla gente.
Li vorrei vedere, Berlusconi e Franceschini, sul treno che ho preso io!
I nostri governi, centro, destra, sinistra, sopra, sotto, pensassero a liquidare i dirigenti di Trenitalia senza buone uscite da capogiro visto il degrado, la sporcizia e, ripeto, “lo schifo” che ho visto io mercoledì 29 Luglio.
Invito i signori dirigenti delle Ferrovie Italiane a rispondere al mio articolo con qualcosa di più interessante dei loro stipendi.
Dovrebbero soltanto vergognarsi di come gestiscono un ente simbolo del trasporto in Italia.
Una banda di buffoni! Siamo ridicolizzati in Europa e nel Mondo per svariati motivi, ma dare su un piatto d’argento ai nostri fratelli stranieri l’opportunità di criticarci e di distruggere anche il turismo, settore che vista la bellezza delle nostre coste, dovrebbe essere al top.
Si è da poco concluso il G8 a L’Aquila. Chissà cosa avrebbero pensato Obama e gli altri grandi nel viaggiare in quello scempio in cui ho viaggiato io.
Ah, già… Loro sono il top!
Io sono solo una normale, ordinaria, e stanca viaggiatrice italiana.
Lina Pasca
03/08/09
DON PEPPINO, PATRIMONIO DA CUSTODIRE
Son passati poco più di quattro mesi dal mio articolo “Censuriamo la censura. Camorra ed eroi” e già mi tocca ritornare sull’argomento per far sì che si ristabilisca di nuovo “l’ordine” sulla figura di un vero eroe italiano, don Peppino Diana, sacerdote massacrato nella sua parrocchia di Casal di Principe il 19 marzo 1994 dal clan dei casalesi.
Questa volta a infangarne la memoria non è stato un giornale locale, né un camorrista qualunque, come già avvenuto in passato, ma uno che i camorristi li difende, l’onorevole Gaetano Pecorella.
Avvocato penalista, nonché Parlamentare del PDL , Pecorella aveva difeso nelle aule di tribunale Nunzio De Falco, il mandante dell’omicidio del prete anticamorra. Secondo il parlamentare, la morte del sacerdote non si può considerare come un segnale chiaro ed inequivocabile profuso dalla camorra, perché il movente di quel barbaro assassinio non è stato ancora definito e bisogna ancora accertare se si tratti di un regolamento di conti o di uno sgarro.
Secondo la tesi di Pecorella, tra i moventi indicati, agli atti del processo, ce ne sono tra i più diversi. Qualcuno ha parlato di una vendetta per gelosia perché gli “piacevano le donne”, qualcun’altro perché conservava le armi dei clan.
Il politico si sbaglia di grosso. Se è vero che nel processo di primo grado egli è stato il difensore di un camorrista spietato e mandante dell’omicidio (e sappiamo che ogni legale è tenuto a difendere il proprio assistito anche quando questi viene colto con le mani nella marmellata), è anche vero che il processo è finito da un po’, e la tesi di Pecorella è stata letteralmente spazzata via da una sentenza della Cassazione. Essa ha confermato la condanna all’ergastolo per due esecutori materiali e a 14 anni di carcere, perché pentito, per il terzo esecutore materiale. Quella sentenza giunta nel marzo 2004 ha stabilito che il sacerdote è stato assassinato per il suo impegno anticamorra. Sarebbe ora che l’avvocato Pecorella posasse nell’armadio la sua toga visto che il processo è finito da un po’. Non c’è bisogno di difendere De Falco a vita. Per fortuna, uomini di giustizia, della vera giustizia, il camorrista assassino di un martire l’hanno sbattuto in galera dove spero finirà i suoi giorni.
Sembra singolare il fatto che l’onorevole Pecorella sia oggi presidente della Commissione di Inchiesta sul Ciclo dei Rifiuti. Cioè di un mondo dove la camorra l’ha fatta, e si suppone la faccia ancora, da padrona. Perché credete che le strade delle nostre città siano state (e in alcuni casi ancora sono) inondate dalla “monnezza”? Perché dove c’è smaltimento c’è denaro, dove ci sono gli affari c’è la camorra. Certo è che se un onorevole del nostro Parlamento dirige una commissione che dovrebbe indagare sui rapporti rifiuti-criminalità e poi difende un camorrista, e se dopo sentenze passate in giudicato e pronunciamenti della magistratura i camorristi li difende ancora, siamo belli che rovinati!
