Lina Pasca e dintorni…
…perchè la storia siamo noi….Archivio per settembre, 2009
CHI HA INVENTATO I TALEBANI?
Venerdì prossimo ricorrerà l’ottavo anniversario dai fatti tragici dell’11 settembre 2001.
Se n’è parlato e riparlato a iosa, si sono commemorate le vittime, analizzati i filmati fino all’avvilimento, ma un particolare è sfuggito a molti, a molti di coloro i quali pensano ad Osama Bin Laden come il mostro e a Bush come il martire. Non è così. Ed è questo ciò che tenterò di spiegare in questo pezzo.
In Afghanistan è stato portato a compimento lo stesso progetto ideato dapprima per l’Iraq di Saddam Hussein.
Il dittatore iracheno era stato “scelto” dal governo americano per annientare l’Iran di Khomeini che, nel grande mercato del petrolio e dell’energia (monopolizzato dall’occidente del mondo), cominciava a destabilizzare l’economia.
Parlo della 1° Guerra del Golfo (1980-1988). Approfittando del caos derivato dalla rivoluzione islamica condotta da Khomeini, Saddam tentò di rivendicare alcuni territori petroliferi iraniani. In quest’impresa fu ampiamente appoggiato dall’Occidente intenzionato a indebolire la potenza dell’Iran islamico. La preoccupazione dei grandi era che il fondamentalismo khomeinista potesse impadronirsi dei Paesi arabi e musulmani, ricchi di pozzi petroliferi e di riserve centenarie di greggio.
Unione Sovietica, Stati Uniti, Germania, Francia, Italia fornirono a Saddam le armi più distruttive e potenti. Anche quando il dittatore commise le peggiori atrocità e massacri, il governo americano gli promise armi di distruzione di massa. Vincere la guerra contro l’Iran avrebbe permesso alle grandi potenze occidentali di lavarsi le mani (agli occhi del mondo) considerando il conflitto una questione interna.
Ma il rais iracheno non aveva capito che era stato solo usato e che poi sarebbe arrivato anche il suo turno! L’occasione arrivò quando invase il Kuwait, convinto del fatto che l’America sarebbe rimasta neutrale vista l’alleanza anti-iraniana Usa-Iraq. Ma Saddam si sbagliava. Gli interessi in gioco erano troppi. Schierandosi in difesa del Kuwait, gli Stati Uniti avrebbero finito per controllare anche l’Iraq stesso impadronendosi di altri pozzi di petrolio. Parliamo della Seconda Guerra del Golfo (1990-1991) che Saddam perse.
Il rais sarebbe stato catturato, processato da uno “speciale” tribunale iracheno e condannato all’impiccagione solo il 30 dicembre del 2006, per crimini contro l’umanità . L’osceno spettacolo (in barba a quella democrazia di cui gli Stati Uniti tanto si vantano) è andato in onda nelle “civili” tv di tutto il mondo.
E l’Afghanistan? E Bin Laden? I talebani? Quelli che secondo il mondo hanno fatto crollare le torri gemelle al Word Trade Center non sono altro che studenti coranici addestrati in Pakistan per sfrattare l’Unione Sovietica dall’Afghanistan, con il “patrocinio” del governo americano che li ha sovvenzionati ed istruiti alla guerriglia.
Agli Stati Uniti conveniva che i talebani sconfiggessero i sovietici invasori dell”Afghanistan, una terra in posizione strategica per il passaggio dalle repubbliche musulmane ex sovietiche (Kazakistan, Tagikistan, Uzbekistan ecc.) verso l’Oceano Indiano dei gasdotti e degli oleodotti. Come nel caso dell’Iran, gli interessi erano troppo alti e si chiamavano gas e petrolio.
Per questo gli Stati Uniti hanno finanziato e addestrato Al-Queda, hanno fornito ai mujaheddin afghani missili Stinger e armi per combattere l’Armata Rossa con il consenso della CIA e del Pakistan (fonte: Time Magazine 1991).
Molti non sanno che tra Bush padre e la famiglia Bin Laden c’erano rapporti di affari prima della guerra. Bush senior (portavoce delle multinazionali americane dell’energia) utilizzava anche l’aereo privato del fratello di Osama, Salem Bin Laden, per “trattare” negli ambienti arabi del petrolio (fonte: Gianni Minà – Politicamente Scorretto – ed. S&K).
Ma una volta diventati più forti del previsto la cosa non è andata più bene all’onnipotente America.
Serviva un pretesto per dichiarare guerra all’Afghanistan ora che Bush figlio stava perdendo il controllo dei pozzi nel paese asiatico. E quale migliore occasione se non l’attentato dell’11 settembre?
Non mi sembra poi così assurda l’idea che qualcuno si è fatta del coinvolgimento dello stesso Bush nell’attentato… Certo è che se non fosse accaduta l’immane tragedia non si sarebbe mica potuta invadere d’improvviso l’Afghanistan…?!
E certo che è proprio strano che il paese più potente del mondo lasci che nei propri cieli, non ad uno, ma addirittura a 3 aerei (del 4° non se ne sa nulla…) venga permesso di sorvolare negli spazi aerei dopo esser stato comunicato alla torre di controllo un dirottamento in corso…
Penso che anche un paese non così militarmente attrezzato come gli States avrebbe abbattuto gli aerei in volo, sacrificando la vita di passeggeri ed equipaggio, pur di non mettere a repentaglio quella di 3000 persone poi cadute.
E questo a maggior ragione dopo che il primo aereo colpì una delle torri. Invece la NORAD, la Difesa aerea americana è rimasta a guardare… Dice di essere stata contattata solo 20 minuti dopo la notizia del dirottamento. I Caccia sono stati fatti partire solo dopo 32 minuti dopo che si era perso il contatto col primo aereo (fonte web: www.luogocomune.net – 11 settembre – di Massimo Mazzucco)
Perché l’aviazione civile ha tardato ad avvisare la Difesa? E perché la Difesa ha tardato così tanto a far alzare i suoi Caccia? E solo dopo che era stata colpita già la prima torre?
Questo in America? Il paese più potente del mondo? Uno Stato che ha sotto controllo tutto il pianeta non riesce ad avere il controllo dei suoi cieli? E della sede del Pentagono dove è caduto il terzo aereo? Vi sembra una cosa plausibile? Credibile?
Certo, se anche ci fosse l’ acquiescenza dell’uomo più potente della terra (cosa che diventa ancora più credibile se vediamo le immagini delle torri sbriciolarsi come per effetto di un’implosione controllata, che per un aereo finitoci dentro…), ciò non assolverebbe il criminale attentato alle torri gemelle e al Pentagono. Ma potrebbe però servire a chi si è fatta un’idea democratica, libertaria e “generosa” degli Stati Uniti e dei suoi governanti. Essi sono semplicemente quelli che hanno “tenuto vivi” i peggiori criminali della politica moderna, questo in Asia come in America Latina e Africa, e quel che più è peggio con il coinvolgimento della civile Europa.
In questo modo i mostri creati, istruiti, usati per far danno agli altri stanno facendo del male a chi li ha creati, istruiti ed usati. Cioè a noi, vittime ed arteifici del nostro stesso orrore infinito.
“Vi sono momenti nella vita in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre.”
Oriana Fallaci
Lina Pasca
07/09/09
MI PIACI QUANDO TACI
Voglio dar vita a questa nuova rubrica semplicemente perché adoro la poesia e credo nell’utilità della stessa. La poesia, meravigliosa arte di usare le parole e di farle nostre insieme al suono che esse stesse imprimono al periodo. La poesia riesce a trasmettere, forse come solo la musica sa fare, emozioni e stati d’animo. Nulla ci tocca più nel profondo e riesce a scuotere anche ciò che in noi è irrazionale, la nostra sfera emotiva, il nostro io. Porterò alla vostra conoscenza le poesie più significative che le anime più belle hanno creato. Dando forma alle parole e ai sentimenti, esse hanno trovato inconsapevolmente il modo per farci viaggiare dentro noi stessi attraverso l’introspezione dell’io. Grazie alla poesia ognuno di noi, anima e materia, può abbandonarsi alla bellezza dell’arte, all’ascolto del cuore e godere della soavità delle parole.Mi Piaci Quando Taci
Mi piaci quando taci perché sei come assente, e mi ascolti da lungi e la mia voce non ti tocca. Sembra che gli occhi ti sian volati via e che un bacio ti abbia chiuso la bocca.
Poiché tutte le cose son piene della mia anima emergi dalle cose, piene dell’anima mia. Farfalla di sogno, rassomigli alla mia anima, e rassomigli alla parola malinconia.
Mi piaci quando taci e sei come distante. E stai come lamentandoti, farfalla turbante. E mi ascolti da lungi, e la mia voce non ti raggiunge: lascia che io taccia col tuo silenzio.
Lascia che ti parli pure col tuo silenzio chiaro come una lampada, semplice come un anello. Sei come la notte, silenziosa e costellata. Il tuo silenzio è di stella, così lontano e semplice.
Mi piaci quando taci perché sei come assente. Distante e dolorosa come se fossi morta. Allora una parola, un sorriso bastano.
E son felice, felice che non sia così.
Pablo Neruda
…Perchè l’amore esiste… nella lontananza, nell’assenza, nel silenzio… e lì sopravvive, nell’affanno dell’essere.
Non c’è amore più grande di quello che parla da solo, fa rumore, confusione, trambusto… mentre attorno a te c’è la quiete.
Il rumore dell’amore vince la solitudine e la distanza, è luce nel buio, è sorriso nel pianto, è gioia nel dolore.
E’ ciò che esiste nell’occulto, nella sola solarità del cuore.
Amore che piange, sbraita, grida… urla all’idea dell’eterno silenzio.
A te, amore silenzioso.
Lina Pasca
24/08/09
CREDO IN TE, AMICO
Credo in te, amico
Credo nel tuo sorriso,
finestra aperta nel tuo essere.
Credo nel tuo sguardo,
specchio della tua onestà.
Credo nella tua mano,
sempre tesa per dare.
Credo nel tuo abbraccio,
accoglienza sincera del tuo cuore.
Credo nella tua parola,
espressione di quel che ami e speri.
Credo in te, amico,
così, semplicemente,
nell’eloquenza del silenzio.
Elena Oshiro
Dovrei ora commentare questa poesia. Ma credo che non ce ne sia bisogno.
E’ tutto chiaro. Tutto scritto nelle semplici ma significative ed esaustive parole dell’autrice.
