Lina Pasca e dintorni…

…perchè la storia siamo noi….

Archivio per Il Giallo & Il Nero

DON DIANA, ASSASSINATO E DIFFAMATO

Mi piacerebbe che oggi uno dei tanti giornali nazionali dedicasse una pagina al testo scritto da don Diana nel lontano ‘91, il cui titolo non è “Per amore della mia donna non tacerò”, ma è “Per amore del mio popolo non tacerò”, dove quello verso un popolo è un amore immenso, decisamente diverso rispetto a quello che si può provare per una donna.


E’ una sorta di amore incondizionato, senza limiti, senza pretese.  Lo stesso amore universale di Gesù Cristo morto su una croce, quale sacrificio per noi. Gesù Cristo è stato, ricordiamolo, il più grande “diffamato” nella storia dell’umanità…

L’amore per una donna ti dà anche, l’amore verso un popolo ti toglie, e al popolo non chiede nulla.

Oggi, però, trovare  su un quotidiano nazionale un ricordo di Don Diana non sarà possibile. Non è di moda, non fa tendenza… E poi cosa vuoi che importi alla gente di un prete ucciso dai Casalesi rispetto a chi ha vinto l’ultimo talent show o a chi appartiene il cuore della velina mora?

Già… Allora ricordiamolo noi.
Alcuni passi del discorso:

“PER AMORE DEL MIO POPOLO”

Siamo preoccupati

Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra.

Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”.

Coscienti che come chiesa “dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che é la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà”.

La Camorra
La Camorra oggi é una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana.

I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato.
(…)

Vi sembrano parole scritte da un camorrista? O da un “femminajuolo”?
Con questo documento don Diana ha firmato la sua sentenza di condanna.
E’ stato assassinato il 19 marzo 1994. Era nella sacrestia della Chiesa San Nicola di Bari a Casal di Principe mentre si accingeva ad officiare la Messa. I quattro colpi sparati dai due killer non gli hanno dato scampo. E’ morto all’istante.
Wikipedia, nella sua biografia, lo definisce “vittima innocente della camorra”.
Un giornale l’ha definito “camorrista”.
Quando l’ha fatto l’ha ucciso un’altra volta.

Tra poco sarà Pasqua. Chi è cristiano sa che la Pasqua è rinascita, è la rivincita della morte sulla vita.
Sia Pasqua ogni giorno nei nostri cuori, allora. Lì vivano sempre e per sempre Falcone, Borsellino, Dalla Chiesa, Don Diana, carabinieri e poliziotti massacrati per servire lo Stato.

Se sarà così, nessuno potrà permettersi di restare indifferenti di fronte al nostro ricordo.

Questi eroi parleranno per noi…
Oggi Don Diana parla per noi…
Con il loro sangue, con il loro ricordo, con le loro gesta sarà ogni giorno una nuova Pasqua.

Lina Pasca

LA COSCIENZA DI UN PEDOFILO

La mano grande e gelida di un uomo attempato e senza coscienza. Si intrufola nell’anima della bimba che a sei anni nulla conosce dell’infamia dei grandi. Le sfiora la pelle, le solca l’animo sino a rubarne la vita. Due occhi grandi di un azzurro profondo come il mare e più del mare verranno inghiottiti dalle grosse fauci della libido insana di un essere malato. Come chi in quel mare è annegato vedendo a meno di un metro la brutta faccia di quell’arpia che è la morte, come chi ha sentito il fiato strozzarsi in gola fino all’ultimo sofferente sospiro, ecco pervadere la stessa terribile e interminabile paura.

La coscienza. Cos’è per quell’orco la coscienza? Mente e corpo uniti dallo stesso perverso vizio, senza distinzione e netta divisione tra il centro emozionale positivo e l’involucro di un metifico corpo. Coscienza quale capacità cognitiva di distinguere il bene e il male e riflessione del pensiero etico giusto su stesso. La coscienza. Mera espressione del mondo interiore o dell’attività celebrale frutto di esperienze di vita vissuta. Qualunque sia la definizione che filosofi e neurologi danno alla coscienza, nulla si può di fronte a chi l’altrui mancanza di coscienza l’ha vissuta sulla propria pelle distruggendo una serenità interiore che mai più ritornerà.