Forse però c’è qualcosa che vale ancora di più delle sentenze giudiziali, e sono le sentenze dell’opinione pubblica. Sono state circa 150 mila le persone che sono scese in piazza dal 19 al 21 marzo, tra Casal di Principe e Napoli, nell’annuale appuntamento di Libera per ricordare le vittime di mafia.
A questo punto si potrebbe proporre una nuova mobilitazione. Scendere magari tutti in piazza per gridare nuovamente basta alle squallide insinuazioni su don Diana. Basta con le diffamazioni usate per delegittimare chi lotta e muore contro la mafia, com’è avvenuto con don Puglisi o Falcone. Basta con queste insinuazioni che servono a delegittimare la figura morale di coloro che servono ai giovani come esempi. Dei veri modelli per le generazioni future che attraverso le figure di questi eroi possono sperare di cambiare la triste realtà presente nei nostri territori violentati.
Il mio precedente articolo aveva come titolo “…Censuriamo la censura…” Questa volta mi sto chiedendo: fermo restando che bisogna tutelare la libertà di espressione e di parola, ma non sarebbe meglio che certi personaggi si auto-censurassero di tanto in tanto? Eviterebbero di fare brutte figure e soprattutto di ottenere l’opposto di ciò che ipotizzavano determinasse il proprio intervento.
Ancora una volta si è capito come don Diana sia stato martire ed eroe, come attestano non una ma numerose sentenze. E come il modello e l’esempio di don Peppino siano eredità per tutti, giovani e meno giovani, patrimonio collettivo della coscienza civile non del Sud ma dell’Italia tutta. Patrimonio che, come tutti i tesori, va custodito, tutelato e difeso. Sempre e per sempre.
Lina Pasca
05/08/09
LA TERRA TREMA, IL CORROTTO NO
A poco più di tre mesi dal terremoto che ha scosso l’Abruzzo e causato quasi 300 vittime, il mio pensiero va ad un altro movimento sismico, quello del 23 novembre 1980. A farne le spese, i cittadini dell’Irpinia. Parliamo ancora una volta, e ancora tristemente, del nostro amato sud.
Avevo 6 anni quella domenica sera di 29 anni fa, lo ricordo come fosse ieri. Nel lettone dei miei a guardare la Domenica Sportiva, i successi (e gli insuccessi) della squadra del Napoli.
Fu durante uno di quei servizi alla televisione che tutto intorno a me cominciò a “ballare”. Non avevo mai visto né sentito una cosa del genere, non sapevo se averne paura o meno. Ma la mia indecisione durò meno di un secondo. Fui prelevata da mia madre e in un istante tutti sulle scale a scappar via veloci dal quarto piano dello stabile e forse, pensavano i “grandi”, dalla morte…
Ricordo, come fosse ieri, l’immagine delle scale che non stavano ferme. Ballavano anch’esse come il resto di tutto ciò che mi circondava. Arrivati in strada, la coscienza della salvezza.
Gli altri miei ricordi sono legati ai disagi vissuti in quel periodo. Ricordo di aver dormito in macchina sul piazzale del cimitero di Aversa, in provincia di Caserta, ricordo di aver dormito sempre in macchina nel piazzale ora antistante la Caserma dei Carabinieri della stessa città.
Ma noi siamo stati i fortunati. Rispetto a ciò che accadde in Irpinia, noi abbiamo vissuto un “diversivo”.
Nei paesi di Lioni, Sant’angelo, Caposele, Calabritto, Conza, ed altri paesi situati al confine tra la Campania e la Basilicata, la scossa di magnitudo 6.8 della scala Richter causò 2.735 morti, 8.850 feriti. Un’ apocalisse, 36 i paesi rasi al suolo.