Credo che l’amicizia sia amore, forse la forma d’amore più bella.
Credo che ognuno di noi si senta più al sicuro sapendo di poter contare su un amico.
L’amico è colui che ci dà, ma che non ci chiede nulla in cambio.
E’ colui di cui sentiamo il bisogno, a volte più dell’amato stesso.
E’ colui che ci dona sempre la sua spalla dove poter piangere.
E’ colui che ci dice che stiamo sbagliando quando stiamo sbagliando e che sorride per i nostri successi.
E’ colui che ci protegge e che ci mette in guardia se c’è un pericolo.
E’ colui che sta in silenzio e ci ascolta quando abbiamo bisogno di essere ascoltati.
Perché, se è vero che chi trova un amico trova un tesoro, credo di essere la donna più ricca del mondo.
Lina Pasca
01/06/09
CENSURIAMO LA CENSURA. CAMORRA ED EROI
Ieri sera sono rimasta estasiata, io che non guardo quasi mai la tv, nel seguire lo speciale di Fazio “Che Tempo Che Fa”, ospite Roberto Saviano. Davanti al video era come ipnotizzata, un automa. Completamente presa, immersa, rapita dalle parole di un grande, “parole non parole” perché trovano sostanza nei fatti. I fatti raccontati in Gomorra, best seller da 2 milioni di copie.
Mi ha sorpreso che Saviano innanzitutto parlasse non della camorra fine a se stessa, ma del ruolo che i media hanno nello sminuire la pericolosità di tale fenomeno. Ciò nel momento in cui, anzichè raccontarne gli eventi, ne vanno ad esaltare “sfumature” totalmente prive di rilevanza sociale e giudiziaria.
Ancor più grave è la responsabilità che “alcuna” carta stampata ha nel permettere che si possa dimenticare o che si possa ricordare attraverso la diffamazione gente che a causa della mafia ha perso la vita.
Certo, questo non è il processo alla stampa. Per fortuna, c’è stampa e stampa. Ma i titoli che apparivano sui monitor in trasmissione possono indurre ad affermare che la stampa che è in mano alle mafie esiste. Così come esistono politici pilotati dalla camorra nelle amministrazioni, burattini nelle mani dei boss (e da essi sostenuti durante le campagne elettorali…), così come esistono settori dell’economia e della finanza “inquinati” dagli infiltrati, uomini il cui compito è quello di fare gli interessi del boss e quindi dell’intera organizzazione criminale (la cosiddetta “camorra imprenditrice”).
Sono esistiti, è noto, eroi che hanno perso la libertà o addirittura la vita per combattere contro quella che è la vera mmunnezza del meridione (e non parlo di rifiuti…). I vari Falcone, Borsellino, don Diana, poliziotti e carabinieri il cui ricordo non ha mai smesso di vivere nel cuore di chi li ha amati, gente a cui sono state intitolate piazze e strade, ma che poi è stata diffamata. In che modo? Perché? Perché se un quotidiano anzichè render noto i fatti e i nomi di coloro i quali si sono macchiati di reati connessi a pizzo ed estorsione, droga, omicidi e stragi, andandoli a “condannare” pubblicamente, scrive sulla prima pagina che due boss sono considerati degli “sciupafemmine” perchè desiderati da donne avide di potere e di denaro, in quello stesso istante Falcone, Borsellino, don Peppe e gli agenti muoiono per la seconda volta! Come si fa a dare risalto alle doti amatorie di due assassini mentre chi ha contrastato questa gente ha perso la vita, è stata da loro massacrata? Come può far questo un quotidiano, che ha il dovere etico e morale di dare attraverso l’informazione il giusto riguardo e rispetto per chi ha combattutto contro ciò che danneggia lo Stato, quello stesso Stato in cui tutti noi italiani viviamo, inclusi i suoi direttori?! Che vergogna!
Che senso ha allora intitolare una piazza o un monumento ad un magistrato sacrificatosi per questo Paese, dar vita a celebrazioni in memoria di un prete trucidato, mettere sotto scorta altri giudici, imprenditori onesti o giornalisti, togliere il padre a bambini innocenti, se poi c’è chi si prende la briga di scrivere nella prima pagina di un quotidiano, e ripeto, un quotidiano, non sul diario segreto di una quindicenne, che il tale boss è un latin lover?!
E ancora più grave è che a questi soggetti si permette di fare il loro mestiere (servendosi di un mezzo pubblico) per fare politica, la loro politica, la politica della camorra, mentre chi va in tv a denunciare questo schifo che è la mafia viene “bacchettato” dal magistrato di turno, perchè colpevole di eccessivo presenzialismo??!!
Il PM Antonio Ingroia, proprio oggi e riferendosi alla trasmissione di Fazio, consiglia a Saviano di “…rilanciare la sua immagine avendo intelligenza e consapevolezza tali da non farsi consumare dal sistema mediatico”. Lo esorta a “…non diventare personaggio mediatico e prigioniero dell’icona che viene diffusa e a non approfittarsi del personaggio che si è costruito…” (fonte Ilgiornale.it del 26/03/09).
Il magistrato Ingroia non commenta le prime pagine dei quotidiani di Terra di Lavoro (?), non bacchetta i suoi direttori, bacchetta Saviano!!!
Perchè è andato in tv a dire che la stampa si è dimenticata di Salvatore Nuvoletta, carabiniere di 20 anni ucciso dalla camorra perchè ritenuto colpevole dell’uccisione del nipote di un boss e purtroppo con un cognome suo malgrado disonorevole…
Perchè ha osato ricordare che la stampa locale aveva definito addolorati i camorristi per la vicenda del piccolo Tommy (che gran cuore…!).
Perchè ha ricordato Annalisa Durante, la cui adolescenza è stata atrocemente spezzata in uno dei vicoli degradati di Forcella.
Perchè ha urlato la sua rabbia contro chi ha scritto che don Diana andava a letto con le donne…!!! O che era un camorrista!!!
No, non ci può essere vergogna più grande!
Il PM esorta Saviano a darsi una ridimensionata, non esorta la gente a “diventare” Saviano, a farsene esempio, bandiera. No. Non lo fa. Lo accusa di protagonismo!
E come possiamo aspettarci che i Casalesi non si nascondano dietro la frase “…l’ha voluto lui…”, riferendosi alle minacce, o “…poteva farsi i fatti suoi…” se un magistrato, uomo di legge, uomo colto, uomo dello Stato, ribadisce che il Saviano è troppo presente?! Troppo presente…
Cosa ci possiamo mai aspettare dai Casalesi, nati, cresciuti, permeati in quella mmunnezza, in essa permeati, se un uomo che dovrebbe fare della legalità, del rispetto della legge e della lotta all’omertà la ragione della sua vita, rimprovera Saviano?!
Se fossimo tutti dei Roberto Saviano, se fossimo tutti dei don Diana, se scorresse nelle nostre vene anche una minima parte del loro sangue forse si, forse sì che si potrebbe cambiare il mondo…. Che sogno, che utopia, una chimera…
Stamattina, invece, i ragazzi intervistati a Casal di Principe, quelli per intenderci che hanno detto che Saviano poteva farsi i fatti suoi e che “…non è vero che nel loro paese esiste la camorra…”, che si sta bene, (che oasi felice…!), sapranno che un uomo di legge (quindi uno che ne sa più di loro…) ha bacchettato lo scrittore. Con parole diverse, (perchè il bagaglio culturale del magistrato non è limitato come il loro… e quindi con padronanza del lessico italiano…) Ingroia ha detto ciò che volevano dire loro! Cioè che un uomo del genere ha soltanto contribuito a danneggiare il loro paese, l’ha mercificato e diffamato (ah, ecco che ritorna la famosa diffamazione di cui parla Saviano….).
Per fortuna esistono anche altri giovani. Quelli che hanno sfilato nei cortei a Casale e a Napoli, quelli che fanno parte dell’associazione Libera, quelli che scrivono su Narcomafie, che si espongono, che sognano, quelli che guardano al futuro, quelli che studiano Legge, magari per bacchettare un giorno i cattivi dell’Inferno dantesco (i direttori dei quotidiani incriminati, per intenderci…) e non gli eroi del Paradiso…
Mi piacerebbe che oggi uno dei tanti giornali nazionali dedicasse una pagina al testo scritto da don Diana nel lontano ‘91, il cui titolo non è “Per amore della mia donna non tacerò”, ma è “Per amore del mio popolo non tacerò”, dove l’amore verso un popolo intero è sicuramente più grande, immenso direi, rispetto a quello che si può provare per una donna.
E’ una sorta di amore incondizionato, senza limiti, senza pretese. Lo stesso amore universale che ha avuto Gesù Cristo quando è morto su una croce sacrificandosi per noi. E Gesù Cristo è stato, ricordiamolo, il più “grande diffamato” nella storia dell’umanità…
L’amore per una donna (facciamolo presente a qualche “smemorato” direttore) ti dà anche, l’amore verso un popolo ti toglie, e al popolo non chiede nulla.
Ma trovare oggi una pagina del genere su un quotidiano non sarà possibile. Non è di moda. Non fa tendenza, anzi non è trendy, direi con terminologia adolescenziale. E poi cosa vuoi che importi a quelli che vivono a Desenzano del Garda o a Trieste ciò che succede nel mio sud, il mio amato sud?!
E’ vero, ma ciò però non impedisce a noi di farlo…
Alcuni passi del discorso:
“PER AMORE DEL MIO POPOLO”
Siamo preoccupati
Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra.
Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”.
Coscienti che come chiesa “dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che é la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà”.
La Camorra
La Camorra oggi é una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana.I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato.
(…)
Vi sembrano parole scritte da un camorrista?
Con questo documento don Diana ha firmato la sua sentenza di condanna.
E’ stato assassinato il 19 marzo 1994. Era nella sacrestia della Chiesa San Nicola di Bari a Casal di Principe mentre si accingeva ad officiare la Messa. I quattro colpi sparati dai due killer non gli hanno dato scampo. E’ morto all’istante.
Wikipedia, nella sua biografia, lo definisce “vittima innocente della camorra”.
Un giornale l’ha definito “camorrista”.
Quando ha fatto ciò l’ha ucciso un’altra volta.
Ma tra poco è Pasqua. Chi è cristiano sa che la Pasqua è la rinascita, è la rivincita della morte sulla vita.
Sia Pasqua ogni giorno nei nostri cuori. In esso siano presenti sempre e per sempre Falcone, Borsellino, don Diana, carabinieri e poliziotti massacrati per servire lo Stato. Se sarà così nessuno potrà permettersi di “bacchettarci” se parliamo….