Un piccolo corpo violato è la dimostrazione di quanto infame può essere l’uomo nella sua assoluta mancanza di coscienza. Un uomo che ha malvagi pensieri, un uomo che rapisce un angelo dal suo caldo angolo di paradiso scaraventandolo fino al piano più infimo dell’inferno, un uomo che sorride nel vedere le lacrime rigare il viso di una piccola creatura, un uomo che raggiunge la gioia nell’osservare un corpicino nudo, questo ed altro ancora, è l’emblema della non coscienza.

<<Ricordo la sua risata diabolica alle mie preghiere di lasciarmi andare – mi confida Lisa, oggi trentenne – ricordo quanto si sentisse forte e padrone di me quanto più lo imploravo di smetterla. Sento ancora sulla mia pancia da adulta, oggi, le sue dita, allora, premermi sul piccolo ventre, quasi a pregustare ciò che avrebbe toccato poi>>. Nel sentire questa raccapricciante storia, una strana e indescrivibile sensazione s’impadronisce di me, un malessere quasi fisico mi opprime l’animo e un senso di disgusto e quasi di vomito inquina il mio essere dapprima sereno e in apparenza preparato al racconto. Uno stato di agitazione pervade ogni fibra del mio corpo, nulla riesce più a togliermi dalla vista e da una surreale immaginazione i momenti terribili che Lisa, bambina, avrà dovuto sopportare.

Le lacrime… quante lacrime… prima le immagino e poi le vedo. E’ di fronte a me questa donna, bella, intelligente, folta chioma ramata e timide lentiggini su viso ceruleo; un marito che la ama e la rispetta, un bellissimo bambino, un lavoro appagante e una vita di successi. E’ di fronte a me solo una di chissà quante vittime dell’abominio di chi una coscienza non ce l’ha.

<<Mio figlio non saprà mai quello che mi è successo alla sua età, né mio marito conoscerà mai la verità – continua Lisa, mentre il tono della sua voce tenta invano di celare l’amarezza- potrei dar loro una sofferenza  ancor maggiore di quella vissuta da me ventiquattro anni fa e che mi tormenta l’animo ogni istante della mia vita>>. Si ferma un minuto, giusto il tempo di gestire il suo pianto, ricomporsi con dignità e rivolgermi un breve e sofferente sorriso. <<Oggi sono serena – continua Lisa con la voce divenuta sempre più flebile -  ma non tornerò mai più la bambina spensierata e felice che con infantile innocenza bussava alla porta di quel suo vicino di casa senza coscienza. Non sarò mai più la stessa.>>

Ho gli occhi spalancati nell’innaturale tentativo di contenere le lacrime, i pugni serrati a stringere la rabbia che a mala pena riesco a trattenere, e solo per caso mi accorgo che quasi mi ferisco le mani con le mie unghie allungate. Il tutto si conclude con un abbraccio. Dentro ci sono le parole che non riesco a dire. Da oggi non sarò mai più la stessa nemmeno io.

LINA PASCA

da www.le-cercle.it

L’ORRORE DEGLI ANGELI

Rivisitazione del pezzo “Scusate, sono solo un bambino”.

Denise Pipitone, Angela Celentano, Pasqualino Porfidia, Estelle Mouzin, Maddie McCann, Santina Renda… Potrei elencare tanti nomi, ma questo spazio non basterebbe. Le loro famiglie vivono nell’angoscia e nel dramma ormai da anni. Si tratta di bambini inghiottiti dalla terra.

Quello dei bambini scomparsi è purtroppo un fenomeno in forte crescita. Solo nei primi 3 mesi nel 2008 e solo in Italia, i bambini scomparsi sono 368. La Polizia di Stato riferisce nell’ultimo aggiornamento che i minori scomparsi dal 2005 al 2008 sono 2932. Cifre da far accapponare la pelle. E non sono tanti. Non per tutti i minori scomparsi viene sporta denuncia. Ci sono le cosiddette scomparse silenziose. Quelle di bambini che vivono in Italia ma che non sono stati mai neanche censiti. Quelli che vivono nel degrado, ai margini e quasi sempre nell’illegalità, gli immigrati clandestini, africani, rom, cinesi e altri extracomunitari irregolari. Di questi bambini non si sa nulla, nulla significa che molte volte non esiste nemmeno una foto, forse esiste un nome, quasi mai un cognome… E non esistere, significa che se ti rapiscono, se ti vendono, nessuno se ne accorge. Di bambini stranieri ne scompaiono in media 48 al mese, quasi 2 al giorno. Qualcuno li considera bambini di serie B. Hanno un altro colore della pelle, appartengono ad un’altra etnia. Ma sono innocenti, come i nostri figli. Italiani e stranieri, sono migliaia i bambini che ogni anno svaniscono nel nulla, diventano fantasmi.