Se è vero che non si può prevedere un terremoto, è anche vero che la responsabilità degli amministratori locali a gestire la geometria di un paese senza piani regolatori fu palese.
Nessun politico tutelò la vita di chi in quei paesi ci viveva, di chi in quei paesi la vita la perse.
La morte di quasi 3.000 persone fu la ricchezza per altri. Su quelle macerie, politici democristiani prima e socialisti poi fecero altro scempio e costruirono nell’ordine il proprio potere. La spesa per la ricostruzione fu allargata a macchia d’olio così come l’area d’intervento.
Grazie ad un’inchiesta avviata da Montanelli nel 1990 sulle pagine de il Giornale, fu costituita una Commissione Parlamentare d’inchiesta definita “Mani sul terremoto”, presieduta da Oscar Luigi Scalfaro.
Siamo nel 1994. La Commissione stabilì che grazie a politici quali Ciriaco De Mita, allora Presidente del Consiglio, Paolo Cirino Pomicino, Antonio Gava, Vincenzo Scotti, Francesco De Lorenzo, il commissario Zamberletti che aveva gestito i soccorsi e altri amministratori (fortunatamente spazzati via da Tangentopoli), 58.600 miliardi delle vecchie lire su 70.000 stanziati erano finiti misteriosamente nel nulla. Spariti. Forse finiti anch’essi sotto le macerie.
Mazzette, tangenti, appalti e quote di partito. Chiari i legami tra la classe politica e la camorra locale: un grande “affaire” costruito sul sangue di 2.735 morti.
Nel frattempo più di 35.000 persone continuavano a vivere nei containers ringraziando Dio per aver lasciato loro almeno la vita.
I comuni rasi al suolo insieme a quelli danneggiati furono complessivamente un centinaio. Ma pensate lettori che entrarono a far parte della lista dei comuni terremotati e quindi destinatari di contributi statali per la ricostruzione 687. Si, avete letto bene, 687!
Politici corrotti in Campania, Basilicata e anche in un pezzetto di Puglia (tanto per non farci mancare nulla!) prosciugarono i soldi di quelli che continuavano a vivere nei containers, che lì mettevano al mondo anche figli, figli che a loro volta finivano anch’essi all’altare… senza mai aver visto una casa, una vera casa!
Che stranezza che dopo il sisma Avellino fu la provincia italiana in cui venivano vendute più Volvo e Mercedes; che stranezza che a poche centinaia di metri dai campi roulotte sorgevano sontuose ville hollywoodiane; che stranezza che gli avellinesi erano diventati improvvisamente amanti del mare… fino al 1980 ad Avellino e provincia i possessori di yacht erano meno di 10, qualche anno dopo se ne contavano un centinaio!
L’epilogo della vicenda? E’ di alcuni giorni fa la notizia che la Corte d’Appello di Napoli ha riconosciuto che il reato sussiste per alcuni imputati al processo, ma è scattata la prescrizione. Gli imputati per corruzione (vale a dire spreco, malaffare, ruberie) non sono stati assolti, anzi condannati, ma prescritti. Risultato? Impunità assicurata.
Dopo il danno la beffa! In barba ovviamente a tutti coloro che sulle strade del terremoto hanno lasciato la vita o la dignità, il che è peggio…
Direi che ancora una volta in Italia si vive di paradossi. Grazie alle leggi italiani, la terra trema, il corrotto no.
Lina Pasca
20/07/09
LETTERA A MIA MADRE
La mia rubrica si chiama La Storia Siamo Noi. Come si può facilmente dedurre dal titolo ha come tema gli eventi e gli uomini che hanno fatto la storia. Se provo ad avventurarmi in un’analisi più profonda delle vicende umane mi accorgo che il filo conduttore è sempre lo stesso: il sentimento. Parlo di quello più grande in assoluto, l’amore.
Se noi esistiamo è perché esiste l’amore. Ognuno di noi esiste perché un uomo e una donna si sono amati. Possono passare anni, possono avvenire distruzioni, guerre, avvicendamenti politici, ma l’amore c’è sempre. Il mondo può evolversi: scoperte scientifiche, mediche, informatizzazione della vita quotidiana, ma lui è sempre lì, e rimane immutato nel corso dei secoli. Lui… l’amore… La forza che fa muovere il mondo.