Questi eroi parleranno per noi…
Oggi Roberto Saviano parla per noi…
Con il loro sangue, con il loro ricordo, con le loro gesta sarà ogni giorno una nuova Pasqua…
Lina Pasca
26/03/09
IL MIO SUD
Tra un paio di mesi saranno giusto due lustri che il freddo Piemonte mi ha adottata. Da quando, per amore, lasciai la mia terra natia, in quel di Aversa, e qui mi trasferii. Ora, infatti, vivo ad Ivrea, verde cittadina immersa nel Canavese, in provincia di Torino. La città che ha dato i natali, nel lontano 1868, a Camillo Olivetti. Una città, quindi, che ha visto un ampio sviluppo tecnologico e toccato l’apice della produttività negli anni ‘70, per vivere poi quella che da locale sarebbe diventata una crisi economica nazionale, e oggi, addirittura mondiale. Al di là del punto di vista economico-politico che ormai accomuna l’Italia tutta (da nord a sud), è nella vita quotidiana e nei suoi molteplici aspetti che la differenza tra settentrione e meridione è abissale. Quello che più “spaventa” è che col passare del tempo ti abitui così tanto a questo modo di essere che a certe differenze neanche più ci fai caso. Questo almeno fino a quando poi non fai un saltino dalle tue parti (magari per le feste…) e ti ritrovi, tutto ad un tratto, catapultato in un altra realtà, realtà che fino a pochi anni prima è stata la tua realtà. Da dove comincio??!! Potrei iniziare a parlarvi delle strade…
Quando ho visto per la prima volta Ivrea quello che più mi ha colpita delle strade cittadine è stata la segnaletica! Sì, la segnaletica. Avete presente i disegni contenuti nei manuali delle scuole guida, quelli per intenderci, dove le strisce pedonali sono tutte perfettamente rettangolari e di un bianco candido come appena stese? O il disegno della cosiddetta “isola di traffico” su cui son piantati fiori multicolori e dove il segnale dell’obbligo di svolta a destra è perfettamente piazzato in corrispondenza del lampeggiante serale (mai non funzionante, né tantomeno colpito da qualche proiettile vagante…)?? O il semaforo dove (udite, udite….) tutti si fermano al rosso, mentre chi ha il verde passa (!!!!), a meno che non si fermi anch’egli alla vista di un pedone che deve attraversare da una pista ciclabile ad un’altra??? Ecco, se siete dei neo patentati o avete un’ottima memoria, sappiate che quelle strade che avete osservato sui manuali della scuola guida sono le strade del nord! Spazzatura? Caliamo un velo pietoso… Le strade sono talmente curate che addirittura settimanalmente, oltre ad essere pulite, vengono lavate!!! Giuro! Ogni lunedi bisogna lasciarle sgombre perchè passa un camioncino che, grazie a delle spazzole laterali, lava (con vera acqua…) le strade agli angoli del marciapiede. Inoltre, gli addetti ai lavori svuotano quotidianamente i cestini (piazzati in ogni angolo) nei quali delle persone normali (non eccezionali!) gettano fazzolettini, lattine o involucri dei gelati, proprio lì, non in terra! E dove ti senti morire quando vedi che una persona dopo aver bevuto la sua Fanta la lascia abbandonata per strada e sentendola parlare ti accorgi che il suo accento è il tuo accento. E’ così. E’ triste, ma è proprio così. E’ una questione di senso civico. So che magari questo scatenerà le ire di chi si sente preso di mira con la solita storia che i nordici sono più civili… Ma credetemi, di gente ne ho vista e ne conosco tanta e ho capito che chi è radicato in una certa mentalità e non ne ha mai sofferto (ma in essa si è plasmato) difficilmente (se non mai) riuscirà a liberarsene. Sarà perchè magari quando vivi con metri di spazzatura sotto la finestra di casa ti sembra anche inutile buttare la lattina nel cestino. Entri a far parte di un circolo vizioso dove la “non speranza” ormai la fa da padrone. Questo è vero. E sacrosanto. In un posto, come quello in cui vivo io, dove devi differenziare di tutto e dove l’omino del comune viene anche a mettere il naso (nel vero senso
del termine) nel bidone arancione dell’indifferenziata per vedere se sei stato “bravo” e nel caso contrario fa anche la multa all’intero condominio, la voglia di tenere la città pulita ti deve venire per forza. Ma è con la speranza che dobbiamo andare avanti. Dobbiamo crederci noi gente del sud. We can, we can, we can… Con scelte politiche oculate, con ottimismo e voglia di cambiare possiamo farcela. Come diceva il grande De Filippo “addà passà a nuttata”! E facciamola passare questa nottata! Ma facciamo in modo, giovani e meno giovani, che l’alba possa dar vita ad un giorno caldo e luminoso in cui le idee di innovazione di gente motivata, e perché no, anche un pò sognatrice, possa dar vita a nuovi spunti, nuove idee, progetti di riscossa. Certo è che qui son belle le strade, le segnaletiche, i semafori… ma quello che è sicuro (e su cui posso tagliarmi la testa!) è che l’animo del meridionale non lo ritrovi in nessun nordico. Mi hanno adottato i “piemunteeisi”, mi vogliono bene come io ne voglio a loro, è brava gente. Mi hanno aiutato a superare i brutti momenti che ho vissuto, ad esorcizzare la solitudine, la tristezza e la malinconia di chi ha lasciato le proprie radici, un dolore sordo che solo chi è emigrato conosce. Ma al di là di ogni concetto e preconcetto, vi assicuro che gente col “cuore” dei campani non esiste da nessun’altra parte d’Italia. Sarà un luogo comune, lo so… ma credetemi è anche una realtà. Il calore, quello vero, è solo nostro. Quello della vicina di casa che ti porta qualcosa da mangiare se sei a letto ammalato, quello delle mamme del sud che la domenica preparano faraonici pranzi anche per 15 persone (e che durano ore…) pur di avere tutta la famiglia unita. Quello delle feste, Natale, Pasqua, quando per strada senti diffondersi nell’aria il profumo dei carciofi arrostiti, di pastiere e casatielli … Quello delle nostre risate e dell’umorismo per niente english di chi ha avuto come “padri” Totò e Peppino… Quello di chi per vivere deve imparare “l’arte dell’arrangiarsi” e che mette su una pantomima solo per venderti qualcosa nelle tipiche stradine dei quartieri. Tutto questo (e di più) siamo noi. Spazzatura, camorra (o gomorra, scegliete voi…), strade dissestate, degrado sociale e/o culturale, mancanza di strutture e disorganizzazione… malgrado tutto questo sono e sarò sempre fiera di avere nelle vene il sangue caldo del sud.
Il mio sud.
Lina Pasca 07/02/09
SI, VIAGGIARE…. MA NON CON TRENITALIA
Il giornalista è per mestiere quello che racconta i fatti, o avventure e disavventure di qualcun’altro.
Oggi racconto la mia disavventura. E lo faccio per denunciare il degrado e la disorganizzazione delle ferrovie italiane e di conseguenza lo stato di abbandono in cui io, da utente, non da giornalista, mi sono ritrovata.
Ho avuto la sfortunata idea di utilizzare il treno, io che viaggio spesso in aereo, per raggiungere Aversa, mia città natia , da Torino, provincia di adozione.
Ho prenotato tre posti per me e le mie due gemelline di 7 anni sull’Intercity Torino – Salerno di mercoledì 29 luglio.
Ora di partenza 11:05. Ora di (ipotetico) arrivo 20:15.
Un bel po’ di ore, ho pensato. Ma tutto sommato, le bimbe oramai son grandicelle, con un po’ di musica in cuffia e qualche giochino alla Play Station, magari riuscirò a farle passare il tempo. E soprattutto le convincerò del fatto che un viaggio così lungo sia il prezzo giusto da sostenere pur di rivedere i nonni (che tanto mancano loro, destino comune agli emigranti) una, due volte l’anno.
Il treno parte con regolarità. Tutto nella norma, ho pensato. Ma, a parte l’orario di partenza da Torino, ho cominciato ad avere qualche dubbio sulla sostenibilità del viaggio quando mi sono accorta che l’aria condizionata funzionava a tratti, 15 minuti no, 5 minuti sì, e quando funzionava era talmente irrilevante la sua potenza che per rinfrescarti dovevi piazzare la faccia praticamente sulla griglia e sperare che non decidessi di venir meno proprio quando il viso cominciava a ritemprarsi.
Sono passati tre controllori in questo frangente. Due gentili signorine e uno del sesso forte. A tutti e tre ho chiesto se potesse aumentare la potenza dell’aria condizionata. Tutti e tre hanno cortesemente risposto che l’avrebbero fatto direttamente dalla cabina principale. Nessuno dei tre l’ha fatto. Tutti e tre mi hanno chiesto di visionare il biglietto. Ovviamente pagato: 112 € per me e due bambine , solo andata (circa 220 mila delle vecchie lire).
Cominciavamo a scioglierci come ghiaccio al sole, ma il peggio doveva ancora arrivare. E non ha tardato ad arrivare. Siamo arrivati alla stazione di Grosseto. Diciamo che da lì non siamo più ripartiti se non dopo un’interminabile ora e mezza.
Dieci minuti, venti, trenta. Aria condizionata spenta, fermi lì, sotto un sole cocente, un sole che attraversava gli spessi teloni ai finestrini e noi lì che cominciavamo a chiederci di che morte dovevamo morire.
Ad un certo punto una vocina dal microfono ci informa che, a causa di problemi tecnici, il treno sarebbe ripartito dopo un’ora e mezza. La gente sbigottita ha cominciato ad agitarsi e soprattutto a cercare qualcuno a cui chiedere spiegazioni . Ma nulla. Nessun ferroviere all’orizzonte.
Dopo una manciata di minuti ancora la vocina. Avvertiva che, “a causa di un surriscaldamento del vagone n. 6” (io ero nel 7), “era necessario il distaccamento del vagone del treno”. In sostanza – ha proseguito l’anonima vocina – tutti i viaggiatori del vagone n. 6 dovevano abbandonare la carrozza armi e bagagli e scendere in stazione.
Mormorio, disagio, sconforto. Gli sfortunati hanno preso tutto quello che avevano e sono scesi. Nello stesso tempo , la stessa vocina invitava tutti i passeggeri del treno a rimanere ai propri posti e (forse per non affollare la piccola stazione di Grosseto) a non scendere dal treno! Ricordo che fuori la temperatura sotto il sole si aggirava attorno ai 35 gradi, ma l’umidità rendeva la percezione fino ed oltre a 40 gradi.