A seguito della scomparsa di Estelle Mouzin, bambina francese svanita nel nulla 6 anni fa tornando da scuola in un paese di 1000 anime a Guermantes (Parigi), ho ascoltato un’intervista rilasciata dal presidente di un’associazione francese che si occupa di bambini scomparsi. Parlava di individui che si dedicano a fotografare bambini a loro insaputa (a scuola, ai giardini, nei loro momenti di gioco), e con le foto creano dei book a disposizione di quelli che vogliono bambini. Così il cliente può scegliere direttamente su catalogo e scatta in questo modo l’operazione rapimento. Ignoro se accanto alla foto sia riportato anche il prezzo.

Dunque proviamo a ragionare, sempre che qualcosa di razionale esista nello squallore di cui stiamo parlando.

La pedofilia è la manifestazione di una forma di devianza sessuale a causa della quale una persona sessualmente adulta prova attrazione sessuale in soggetti sessualmente immaturi. Soggetti cioè in età pre-puberale, ossia bambini o preadolescenti non ancora sviluppati fisicamente. Attenzione: non bisogna confondere la pedofilia con la pedopornografia. Se la pedofilia rimane preferenza sessuale, per la legge non è reato, al massimo un disturbo psichico. In medicina il termine indica l’orientamento sessuale del soggetto, non un comportamento illegale, in quanto ci sono pedofili che lo sono ma non commettono atti illeciti molestando i bambini. Questa è la cosiddetta Pedofilia Latente, cioè morbosa attrazione verso i bambini ma che rimane inespressa e trova il suo sfogo solo nelle intime fantasie erotiche.

C’è poi la Pedofilia Attiva in cui si realizzano violenze a danno dei bambini, e in ultimo, ancor più grave la Pedofilia Killer, in cui oltre alla violenza sessuale, il massimo godimento avviene con la morte della vittima.

La pedopornografia è invece la rappresentazione di atti sessuali in cui sono raffigurati bambini. Questa può essere gestita anche da chi non è pedofilo. Ciò significa che dietro i rapimenti dei bambini per pedofilia, non ci sono solo pedofili in senso stretto, ma uomini cosiddetti normali che si dedicano al loro commercio. Magari uomini che a casa hanno mogli e figli! Fanno parte di organizzazioni che commerciano in bambini, hanno il vincolo contrattuale di mettere sulla piazza un certo numero di merce all’anno, e certo è che più è carina agli occhi dei mostri, più facilmente verrà piazzata. La pedopornografia, come molte altre attività criminose, ha alle spalle un consistente giro di denaro.

Mi chiedo dove può arrivare la cattiveria umana, la mancanza di cuore e di rispetto per la vita altrui. Sono una madre anch’io. Non penso che potrei sopravvivere se le mie figlie scomparissero nel nulla, preferirei la morte. E so che chi sta leggendo ora questo pezzo la pensa esattamente come me. Ecco perchè la mia grande stima va alle madri coraggio di tutto il mondo e ai papà la cui vita è stata spezzata il giorno in cui la mano dell’orco cattivo ha sottratto il proprio bambino all’amore della sua famiglia. Il mio rispetto va a Piera Maggio, mamma di Denise, alla famiglia Celentano, alla famiglia Porfidia e a tutti quelli che vivono i loro giorni ancora senza i loro bimbi. Offriamo tutti la nostra solidarietà a questi genitori che non si arrenderanno mai, che cercheranno i loro bambini scomparsi senza tregua, fino al loro ultimo giorno di vita.

Bambini: ancora una volta usati, abusati, sfruttati e mercificati per il piacere, il guadagno, la cattiveria dei grandi.

«OCCORRE RIMUOVERE IL SEGRETO DI STATO» Intervista su LucidaMente

Il magazine LucidaMente, rivista mensile di cultura ed etica civile, ha intervistato Mario Arpaia il Presidente dell’Associazione Memoria Condivisa  e Lina Pasca sua collaboratrice. In primo piano, come sempre,  il culto della memoria verso le vittime del terrorismo e delle mafie. L’intervista a cura di Simone Jacca è presente sul sito del magazine www.lucidamente.com alla pagina http://www.lucidamente.com/default.asp?page=lastNumber&id=6 

 

«OCCORRE RIMUOVERE IL SEGRETO DI STATO»

Il 2 agosto 1980, alle ore 10,25, un ordigno esplose nei pressi della stazione di Bologna causando 85 morti. Bari fu la città che, in termini di vite umane, oltre il capoluogo emiliano, pagò il prezzo più alto: sette vittime. Il 18 novembre scorso, 29 anni dopo, è stato formalizzato un gemellaggio tra le due città dal fortissimo valore simbolico, per far sì che non si dimentichi la strage, per far sì che non si dimentichino le vittime.
Dell’Associazione Memoria Condivisa, che è stata tra le ideatrici e promotrici di questo storico evento, abbiamo intervistato il presidente Mario Arpaia e Lina Pasca.