In questi giorni mi sono soffermata più volte a pensare quale sarebbe stato il tema del mio prossimo articolo. Avrei potuto parlarvi delle prossime elezioni, della Giornata della Memoria, della malasanità.
Invece questa volta voglio rubare qualche minuto del vostro prezioso tempo per parlare dell’ “affaire” più importante e nello stesso tempo più semplice che esiste al mondo. Voglio innalzare la mia ode alla cosa più bella e straordinaria della nostra vita, l’amore. Il sentimento per eccellenza.
Se io in questo momento sto scrivendo questo pezzo devo ringraziare chi mi ha messo al mondo e ciò è accaduto perchè chi l’ha fatto ha vissuto un amore.
E se voi adesso state leggendo è perchè un tempo tra un uomo e una donna c’è stata una grande passione di cui voi siete il frutto.
L’amore per il proprio partner, per un amico, per un figlio, per un genitore. Qualunque sia il destinatario di questo sentimento, il liet motiv è sempre lo stesso: dare, dare, dare.
Perchè un amore in cui si vuol solo prendere non può essere considerato tale. L’amore vero è quello che ti prosciuga l’anima mentre doni essa stessa all’altro.
E secondo voi, al di là del sentimento verso il proprio compagno, c’è una forma d’amore più grande di quella tra madre e figlio? Ovunque voi andiate a cercare, qualsiasi persona interpelliate, la risposta è univoca: NO.
Da qualche minuto è mezzanotte, 10 maggio 2009: la Festa della Mamma. Altra festa commerciale per eccellenza, oltre a San Valentino, la Festa della Donna, del Papà e così via… Ma si sa che spesso (molto spesso) le forme d’amore sono legate anche al business. E in un momento di crisi come questo direi che spendere qualche euro per far girare un po’ la nostra economia così devastata può fare anche bene.
Certo è che al di là del consumer’s gala che si terrà domani, io voglio semplicemente ricordare che ogni madre merita amore e rispetto perchè fonte di vita.
Voglio dire a mia madre, che non vedo dal 2001, da quando cioè è volata in cielo, che la amo da morire e che non smetterò mai di pensarla e di amarla, neanche per un secondo.
Voglio dirti mamma che se sono quello che sono è perchè ho avuto la grande fortuna di aver origine nel ventre tuo e che da te ho assorbito ogni tuo insegnamento. Voglio dirti mamma che se è vero che sono stata sfortunata a perderti così presto, sono stata anche fortunata ad essere tua figlia. Avrei potuto avere una mamma centenaria ma non avere da lei ciò che ho avuto io da te in soli 26 anni.
Tu mi hai insegnato l’amore verso gli altri, mi hai trasmesso la bontà d’animo che in te era addirittura fuori misura. Mi hai trasmesso i valori veri, l’umiltà e l’amore incondizionato, verso tutto e tutti; il sacrificio, l’onestà, la semplicità.
Mi hai lasciata all’improvviso mamma, neanche nel momento della tua morte hai voluto dare fastidio. Te la sei sbrigata da sola e a modo tuo anche per partire per sempre. Te ne sei andata senza fare rumore ma è assordante la tua mancanza.
Qualcuno ha deciso che il tuo corpo doveva perire, ma la tua anima, cara mamma, resterà sempre dentro di me perchè tu fai parte di me, sei un pezzo di me.
Quel giorno in cui mi hai lasciata, hai spento ogni gioia nel mio cuore, ma oggi che sono mamma anch’io, il sorriso è tornato sulle mie labbra e questo lo devo solo a te. Lo devo a te perchè so che mi sei vicina, perchè non mi lasci sola neanche un secondo della mia giornata, perchè mi assisti e proteggi le mie bambine così come da piccola hai fatto con me.
Ieri, i miei due tesori hanno portato da scuola il lavoretto per la Festa della Mamma. Un piatto col fondo bianco, dipinto con colori vivaci dalle loro manine.