Noi “reduci” eravamo lì, nei nostri vagoni infuocati, il sole che trapassava le tendine e i nostri corpi e tutto questo senza aria condizionata. Se avesse funzionato anche regolarmente, il treno aveva comunque i motori spenti , e con i motori spenti niente aria.
Le mie bambine, già magroline di natura, cominciavano letteralmente a sciogliersi. Vedevo le gocce di sudore scendere dalle loro tempie e mi chiedevano perché non potevano scendere. Avevano caldo e sete. Già, l’acqua!
Con tali temperature è ovvio che i 2 litri d’acqua che avevo portato con me presto erano andati ad esaurirsi. La comprerò sul treno, avevo pensato. Mi sbagliavo.
Il carrellino porta vivande che passava ogni paio di ore e che nei caldi ultimi giorni di luglio dovrebbe contenere (eh si, dovrebbe) l’acqua più di ogni altra cosa, non l’aveva. Era terminata .
Noi lì ad arrostirci come polli allo spiedo, senz’acqua. Il venditore ci diceva di avere solo coca-cola ed aranciata (tutt’altro che dissetante!), ma comunque con quelle temperature erano le uniche bevande che ci permettevano di rinfrescarci. Costo di ogni lattina € 2.60. Le mie bimbe chiedevano acqua in continuazione e io per “dissetarle” davo loro aranciata e coca-cola , bibite che più di ogni altra contribuiscono a far venir sete. Ho chiesto all’addetto quando avrebbe provveduto a rifornirsi d’acqua. Mi ha risposto che sarebbe successo a Roma. Non è accaduto. Dell’acqua nemmeno l’ombra.
Aspettate lettori… ancora la vocina! Questa volta ci diceva che a causa di… anzi no, stavolta il motivo non ci è stato comunicato, il treno avrebbe finto la sua corsa a Roma, anzichè a Salerno! A Roma?!? Come a Roma? Ho prenotato tre posti su un Intercity per farmi trasportare a Napoli, e voi mi lasciate a Roma?
Sgomento…. “bagagli pesanti e due bambine al seguito arrivo a Roma e poi dovrò cercarmi un altro treno”, ho pensato angosciata…
Passa ancora il tempo e… di nuovo la vocina! Questa volta per comunicare che, “contrariamente a quanto già annunciato, il treno non avrebbe fermato la sua corsa a Roma, ma avrebbe proseguito per Napoli…”.
Bella notizia, ho pensato. Finalmente qualcosa di buono in questa giornata da dimenticare. Stranamente però i viaggiatori diretti a Roma sono stati dirottati su un altro treno, un regionale. Non mi chiedete perché. Non lo so!
Nel frattempo, io, le bambine e gli altri sventurati passeggeri speravamo di ripartire. Ma dovevamo attendere la “manovra” . La parte della testa del treno doveva staccarsi dal vagone n. 6 questo doveva essere staccato dalla coda del treno, doveva essere portato su altri binari, e la parte della testa, doveva ritornare indietro e ricongiungersi alla sua metà. Tutto questo, Signori, sempre senza aria condizionata, sempre col sole che fuori spaccava le pietre , e nel vagone i nostri cervelli mentre continuavamo a sperimentare la tragica esperienza della sauna ferroviaria.
Singolare il fatto che dei controllori non ho visto più nemmeno l’ombra. Le gentili donzelle e il prode cavaliere non sono più passati a controllare se eravamo forniti dei biglietti. Si saranno liquefatti anche loro sotto il sole… che coincidenza!
Manovra fatta … si riparte! Dopo 190 interminabili minuti, il treno ha ricominciato la sua corsa. Alle 18 dovevamo trovarci a Roma. Alle 17:40 siamo invece solo ripartiti da Grosseto.
Nel frattempo, causa coca-cola ed aranciata, a mia figlia è sopraggiunto un bisogno fisiologico. “Mamma, devo far pipì”, ha pronunciato. Mai una frase così naturale ha destato in me tanta preoccupazione, visto che prima mi ero servita io stessa della ”pulitissima” toilette del treno.
Arrivate in bagno, la prima sensazione che mi è venuta (chiedo scusa al lettore) è stata quella del vomito!
La puzza, Signori miei, era insopportabile. In bagno solo sporcizia, escrementi, oggetti luridi e fatiscenti , senza carta, senza sapone, senz’acqua. E’ stata l’unica volta in cui avrei preferito che mia figlia se la facesse addosso. Ho dovuto far venir fuori tutte le mie doti da “ginnasta” per prendere in braccio mia figlia e con l’abilità che solo una madre preoccupata per la salute della propria creatura può avere, sono riuscita a farle liberare il pancino senza che potesse venire in contatto con quell’orrore. La mia bimba nel frattempo si otturava il nasino con la mano per non sentire l’odore. E con l’intelligenza unita all’ingenuità che solo un bambino può avere mi ha chiesto perché il bagno era così sporco se la mamma aveva pagato il biglietto. “Mamma, a casa non si paga niente per andare al bagno” – mi ha detto – “ma a casa è pulito. Perché hai pagato?” Le ho risposto che me lo stavo chiedendo anch’io.
Siamo tornati al vagone . Di nuovo la vocina. Di nuovo lo sconforto: “Annunciamo che il treno non si fermerà più ad Aversa come previsto e che i signori viaggiatori lì diretti dovranno scendere a Villa Literno dove troveranno un treno di coincidenza che li porterà ad Aversa”.
Cosa?!? Io, da sola, priva di forti braccia maschili, con due bambine, e tre pesanti valige, devo scendere alla stazione di Villa Literno e risalire su un altro treno, quando invece ad Aversa avrei trovato i miei familiari ad aiutarmi? No, non potevo crederci. Non ce la facevo più. Mi sentivo di svenire. Caldo, stanchezza e sgomento… e due bimbe che cominciavano ormai distrutte a piagnucolare… stavo per crollare.
Con la solidarietà tipica della nostra gente, ho trovato fortunatamente persone che si sono offerte di aiutarmi. E così alle 22 siamo arrivati a Villa Literno. Io, bambine e valigie giù. Del treno promesso neanche l’ombra.
Un viaggiatore, il cui volto già disegnava la rabbia del momento, ha chiesto al capotreno (resuscitato): “Dov’è il treno?”. La risposta? È stata: “Non lo so!”. Come non lo sa? Ha chiesto il tipo. E a che ora arriva, almeno? La risposta è stata: “Non lo so!” Eravamo sul binario 2. Gli ho chiesto se almeno sapesse su quale binario doveva arrivare quello per Aversa. La risposta è stata la seguente: “I binari sono 3, uno vale l’altro!” Cosa??? Uno vale l’altro? Con tre bagagli che pesano più di me e le mie figlie messe insieme mi sposto a fatica magari al binario 1 per poi sentirmi dire che il treno arriva al binario 3!! Ma che risposta è? Mi sono chiesta, e l’ho espressamente detto al signore in questione, com’è possibile che in Italia ci sono tante persone intelligenti senza un lavoro e poi si offre un posto di lavoro ad un emerito imbecille?
Qualcuno forse starà pensando che avrò perso la calma pronunciando tali parole e che anche negli scontri va sempre utilizzato il senso civico così come l’educazione.
Ma, cari lettori, si tratta solo ed esclusivamente di buon senso. Come si fa a dare una risposta del genere? Questi sono i controllori e i capotreni delle nostre ferrovie? Che vergogna… che disastro! Che meravigliose risorse umane nelle nostre ferrovie!
Credete che sia finita? No, Signori!
A Villa Literno nessuno sapeva di questo treno che ci avrebbe riportato ad Aversa! La mia angoscia cresceva. Sentivo il pianto disperato delle mie bimbe ormai distrutte- Ho creduto di impazzire. Finalmente un’altra vocina ci comunicava che un treno diretto ad Aversa si sarebbe eccezionalmente fermato a Villa Literrno. Dio gratias.
Ho fatto mio il pensiero di tutti.
Quanto alla pulizia, credo che neanche delle baraccopoli degli immigrati la situazione igienico-sanitaria sia uguale a quella dei nostri treni. Mancavano solo le zecche e avremmo completato l’opera.
Il ritardo che in alcuni casi può essere giustificato in questo non ha spiegazioni né giustificazioni.
Le ferrovie italiane sono uno schifo.
Ferrovie dello Stato o Trenitalia non è cambiato nulla.
Proprietà dello Stato o compartecipazione privata, è tutto uguale, tutto semplicemente uno schifo.
Se qualcuno dall’alto rende tutto questo possibile lo fa con la speranza e perché vuole dirottare gli italiani sull’alta velocità, sta sbagliando di grosso.
I prezzi della Tav non sono assolutamente competitivi e se spostarmi da Milano a Napoli in Freccia Rossa vuol dire spendere la stessa cifra di un volo da Malpensa su Capodichino, le nostre ferrovie resteranno sempre chiuse nel loro insulso sistema. Sono destinati a morire.
I nostri politici fanno le loro campagne elettorali sui treni per dimostrare di essere vicini alla gente.
Li vorrei vedere, Berlusconi e Franceschini, sul treno che ho preso io!
I nostri governi, centro, destra, sinistra, sopra, sotto, pensassero a liquidare i dirigenti di Trenitalia senza buone uscite da capogiro visto il degrado, la sporcizia e, ripeto, “lo schifo” che ho visto io mercoledì 29 Luglio.
Invito i signori dirigenti delle Ferrovie Italiane a rispondere al mio articolo con qualcosa di più interessante dei loro stipendi.
Dovrebbero soltanto vergognarsi di come gestiscono un ente simbolo del trasporto in Italia.
Una banda di buffoni! Siamo ridicolizzati in Europa e nel Mondo per svariati motivi, ma dare su un piatto d’argento ai nostri fratelli stranieri l’opportunità di criticarci e di distruggere anche il turismo, settore che vista la bellezza delle nostre coste, dovrebbe essere al top.
Si è da poco concluso il G8 a L’Aquila. Chissà cosa avrebbero pensato Obama e gli altri grandi nel viaggiare in quello scempio in cui ho viaggiato io.
Ah, già… Loro sono il top!
Io sono solo una normale, ordinaria, e stanca viaggiatrice italiana.