Il gemellaggio tra le città di Bari e Bologna può considerarsi un vostro traguardo?
LINA PASCA: «Sì, può considerarsi un nostro traguardo ma soprattutto un traguardo per gli italiani. La collaborazione istituzionale fra le città di Bari e Bologna intende rafforzare l’impegno civile volto a mantenere viva la memoria delle stragi. Le tragedie del nostro Paese non coinvolgono solo coloro che in esse hanno perso la vita e i loro familiari, ma gli italiani tutti».

Memoria Condivisa si impegna a onorare la memoria delle stragi italiani. Quanto il nostro Paese ne ha bisogno?
LINA PASCA:  «Il nostro Paese ne ha un bisogno immenso. Soltanto portando i giovani a conoscenza degli orrori compiuti dai gruppi terroristici estremisti, si può tramandare il messaggio di pace e far capire che chi semina la morte celandosi dietro una bandiera non fa politica. Attraverso il ricordo delle stragi si insegna il valore della vita, il rispetto per la propria e per quella di chi l’ha persa spargendo il proprio sangue innocente. Gli orrori di ieri per i non errori di domani».

La vostra associazione ha affrontato approfondimenti su quasi tutte le stragi dell’Italia repubblicana: da Brescia a Ustica, da Bologna a Piazza Fontana. Esiste un punto di partenza, un anello da cui parte questa catena di violenze?
MARIO ARPAIA: «Il punto da cui nasce il tutto è lo Stato, i suoi poteri, le sue sovrastrutture e gli interessi politici e sociali ad esso legati. Ma non bisogna partire dagli anni di piombo per formulare delle ipotesi. La tesi delle collusioni ad altissimo livello partono già dalla strage di Portella della Ginestra. Rimasero al suolo 11 morti e 27 feriti, in quella che viene ricordata come la prima strage del secondo dopoguerra, contadini che manifestavano contro il latifondismo, a favore dell’occupazione delle terre incolte. È il primo maggio 1947, siamo ancora molto distanti dagli anni del terrorismo rosso e nero degli anni Settanta, ma la matrice di collusione tra poteri politici e criminali è la stessa».

Giuseppe Casarrubea è uno dei pochi storici pronti a sfidare la storia stessa e a riscriverla. Onorare la memoria degli eventi tragici può essere sufficiente? Oppure, a volte, è necessario metterli in discussione?
MARIO ARPAIA: «Ho avuto l’onore di conoscere Casarrubea, persona squisita e disponibile; mi ha deliziato con la sua cultura in un incontro a cui ha partecipato con serietà e maestria. Alle mie domande su Portella della Ginestra ha risposto in maniera esauriente e circostanziata. L’aspetto che mi ha colpito in modo particolare è stato l’intreccio tra fascismo, mafia, servizi segreti e Cia e la conoscenza approfondita della questione da parte dello studioso. È chiaro che non basta solo ricordare, ma occorre approfondire e scardinare gli eventi con un’analisi critica e oggettiva dei fatti. Un obiettivo importantissimo su cui dovremmo tutti batterci è la rimozione del segreto di Stato; eppure, a distanza di tanti anni dalle stragi, non si riesce a toglierlo, sia che governi la sinistra, sia che sia al potere la destra. La chiave di tutti i misteri è nelle migliaia di pagine chiuse nei dossier impolverati custoditi nei palazzi del potere».