Con la tipica grafia di chi conosce le lettere dell’alfabeto solo da pochi mesi ho letto una scritta sul bordo del piatto: Ti Amo Mamma. Appena l’ho letto sono scoppiata a piangere come una bambina. Le mie piccole mi guardavano incredule chiedendosi cosa avessero fatto di male.
Ed io ho spiegato loro che le lacrime rigavano il mio viso semplicemente perchè era stata forte l’emozione che in quel momento avevo provato.
Mi sono rivista io piccina mentre ti porgevo il lavoretto fatto con le mollette di legno incollate tra di loro per formare un sottopentola o l’appendino per le presine. Ho rivisto te mentre piangevi ed ho rivisto me che incredula (come ieri le mie figlie) ti guardavo.
Ho capito mamma che se è stata grande l’emozione che ho provato io nel ricevere il regalino dalle mie figlie è perchè grande è stata l’emozione che mi hai trasmesso tu quando avevi vissuto la stessa esperienza.
I genitori si augurano di lasciare in eredità ai propri figli denaro e beni materiali. Certo, ciò può far comodo, perchè negarlo. Ma, senza fare demagogia, posso senza alcun dubbio affermare che non esiste qualcosa al mondo più grande, più immenso, più meraviglioso e completo dell’amore tra madre e figlio, un amore universale.
Ti ringrazio mamma. Ti ringrazio perchè grazie a te so cos’è l’amore, grazie a te non sono una persona arida, sono una donna che ride quando c’è da ridere ma che non si vergogna di piangere quando la vita ti porta a piangere.
Mi manchi mamma. Tantissimo. Anzi di più. Ma non posso spiegare con le parole ciò che si prova a non averti accanto ogni giorno, a non poter sentire la tua voce neanche per telefono, a non potermi confidare con te, a non poter condividere con te i progressi delle mie bambine.
Ma so che ci sei cuore mio, so che sei sempre accanto a me. E so che ci sei quando guardo negli occhi le mie gioie e ti “vedo”. La morte e la vita. Vedo la luce, vedo la gioia, vedo l’amore….
Non esistono al modo gioielli e diamanti più preziosi di ciò che mi hai lasciato tu. Sono ricca mamma, tanto tanto ricca. Mi hai lasciato un tesoro dal valore inestimabile. E il mio cuore è troppo piccolo per poterlo contenere tutto.
Ti lascio una mia poesia, è per te… Ma mi raccomando, non piangere…. Voglio immaginarti sorridere, voglio immaginarti felice lì dove adesso sei… Voglio portare la tua dolcezza e il tuo sorriso nel mio cuore per sempre.
A presto mamma…
Ti amo.
MAMMA
Ancor nell’aria
il profumo della tua vivace cucina.
Delizie antiche
Figlie degli avi tuoi.
Mi solletica le narici,
accende il ricordo che ho di te.
L’immaginario prende forma:
ecco il tuo sorriso.
Radioso sulle labbra tue.
Le lacrime che rigano il tuo viso paffuto
al mio ritorno.
Tempo che tu sentivi immenso.
E ti rivedo stringermi,
forte,
quasi a soffocarmi.
Io bambina sulle tue ginocchia,
a far mio l’odore materno,
soave.
Di esso tu l’unica padrona.
Ladra io dell’amor infinito
che tu madre versavi nelle vene
della tua creatura.
Ero lì ad assorbir la tua vita.
Con avidità.
E te accondiscendente
ti donavi.
Hai trasfuso in me l’amor tuo immenso
cibo silenzioso.
Vestivi l’umiltà come divisa
fonte della tua ricchezza.
Oh mamma!
Potrei lasciarti nell’oblio,
ma farebbe troppo rumore
la tua eterna presenza.
Vincitrice onnipotente
sul buio divino,
cenere in materia
sempre luce nella mia anima.
Lina Pasca
10/05/09


di serie a e quelli di serie b. Ma per fortuna ci siamo anche noi.
Borsellino, Falcone, Livatino, Pecorelli, don Peppe Diana, grandi personaggi, eroi 











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