Lina Pasca
03/08/09
DON PEPPINO, PATRIMONIO DA CUSTODIRE
Son passati poco più di quattro mesi dal mio articolo “Censuriamo la censura. Camorra ed eroi” e già mi tocca ritornare sull’argomento per far sì che si ristabilisca di nuovo “l’ordine” sulla figura di un vero eroe italiano, don Peppino Diana, sacerdote massacrato nella sua parrocchia di Casal di Principe il 19 marzo 1994 dal clan dei casalesi.
Questa volta a infangarne la memoria non è stato un giornale locale, né un camorrista qualunque, come già avvenuto in passato, ma uno che i camorristi li difende, l’onorevole Gaetano Pecorella.
Avvocato penalista, nonché Parlamentare del PDL , Pecorella aveva difeso nelle aule di tribunale Nunzio De Falco, il mandante dell’omicidio del prete anticamorra. Secondo il parlamentare, la morte del sacerdote non si può considerare come un segnale chiaro ed inequivocabile profuso dalla camorra, perché il movente di quel barbaro assassinio non è stato ancora definito e bisogna ancora accertare se si tratti di un regolamento di conti o di uno sgarro.
Secondo la tesi di Pecorella, tra i moventi indicati, agli atti del processo, ce ne sono tra i più diversi. Qualcuno ha parlato di una vendetta per gelosia perché gli “piacevano le donne”, qualcun’altro perché conservava le armi dei clan.
Il politico si sbaglia di grosso. Se è vero che nel processo di primo grado egli è stato il difensore di un camorrista spietato e mandante dell’omicidio (e sappiamo che ogni legale è tenuto a difendere il proprio assistito anche quando questi viene colto con le mani nella marmellata), è anche vero che il processo è finito da un po’, e la tesi di Pecorella è stata letteralmente spazzata via da una sentenza della Cassazione. Essa ha confermato la condanna all’ergastolo per due esecutori materiali e a 14 anni di carcere, perché pentito, per il terzo esecutore materiale. Quella sentenza giunta nel marzo 2004 ha stabilito che il sacerdote è stato assassinato per il suo impegno anticamorra. Sarebbe ora che l’avvocato Pecorella posasse nell’armadio la sua toga visto che il processo è finito da un po’. Non c’è bisogno di difendere De Falco a vita. Per fortuna, uomini di giustizia, della vera giustizia, il camorrista assassino di un martire l’hanno sbattuto in galera dove spero finirà i suoi giorni.
Sembra singolare il fatto che l’onorevole Pecorella sia oggi presidente della Commissione di Inchiesta sul Ciclo dei Rifiuti. Cioè di un mondo dove la camorra l’ha fatta, e si suppone la faccia ancora, da padrona. Perché credete che le strade delle nostre città siano state (e in alcuni casi ancora sono) inondate dalla “monnezza”? Perché dove c’è smaltimento c’è denaro, dove ci sono gli affari c’è la camorra. Certo è che se un onorevole del nostro Parlamento dirige una commissione che dovrebbe indagare sui rapporti rifiuti-criminalità e poi difende un camorrista, e se dopo sentenze passate in giudicato e pronunciamenti della magistratura i camorristi li difende ancora, siamo belli che rovinati!
Forse però c’è qualcosa che vale ancora di più delle sentenze giudiziali, e sono le sentenze dell’opinione pubblica. Sono state circa 150 mila le persone che sono scese in piazza dal 19 al 21 marzo, tra Casal di Principe e Napoli, nell’annuale appuntamento di Libera per ricordare le vittime di mafia.
A questo punto si potrebbe proporre una nuova mobilitazione. Scendere magari tutti in piazza per gridare nuovamente basta alle squallide insinuazioni su don Diana. Basta con le diffamazioni usate per delegittimare chi lotta e muore contro la mafia, com’è avvenuto con don Puglisi o Falcone. Basta con queste insinuazioni che servono a delegittimare la figura morale di coloro che servono ai giovani come esempi. Dei veri modelli per le generazioni future che attraverso le figure di questi eroi possono sperare di cambiare la triste realtà presente nei nostri territori violentati.
Il mio precedente articolo aveva come titolo “…Censuriamo la censura…” Questa volta mi sto chiedendo: fermo restando che bisogna tutelare la libertà di espressione e di parola, ma non sarebbe meglio che certi personaggi si auto-censurassero di tanto in tanto? Eviterebbero di fare brutte figure e soprattutto di ottenere l’opposto di ciò che ipotizzavano determinasse il proprio intervento.
Ancora una volta si è capito come don Diana sia stato martire ed eroe, come attestano non una ma numerose sentenze. E come il modello e l’esempio di don Peppino siano eredità per tutti, giovani e meno giovani, patrimonio collettivo della coscienza civile non del Sud ma dell’Italia tutta. Patrimonio che, come tutti i tesori, va custodito, tutelato e difeso. Sempre e per sempre.
Lina Pasca
05/08/09
LA TERRA TREMA, IL CORROTTO NO
A poco più di tre mesi dal terremoto che ha scosso l’Abruzzo e causato quasi 300 vittime, il mio pensiero va ad un altro movimento sismico, quello del 23 novembre 1980. A farne le spese, i cittadini dell’Irpinia. Parliamo ancora una volta, e ancora tristemente, del nostro amato sud.
Avevo 6 anni quella domenica sera di 29 anni fa, lo ricordo come fosse ieri. Nel lettone dei miei a guardare la Domenica Sportiva, i successi (e gli insuccessi) della squadra del Napoli.
Fu durante uno di quei servizi alla televisione che tutto intorno a me cominciò a “ballare”. Non avevo mai visto né sentito una cosa del genere, non sapevo se averne paura o meno. Ma la mia indecisione durò meno di un secondo. Fui prelevata da mia madre e in un istante tutti sulle scale a scappar via veloci dal quarto piano dello stabile e forse, pensavano i “grandi”, dalla morte…
Ricordo, come fosse ieri, l’immagine delle scale che non stavano ferme. Ballavano anch’esse come il resto di tutto ciò che mi circondava. Arrivati in strada, la coscienza della salvezza.
Gli altri miei ricordi sono legati ai disagi vissuti in quel periodo. Ricordo di aver dormito in macchina sul piazzale del cimitero di Aversa, in provincia di Caserta, ricordo di aver dormito sempre in macchina nel piazzale ora antistante la Caserma dei Carabinieri della stessa città.
Ma noi siamo stati i fortunati. Rispetto a ciò che accadde in Irpinia, noi abbiamo vissuto un “diversivo”.
Nei paesi di Lioni, Sant’angelo, Caposele, Calabritto, Conza, ed altri paesi situati al confine tra la Campania e la Basilicata, la scossa di magnitudo 6.8 della scala Richter causò 2.735 morti, 8.850 feriti. Un’ apocalisse, 36 i paesi rasi al suolo.
Se è vero che non si può prevedere un terremoto, è anche vero che la responsabilità degli amministratori locali a gestire la geometria di un paese senza piani regolatori fu palese.
Nessun politico tutelò la vita di chi in quei paesi ci viveva, di chi in quei paesi la vita la perse.
La morte di quasi 3.000 persone fu la ricchezza per altri. Su quelle macerie, politici democristiani prima e socialisti poi fecero altro scempio e costruirono nell’ordine il proprio potere. La spesa per la ricostruzione fu allargata a macchia d’olio così come l’area d’intervento.
Grazie ad un’inchiesta avviata da Montanelli nel 1990 sulle pagine de il Giornale, fu costituita una Commissione Parlamentare d’inchiesta definita “Mani sul terremoto”, presieduta da Oscar Luigi Scalfaro.
Siamo nel 1994. La Commissione stabilì che grazie a politici quali Ciriaco De Mita, allora Presidente del Consiglio, Paolo Cirino Pomicino, Antonio Gava, Vincenzo Scotti, Francesco De Lorenzo, il commissario Zamberletti che aveva gestito i soccorsi e altri amministratori (fortunatamente spazzati via da Tangentopoli), 58.600 miliardi delle vecchie lire su 70.000 stanziati erano finiti misteriosamente nel nulla. Spariti. Forse finiti anch’essi sotto le macerie.
Mazzette, tangenti, appalti e quote di partito. Chiari i legami tra la classe politica e la camorra locale: un grande “affaire” costruito sul sangue di 2.735 morti.
Nel frattempo più di 35.000 persone continuavano a vivere nei containers ringraziando Dio per aver lasciato loro almeno la vita.
I comuni rasi al suolo insieme a quelli danneggiati furono complessivamente un centinaio. Ma pensate lettori che entrarono a far parte della lista dei comuni terremotati e quindi destinatari di contributi statali per la ricostruzione 687. Si, avete letto bene, 687!
Politici corrotti in Campania, Basilicata e anche in un pezzetto di Puglia (tanto per non farci mancare nulla!) prosciugarono i soldi di quelli che continuavano a vivere nei containers, che lì mettevano al mondo anche figli, figli che a loro volta finivano anch’essi all’altare… senza mai aver visto una casa, una vera casa!
Che stranezza che dopo il sisma Avellino fu la provincia italiana in cui venivano vendute più Volvo e Mercedes; che stranezza che a poche centinaia di metri dai campi roulotte sorgevano sontuose ville hollywoodiane; che stranezza che gli avellinesi erano diventati improvvisamente amanti del mare… fino al 1980 ad Avellino e provincia i possessori di yacht erano meno di 10, qualche anno dopo se ne contavano un centinaio!
L’epilogo della vicenda? E’ di alcuni giorni fa la notizia che la Corte d’Appello di Napoli ha riconosciuto che il reato sussiste per alcuni imputati al processo, ma è scattata la prescrizione. Gli imputati per corruzione (vale a dire spreco, malaffare, ruberie) non sono stati assolti, anzi condannati, ma prescritti. Risultato? Impunità assicurata.
Dopo il danno la beffa! In barba ovviamente a tutti coloro che sulle strade del terremoto hanno lasciato la vita o la dignità, il che è peggio…
Direi che ancora una volta in Italia si vive di paradossi. Grazie alle leggi italiani, la terra trema, il corrotto no.
Lina Pasca
20/07/09
LETTERA A MIA MADRE
La mia rubrica si chiama La Storia Siamo Noi. Come si può dedurre dal titolo ha come tema gli eventi e gli uomini che hanno fatto la storia. Se provo ad avventurarmi in un’analisi più profonda delle vicende umane mi accorgo che il filo conduttore è sempre lo stesso: il sentimento. Parlo di quello più grande in assoluto, l’amore.
Se noi esistiamo è perché esiste l’amore. Ognuno di noi esiste perché un uomo e una donna si sono amati. Possono passare anni, possono avvenire distruzioni, guerre, avvicendamenti politici, ma l’amore c’è sempre. Il mondo può evolversi: scoperte scientifiche, mediche, informatizzazione della vita quotidiana, ma lui è sempre lì, e rimane immutato nel corso dei secoli. Lui… l’amore… La forza che fa muovere il mondo.
In questi giorni mi sono soffermata più volte a pensare quale sarebbe stato il tema del mio prossimo articolo. Avrei potuto parlarvi delle prossime elezioni, della Giornata della Memoria, della malasanità.
Invece questa volta voglio rubare qualche minuto del vostro prezioso tempo per parlare dell’ “affaire” più importante e nello stesso tempo più semplice che esiste al mondo. Voglio innalzare la mia ode alla cosa più bella e straordinaria della nostra vita, l’amore. Il sentimento per eccellenza.
Se io in questo momento sto scrivendo questo pezzo devo ringraziare chi mi ha messo al mondo e ciò è accaduto perchè chi l’ha fatto ha vissuto un amore.
Se voi adesso state leggendo è perchè un tempo tra un uomo e una donna c’è stata una grande passione di cui siete il frutto.
L’amore per il proprio partner, per un amico, per un figlio, per un genitore. Qualunque sia il destinatario di questo sentimento, il liet motiv è sempre lo stesso: dare, dare, dare.
Perchè un amore in cui si vuol solo prendere non può essere considerato tale. L’amore vero è quello che ti prosciuga l’anima mentre doni essa stessa all’altro.
E secondo voi, al di là del sentimento verso il proprio compagno, c’è una forma d’amore più grande di quella tra madre e figlio? Ovunque voi andiate a cercare, qualsiasi persona interpelliate, la risposta è univoca: NO.
Da qualche minuto è mezzanotte, 10 maggio 2009: la Festa della Mamma. Altra festa commerciale per eccellenza, oltre a San Valentino, la Festa della Donna, del Papà e così via… Si sa che spesso (molto spesso) le “feste d’amore” sono legate anche al business. E in un momento di crisi come questo direi che spendere qualche euro per far girare un po’ la nostra economia così devastata può fare anche bene.
Certo è che al di là del consumer’s gala che si terrà domani, io voglio semplicemente ricordare che ogni madre merita amore e rispetto perchè fonte di vita.
Voglio dire a mia madre, che non vedo dal 2001, da quando cioè è volata in cielo, che la amo da morire e che non smetterò mai di pensarla e di amarla, neanche per un secondo.
Voglio dirti mamma che se sono quello che sono è perchè ho avuto la grande fortuna di aver origine nel ventre tuo e che da te ho assorbito ogni tuo insegnamento. Voglio dirti mamma che se è vero che sono stata sfortunata a perderti così presto, sono stata anche fortunata ad essere tua figlia. Avrei potuto avere una mamma centenaria ma non avere da lei ciò che ho avuto io da te in soli 26 anni.
Tu mi hai insegnato l’amore verso gli altri, mi hai trasmesso la bontà d’animo che in te era addirittura fuori misura. Mi hai trasmesso i valori veri, l’umiltà e l’amore incondizionato, verso tutto e tutti; il sacrificio, l’onestà, la semplicità.
Mi hai lasciata all’improvviso mamma, neanche nel momento della tua morte hai voluto dare fastidio. Te la sei sbrigata da sola e a modo tuo anche per partire per sempre. Te ne sei andata senza fare rumore ma è assordante la tua mancanza.
Qualcuno ha deciso che il tuo corpo doveva perire, ma la tua anima, cara mamma, resterà sempre dentro di me perchè tu fai parte di me, sei un pezzo di me.
Quel giorno in cui mi hai lasciata, hai spento ogni gioia nel mio cuore, ma oggi che sono mamma anch’io, il sorriso è tornato sulle mie labbra e questo lo devo solo a te. Lo devo a te perchè so che mi sei vicina, perchè non mi lasci sola neanche un secondo della mia giornata, perchè mi assisti e proteggi le mie bambine così come da piccola hai fatto con me.
Ieri, i miei due tesori hanno portato da scuola il lavoretto per la Festa della Mamma. Un piatto col fondo bianco, dipinto con colori vivaci dalle loro manine.
Con la tipica grafia di chi conosce le lettere dell’alfabeto solo da pochi mesi ho letto una scritta sul bordo del piatto: Ti Amo Mamma. Appena l’ho letto sono scoppiata a piangere come una bambina. Le mie piccole mi guardavano incredule chiedendosi cosa avessero fatto di male.
Ed io ho spiegato loro che le lacrime rigavano il mio viso semplicemente perchè era stata forte l’emozione che in quel momento avevo provato.
Mi sono rivista io piccina mentre ti porgevo il lavoretto fatto con le mollette di legno incollate tra loro per formare un sottopentola o l’appendino per le presine. Ho rivisto te mentre piangevi ed ho rivisto me che incredula (come ieri le mie figlie) ti guardavo.
Ho capito mamma che se è stata grande l’emozione che ho provato io nel ricevere il regalino dalle mie figlie è perchè grande è stata l’emozione che mi hai trasmesso tu quando avevi vissuto la stessa esperienza.
I genitori si augurano di lasciare in eredità ai propri figli denaro e beni materiali. Certo, ciò può far comodo. Ma posso anche affermare senza alcun dubbio che non esiste qualcosa al mondo più grande, più immenso, più meraviglioso e completo, più ricco dell’amore tra madre e figlio, un amore universale.
Ti ringrazio mamma. Ti ringrazio perchè grazie a te so cos’è l’amore, grazie a te non sono una persona arida, sono una donna che ride quando c’è da ridere ma che non si vergogna di piangere quando la vita ti porta a piangere.
Mi manchi mamma. Tantissimo. Anzi di più. Non posso spiegare con le parole ciò che si prova a non averti accanto ogni giorno, a non poter sentire la tua voce neanche per telefono, a non potermi confidare con te, a non poter condividere con te i progressi delle mie bambine.
Ma so che ci sei cuore mio, so che sei sempre accanto a me. E so che ci sei quando guardo negli occhi le mie gioie e ti “vedo”. La morte e la vita. Vedo la luce, vedo la gioia, vedo l’amore….
Non esistono al modo gioielli e diamanti più preziosi di ciò che mi hai lasciato tu. Sono ricca mamma, tanto tanto ricca. Mi hai lasciato un tesoro dal valore inestimabile. E il mio cuore è troppo piccolo per poterlo contenere tutto.
Ti lascio una mia poesia, è per te… Ma mi raccomando, non piangere…. Voglio immaginarti sorridere, voglio immaginarti felice lì dove adesso sei… Voglio portare la tua dolcezza e il tuo sorriso nel mio cuore per sempre.
A presto mamma…
Ti amo.
MAMMA
Ancor nell’aria
il profumo della tua vivace cucina.
Delizie antiche
Figlie degli avi tuoi.
Mi solletica le narici,
accende il ricordo che ho di te.
L’immaginario prende forma:
ecco il tuo sorriso.
Radioso sulle labbra tue.
Le lacrime che rigano il tuo viso paffuto
al mio ritorno.
Tempo che tu sentivi immenso.
E ti rivedo stringermi,
forte,
quasi a soffocarmi.
Io bambina sulle tue ginocchia,
a far mio l’odore materno,
soave.
Di esso tu l’unica padrona.
Ladra io dell’amor infinito
che tu madre versavi nelle vene
della tua creatura.
Ero lì ad assorbir la tua vita.
Con avidità.
E te accondiscendente
ti donavi.
Hai trasfuso in me l’amor tuo immenso
cibo silenzioso.
Vestivi l’umiltà come divisa
fonte della tua ricchezza.
Oh mamma!
Potrei lasciarti nell’oblio,
ma farebbe troppo rumore
la tua eterna presenza.
Vincitrice onnipotente
sul buio divino,
cenere in materia
sempre luce nella mia anima.
Lina Pasca
10/05/09
I 55 GIORNI DI ALDO MORO
Il 16 marzo di quasi 33 anni fa dalle mani delle Brigate Rosse veniva rapito l’onorevole Aldo Moro e uccisa la sua scorta, due carabinieri e tre poliziotti, durante la cosiddetta Strage di via Fani.
Con l’ausilio di armi automatiche e con barbarie inaudita, in pochi secondi, i terroristi cambiarono la vita alle famiglie degli agenti caduti, colpendoli con ben 45 colpi, mentre per il Presidente della Democrazia Cristiana, la fine sarebbe arrivata dopo 55 giorni di prigionia.
Il suo cadavere fu infatti ritrovato il 9 maggio del ’78 nel cofano di una Renault 4 in una strada, via Caetani, emblematicamente al centro tra le strade che ospitavano le sedi nazionali del Partito Comunista e della Democrazia Cristiana.
Eravamo nel pieno di quelli che sarebbero stati battezzati successivamente “anni di piombo”.
Durante la sua prigionia Moro scrisse numerosissime lettere oltre che alla sua famiglia, anche agli esponenti del suo partito. Fu attraverso queste che cercò disperatamente di attuare una trattativa tra i politici del suo partito e i brigatisti. Con esse chiese fortemente alle più alte cariche dello Stato - purtroppo invano - lo scambio di terroristi prigionieri. La sua richiesta d’aiuto rimase inascoltata.
Consapevole di quale sarebbe stata la sua fine, il suo grido di dolore s’innalzò, dal covo che lo teneva prigioniero, verso i suoi illustri colleghi di partito. Con infinita amarezza e premonitore di ciò che sarebbe stato il suo triste destino, in una delle sue lettere scrisse, riferendosi a Cossiga (Ministro dell’Interno), Zaccagnini (alto dirigente della Dc), Andreotti (l’allora Presidente del Consiglio) e gli altri leader del suo team, che “il suo sangue sarebbe ricaduto su di loro…”
Non c’è da stupirsi se proprio questi ultimi, anni dopo, definirono le lettere come non autentiche. Di contro, gli esami grafologici hanno da sempre attribuito all’onorevole Moro l’autenticità degli scritti.
Gli esponenti democristiani del Governo facevano parte del cosiddetto “fronte della fermezza”.
Essi non presero nemmeno in considerazione l’idea di scarcerare i brigatisti prigionieri in quanto questo sarebbe stato considerato come una resa dello Stato. Il rifiuto di qualsiasi ipotesi di trattativa era inoppugnabile. Un’eventuale trattativa da un lato avrebbe tolto “onorabilità” e “potere supremo” allo Stato, dall’altro avrebbe dato inizio ad una pericolosa “consapevolezza politica” dell’esistenza delle BR. Ai terroristi non poteva in alcun modo esser data l’opportunità del “dialogo”.
La violenza da cui traevano l’essenza del loro essere, il rifiuto delle regole del viver civile e del rispetto per la vita altrui e il mancato riconoscimento della supremazia dello Stato, li tagliava completamente fuori da qualsiasi intento di collaborazione statalista.
L’unico contrario a questa tesi fu Bettino Craxi che, fautore del “fronte possibilista”, tentò di convincere Giulio Andreotti che trattare con i terroristi avrebbe salvato Moro senza pregiudicare l’onorabilità e la fermezza suprema dello Stato. Rimase inascoltato. Il fatto che Moro fosse “l’agnello sacrificale” in nome della “ragion di stato” era stato chiaro fin da subito.
La lotta armata fu perpetrata attraverso il terrorismo al fine di sovvertire gli assetti istituzionali e politici del Paese. Fu denominata “strategia della tensione”.
L’economia italiana era nel pieno della sua crescita, ormai lontani e superati erano gli anni del disastro economico-finanziario del dopo guerra. Migliorava il tenore di vita, si diffondeva la cultura. Con la diffusione della cultura ai danni della descolarizzazione, cresceva anche l’interesse per la politica.
E se il benessere post-guerra era figlio dell’egemonia americana che anni prima ci aveva liberato dai tedeschi, certo gli Stati Uniti non potevano essere entusiasti per l’inarrestabile crescita del PCI.
Gli estremisti di sinistra avevano cominciato a dar vita a violenti scontri di piazza, a stragi, a lotte armate per attuare un cambiamento della società verso un modello marxista-leninista.
Nacquero quindi a sinistra associazioni politiche-criminali organizzate come le Brigate Rosse (BR), i Nuclei Armati Proletari (NAP), i Comitati Comunisti Rivoluzionari (Co.Co.Ri).
Anche se non coinvolti nel rapimento-omicidio Moro, a destra videro la luce sempre per le stesse finalità i Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR), Ordine Nero, Avanguardia Nazionale.
Sia la sinistra che la destra partorirono idee estremiste e lesive della democrazia.
La Democrazia Cristiana che era al centro “governava al centro”, vale a dire era in posizione opposta ad ogni estremismo.
Ma Moro, grande mediatore, manteneva contatti tra Berlinguer , segretario del PCI e Almirante segretario dell’MSI, con lo scopo di calmare gli animi delle opposte fazioni terroriste (BR e NAR) e questo certo non poteva essere cosa gradita agli estremisti di sinistra e di destra. Quale fu, dinque, il motivo dell’assassinio Moro? Il motivo fu duplice. 
Le Brigate Rosse da un lato erano contrarie all’avvicinamento tra DC e PCI (avvicinamento inteso come “centralizzazione” delle idee di sinistra e non il contrario), dall’altro intendevano sovvertire il regime democristiano che tanto si stava “americanizzando”, cioè stava sempre più sviscerando nel “capitalismo”.
Il Compromesso Storico col PC progettato da Moro, un accordo di solidarietà politico-nazionale fra i Comunisti e i Cattolici, e l’apertura del governo al PCI, non fu gradito neanche dagli “amici” internazionali, tanto che essi affermarono che l’Italia non avrebbe ricevuto più nessun tipo d’aiuto internazionale se il PCI di Berlinguer fosse entrato a far parte dell’esecutivo. Come i comunisti temevano la “centralizzazione” delle idee di sinistra, così i partner internazionali rigettavano la pericolosa mescolanza del centro nella sinistra.
Combattere contro il capitalismo della DC e nello stesso tempo evitare che anche la sinistra ne assorbisse le idee poteva avvenire solo con lo scontro armato e violento. Questo era l’unico modo che le Brigate Rosse avevano per espletare il controllo sulla sinistra italiana non violenta e per armarsi contro il capitalismo.
Almeno una parte dei progetti terroristici si realizzò, visto che a seguito dell’omicidio dell’onorevole democristiano il PCI fu escluso dai progetti che miravano alla partecipazione all’ esecutivo (e rimase “solo” all’opposizione). La Democrazia Cristiana, “abitò da sola” a Palazzo Chigi fino a quando un anonimo magistrato molisano, tale Di Pietro, non fu l’artefice di una bomba giudiziaria-mediatica denominata Tangentopoli. Era il 1992.
Proprio perché mirante all’esclusione della sinistra al governo si è ipotizzato anche un’implicazione della CIA (l’intelligence statunitense), oltre che dell’organizzazione NATO “Gladio” con la quale si tentava di bloccare e di tenere sotto controllo l’influenza che l’allora URSS avrebbe potuto avere sui paesi occidentali facenti parte dell’Alleanza Atlantica.
Si è parlato anche dell’implicazione dello stesso KGB, i servizi segreti sovietici, che avrebbero addirittura commissionato alcune azioni armate. Si è ipotizzato il coinvolgimento della loggia massonica “P2”, della “Banda della Magliana”, addirittura della “ndrangheta”, la mafia e la camorra di Cutolo.
Chissà se si saprà mai la verità su questo atroce delitto simbolo degli anni di piombo.
Certo è che se siamo in un Paese dove al Papa non viene permesso di visitare le Università romane, ma queste ospitano brigatisti rossi che addirittura tengono lezioni agli studenti come veri e propri docenti, non penso sia semplice arrivare a svelare uno dei più grandi misteri italiani.
Così com’è singolare il fatto che incaricato di debellare il terrorismo (tra l’altro riuscendoci), il Generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, inviato in Sicilia a combattere la mafia non ebbe, come per il terrorismo, lo stesso ausilio materiale e sostegno politico dal governo, e lasciato completamente da solo, fu assassinato da Cosa Nostra.
Sarà perché contrariamente agli anni di piombo, lo Stato non aveva alcun interesse a debellare la mafia?
Lasciamoci con questo dubbio. Gli interessi tra mafia e politica sono ancora un’altra storia…
Lina Pasca
LO CHIAMANO ABUSO
Pochi giorni prima del lontano 8 marzo 1908, le lavoratrici dell’azienda tessile newyorkese Cotton misero in atto uno sciopero quale forma di protesta contro le umilianti condizioni in cui lavoravano. Fu proprio l’8 marzo che il “padrone”, accecato dalla rabbia e forte del suo potere, chiuse tutte le porte dell’azienda per far sì che le operaie non potessero uscire. Ma “caso” volle che l’industria prese fuoco e le 129 lavoratrici, prigioniere all’interno, si videro morire mentre finivano carbonizzate.
Questa data, dapprima celebrata in ricordo delle vittime, divenne poi col tempo il simbolo dei sorprusi e le angherie subiti dalla donna (da sempre…). E’ infatti la giornata in cui si moltiplicano manifestazioni e celebrazioni che puntano a sensibilizzare l’opinione pubblica sui problemi che la donna ha (nel mondo del lavoro, dell’istruzione, della politica, nella vita di tutti i giorni, nei rapporti con l’altro sesso).
Ma è anche una giornata dove il business la fa da padrone e in cui tante “galline non pensanti” si concedono una serata diversa a base di urli e urletti vari, da gridare in quei locali dove il macho di turno concede loro un vomitevole streap.
Questo in barba alle grandi lotte figlie del femminismo degli anni 70, le cui protagoniste, combattenti per la rivendicazione della condizione sociale della donna, certo non pensavano che qualche decennio più tardi, la donna sarebbe stata “pari” dell’uomo in quanto spettatrice di una serata all’insegna della trasgressione.
Anche il nostro Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha ricordato al Quirinale le tante, tantissime vicende che vedono, nell’intero pianeta non solo in Italia, un numero impressionante di donne come vittime. Vittime di violenze, stupri, forme diverse di vessazione e persecuzione, molestie, brutalità.
Vorrei ricordare che in alcuni stati dell’Africa, nel sud della penisola araba e nel sud-est asiatico sono ancora oggi praticate le mutilazioni genitali femminili. L’infibulazione, asportazione del clitoride cui segue la cucitura della vulva, si pratica su adolescenti, bambine o neonate a seconda della tradizione locale. Ad essa segue la defibulazione, scucitura della vulva, che viene effettuata direttamente dallo sposo prima della consumazione del matrimonio. Si ha così la certezza che ella non sia stata posseduta da nessun altro uomo. La donna quindi non ha nessuna libertà, né di agire, né di pensare, né di vivere l’amore come meglio crede.
La donna in sostanza non esiste, è un oggetto nelle mani dell’uomo padrone, prima il padre, poi il marito (un marito ovviamente non scelto da lei).L’escissione lede in modo esponenziale la salute fisica e psicologica delle donne e delle sfortunate bambine che ne sono protagoniste. Non è altresì da dimenticare che l’intervento è il più delle volte praticato senza l’ausilio di nessuna norma igienica e improvvisato da “macellai” senza scrupoli. L’infibulazione di fatti provoca ogni anno numerose morti tra le sfortunate piccole o grandi donne, vittime di infezioni letali.
Vorrei altresì ricordare la lapidazione, pena di morte nella quale chi ne è condannato muore attraverso il lancio di pietre, spesso con la partecipazione della gente comune. E’ una barbarie praticata soprattutto nel mondo islamico.
La lapidazione delle donne musulmane avviene persino quando una donna viene violentata, in quanto rea di aver avuto rapporti sessuali al di fuori del matrimonio. A seguito dello stupro la donna viene condannata a morte e uccisa attraverso il lancio di pietre da parte della folla, lo stupratore rimane impunito.
L’ultima triste vicenda , di cui i mass media ci hanno dato notizia, è quella di una ragazzina iraniana di 13 anni, violentata dal fratello, rimasta incinta, e condannata alla lapidazione per rapporti sessuali illeciti ed incestuosi.
E senza andare oltre i confini del nostro bel Paese, sono ormai giornalieri i casi di stupro. Si potrebbe definire lo stupro, come fa il codice penale italiano, come la costrizione mediante violenza o minaccia a compiere o subire atti sessuali. Una definizione fredda, arida, sterile. Senza sentimento. Il legislatore non poteva fare altro.
La definizione giusta dello stupro può essere data solo da chi ne è stata vittima. E’ l’umiliazione più grande che una donna possa subire. Entra nell’anima e l’anima toglie. E’ la sopraffazione sulla parte più intima del suo essere, dell’intero mondo della donna, del suo corpo così come della sua anima. E’ l’annientamento assoluto della sua libertà, della sua vita, dei suoi sogni.
Donne che hanno subito violenza nella loro vita, non saranno mai più le stesse. Lo stupro cambia il corso della vita della donna che lo subisce, modifica il suo carattere e la sua personalità. Più della metà (è dimostrato dalle statistiche) è destinata a vivere gravi episodi di depressione, addirittura il 17% si toglie la vita. Chi decide di non farla finita e ha il coraggio di andare avanti, vivrà il resto dei suoi giorni con innumerevoli difficoltà a relazionarsi con gli altri, soprattutto a vivere un qualsiasi tipo di rapporto col sesso forte. Dopo uno stupro, molte di queste donne vivono la situazione con senso di colpa e vergogna, tendono addirittura a colpevolizzare se stesse per l’accaduto.
Non dimentichiamo inoltre che spesso la violenza viene perpetrata all’interno della stessa famiglia d’origine. E’ tra le mura di casa che spesso si consumano drammi atroci; il padre, il fratello, lo zio o il vicino di casa possono essere gli orchi cattivi. In questo caso è tutto più difficile. Spesso alle violenze fisiche sono correlate violenze psicologiche che fanno sì che l’esercizio del potere e di controllo da parte del familiare diventi per la donna un tunnel senza uscita. Questa è la ragione per cui la maggior parte dei casi finisce con una mancata denuncia.
La punta dell’iceberg è rappresentata dal cosiddetto stupro di gruppo.
Balordi senza regole, senza ideali, senza cognizione di alcun elemento del vivere civile, senza rispetto per la vita altrui, danno sfogo ai loro malsani impulsi sessuali, approfittando e segnando la vita a povere donne che si imbattono, inconsapevolmente, sulla loro strada.
Ogni giorno si sente parlare di albanesi, romeni o altri ospiti nel nostro paese, che hanno abusato della vittima di turno. Non credo sia una questione etnica, in quanto i farabutti sono di ogni nazionalità, e gli stupratori sono anche italiani. Italiani sono la maggior parte di quelli che perpetua la violenza (come è stato detto prima) tra le mura domestiche. Delinquente lo sei se questo status ce l’hai nel sangue, italiano o straniero.
Lungi da me dal fare politica, ricordo che con l’indulto è uscita dalle nostre carceri la “crema” della società. Uomini condannati precedentemente per stupro sono usciti da galera ed hanno ripreso col loro vecchio mestiere. Così come gente che nel proprio paese si dedicava a delinquere, ha continuato a farlo, solo che essendo immigrato, ha solo cambiato il luogo delle sue onorabili attività.
Tocca ora ai nostri politici, alla luce di ciò che sta succedendo in questi giorni, dar vita ad una legge adeguata che possa finalmente punire questi animali (senza offesa per gli animali).
Tolleranza zero e nessun atto di clemenza nei confronti di chi si macchia di un reato così grave quale può essere la violenza carnale. Ricordo che solo dal 1996 lo stupro non è più reato contro la morale ma contro la persona. E’ solo da allora che non è più considerato semplicemente reato offensivo del buon costume e della morale comune, ma reato contro la vittima e la sua integrità psicofisica.
Vorrei infine ricordare che nel mondo ogni 2 minuti una donna è vittima di stupro. Questo vuol dire che nel mondo ogni 2 minuti una donna muore. Lo chiamano abuso ma in realtà è la morte. Perché la morte più grande è proprio quella che ti lascia in vita.
Lina Pasca
09/03/09
IL GAY NON E’ MALATO
Anche questa volta l’intento è riuscito. Fabbricare a tavolino una canzone che scatenasse le polemiche. Conta più questo a Sanremo, che il testo stesso. Mi riferisco alla canzone del tal Povia, “Luca Era Gay”.
Voleva che se ne parlasse e ciò è accaduto. Lo sto facendo anch’io in questo momento. Non perché sono un critico musicale, né perché consumatrice di dischi. Semplicemente perché penso che degli argomenti delicati (così come lo è questo) non possano essere trattati con così tale “mercificazione”.
Il cantante in questione definisce l’omosessualità come una malattia. Una malattia da cui si può guarire. Manco fosse una bronchite da curare con antibiotici. E, addirittura, in una madre che lavora troppo e in un padre assente ne vede le cause.
Io vorrei sapere dove sono le famiglie oggi dove la mamma non è fuori tutto il giorno per lavoro e il papà altrettanto.
Di famiglie in cui avviene una separazione, nel mondo, oggi, ce ne saranno milioni. Dove la madre a seguito di questa comincia a parlare male a suo figlio del suo ex marito, e dove questo, ormai sbandato, comincia a bere.
E’ questa sarebbe la causa della omosessualità? Questo sarebbe il motivo per cui un giorno una persona si sveglia e capisce di essere attratta dallo stesso sesso? Ma piantiamola!
Una separazione porta semmai traumi più grandi. Difficoltà nei rapporti interpersonali, talvolta aggressività, scarso rendimento scolastico o nel lavoro, inaffettività. Ma non può sicuramente considerarsi la causa di questa “malattia”. Conosco persone omosessuali con famiglie splendide, che hanno avuto un’infanzia dolce ed appagante, una vita di benessere materiale e psicologico. Esse non hanno subito alcun trauma, eppure sono gay. Famiglie dove il padre non beve, non picchia la moglie, non abusa dei figli, non li abbandona senza cibo. Famiglie cosiddette normali.
O al contrario famiglie ai confini della società dove il degrado la fa da padrone e dove comunque si generano figli eterosessuali.Siamo nell’epoca del consumismo, lavorare tutto il giorno oggi è quasi un obbligo. Ma l’omosessualità esisteva anche quando le mamme restavano a casa a fare la maglia, esisteva quando in Italia non c’era nemmeno il frigorifero. Era diffusissima nell’antica Grecia, nell’Italia Rinascimentale. Se ne parla anche nella Bibbia. Non stiamo parlando quindi della cosiddetta epoca moderna. Tutt’altro.
La sottoscritta ha un lavoro che la fa stare fuori casa tutto il giorno, con un marito che spesso non c’è ma che quando c’è fa alle sue figlie da padre e da madre. Se dovessi pensare che questo un giorno potrebbe causare a mia figlia questa “malattia”… bhè, sinceramente, mi viene proprio da ridere!
Non sono un medico, non sono uno psicologo, ma non penso che bisogna avere una laurea specialistica per capire che l’omosessualità NON E’ UNA MALATTIA. E’ semplicemente (si fa per dire) l’orientamento sessuale verso individui del proprio sesso. Punto.
L’omosessualità, è stato dimostrato, esiste anche negli animali. Ma io, scimmie e leoni abbandonate da genitori alcolizzati e madri manager non li ho mai visti.
Chi parla è eterosessuale ma è convinta che una canzone del genere non possa fare altro che contribuire ad aumentare l’omofobia. In un periodo dove c’è repulsione per tutto ciò che non è standardizzato, che non è uguale all’altro, ciò fa davvero impressione.
C’è il “tifoso” che scatena la sua violenza verso l’altro solo perché questo tiene all’altra squadra, il delinquente razzista di turno che se la prende col povero barbone assiderato dandogli fuoco su una panchina della stazione, lo straniero che stupra le donne italiane non solo per malsani impulsi sessuali ma anche per una forma di xenofobia al contrario, vendicandosi sulle donne del paese che lo ospita.
L’omofobia quale repulsione e intolleranza nei confronti degli omosessuali è segno di grande inciviltà. Certo, non ammetto e mai ammetterò celebrazioni come il Gay Pride che secondo me lede la dignità di coloro stessi che vi partecipano. Non c’è niente da celebrare nell’essere gay, così come non c’è niente da celebrare nell’essere etero.
Una manifestazione del genere, secondo me, è completamente sbagliata, perché altro non fa che sottolineare la diversità di colui che invece vuole sbandierare la propria uguaglianza agli altri. E’ un controsenso, in sostanza. Paradossale direi, antitetica. Siamo in un Paese dove il Vaticano non accetterà mai le unioni tra gay, ma nonostante chi vi parla sia credente (anche troppo…) non penso che sia utile (almeno in questa sede) analizzare il punto di vista religioso.
Certo, istituzionalizzarle, magari con un matrimonio, può non trovarmi d’accordo. Ma ricordo ai lettori che ci sono paesi nel mondo (pochi per fortuna) dove per l’omosessualità è ancora prevista la pena capitale, o, se non quella, l’ergastolo.
Nessuno quindi deve e può vietare a due persone dello stesso sesso di amarsi e di essere felice col proprio partner, indipendentemente dal sesso. Due persone dello stesso sesso che si amano non sono due malati. Sono due persone che hanno un lavoro, degli affetti, una vita sociale, né più, né meno degli altri. Semmai molta più sensibilità. Essere gay non è una malattia da cui guarire, è uno status.
L’amore è amore e basta. In qualsiasi forma si manifesti e qualsiasi siano i protagonisti.
L’importante è rispettare gli altri, senza ledere la dignità umana di se stessi e di chi ci circonda.
Non c’è una cosa nell’universo intero più grande dell’amore, della sua forza, della sua importanza.
E’ ciò che ti fa sentire più sicuro, che ti dà lo slancio per andare avanti. Che ti protegge quando hai bisogno di essere protetto, che ti chiede aiuto quando ha bisogno di te, che ti dà la vita anche quando ti sembra di morire.
L’amore è ciò che fa muovere il mondo. In un momento dove ogni pretesto è buono per generare guerre non facciamo in modo che anche l’amore ne sia la causa.
Qualsiasi persona decidiamo di amare, amiamo… e basta.
Lina Pasca
19/02/09
Hello world!
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Vorrei ricordare che in alcuni stati dell’Africa, nel sud della penisola araba e nel sud-est asiatico sono ancora oggi praticate le mutilazioni genitali femminili. L’infibulazione, asportazione del clitoride cui segue la cucitura della vulva, si pratica su adolescenti, bambine o neonate a seconda della tradizione locale. Ad essa segue la defibulazione, scucitura della vulva, che viene effettuata direttamente dallo sposo prima della consumazione del matrimonio. Si ha così la certezza che ella non sia stata posseduta da nessun altro uomo. La donna quindi non ha nessuna libertà, né di agire, né di pensare, né di vivere l’amore come meglio crede.

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