L’Italia ha vissuto anni terribili di mafia e terrorismo. Si possono considerare una pagina chiusa della nostra storia?
LINA PASCA: «Dipende cosa intendiamo per pagina chiusa. Dove c’è uno Stato che non funziona come dovrebbe esistono apparati criminali che vivono nello Stato stesso e che di esso si “nutrono”, insinuandosi nelle strutture del potere. Certo è che con i grandi nomi del sistema mafioso ormai dietro le sbarre, molto si è fatto. Ma non tutto. Non bisogna credere che la parola “mafia” voglia dire semplicemente “uomo d’onore” o “pizzo”. La mafia può essere molto più subdola di ciò che crediamo ed essere presente in maniera occulta anche dove avremmo giurato non potesse esistere. La stessa cosa vale per il terrorismo. Si è evoluto. Un tempo i rivoluzionari colpivano lo Stato con le grandi stragi che, come sappiamo, seminavano la morte tra la gente comune. Oggi si guarda dritto al fulcro della politica e si colpisce al cuore delle istituzioni. Gli omicidi di Massimo D’Antona e Marco Biagi ne sono la prova».

Dopo lo storico gemellaggio Bari-Bologna, qual è il prossimo traguardo che Memoria Condivisa si prefigge di raggiungere?
LINA PASCA:  «Ogni giorno che passa per noi è un traguardo. Abbiamo in mente idee e progetti che mettano in risalto il tema centrale della nostra associazione, il culto della memoria, il ricordo per chi ha perso la propria vita o perché aveva degli ideali o perché si è trovato coinvolto per puro caso in una tragedia. Stiamo lavorando per portare nelle scuole Agnese Moro, figlia dello statista rapito ed assassinato dalle Brigate rosse. Il suo sarà un altro prezioso messaggio rivolto ai giovani. Ovvero che bisogna ricordare il passato per guardare al futuro, e vivere il presente facendo dell’onestà la bandiera della propria vita, perché si può credere in qualcosa, avere degli ideali e degli obiettivi, senza che questi debbano necessariamente scontrarsi con l’assenza di morale. L’etica deve far parte della nostra vita così come l’aria che respiriamo. Speriamo che la nostra associazione contribuisca, anche se in misura minima, a far respirare ai giovani questa preziosa aria».

SIMONE JACCA

PIAZZA FONTANA: LA MADRE DI TUTTE LE STRAGI

Anche l’Italia e non solo il Medio-Oriente può vantare il primato della “madre di tutte le battaglie”.

Non caddero dai cieli come le micidiali bombe dei Caccia, non ci fu nessun video di minaccia al mondo come quelli di Al-Qaeda, ma ugualmente fu la “madre” di tutte le stragi successive.

Oggi, a 40 anni di distanza nessun dubbio c’è, secondo gli storici, sui moventi e gli autori della strage di Piazza Fontana, la “meno misteriosa” tra tutti i “misteriosi” crimini italiani legati alle bandiere politiche: la destra eversiva di “Ordine Nuovo”.

Una politica stragista e sanguinaria della fine degli anni ’60 che battezzò quello che sarebbe poi stato riconosciuto come il periodo più nero della memoria politica italiana. Eppure nessuno ha pagato per quel sangue, nessuno ha finito i suoi giorni nelle fredde galere di Stato, quelle che a volte ospitano chi ha “rubato una mela” e in cui sempre più di frequente trovano la morte esili e “normali” personaggi colpevoli di trovare nell’uso delle droghe il sole alla fine del tunnel. Ma questa, si sa… è un’altra storia.

Per risolvere casi giudiziari, non gravi come questi, si sono spese le migliori forze ed energie per arrivare alla verità. Uomini, mezzi, soldi, apparecchiature, intercettazioni, pentiti. Ma per Piazza Fontana, pressioni, intelligenza e “’intellighenzia” sono occorsi ai servizi segreti deviati per lasciare nei meandri dell’ oblio la prima strage fascista di innocenti.

12 Dicembre 1969 ore 16:37, centralissima Banca Nazionale dell’Agricoltura, Milano. Il grande salone della banca è particolarmente pieno di operatori al lavoro: una violenta deflagrazione spezzerà per sempre la serenità dei presenti e la vita di coloro che nelle proprie case non faranno mai ritorno. I corpi martoriati sono quelli di 17 persone: Giovanni Arnoldi, Giulio China, Eugenio Corsini, Pietro Dendena, Carlo Gaiani, Calogero Galatioto, Carlo Garavaglia, Paolo Gerli, Vittorio Mocchi, Luigi Meloni, Mario Pasi, Carlo Perego, Oreste Sangalli, Angelo Scaglia, Carlo Silvia, Attilio Valè, Gerolamo Papetti. I feriti sono 88.

12 Dicembre 2009 ore 16:37, siamo ancora qui a chiederci il perchè di tante ingiustizie, a ricordare i nostri caduti non pagati da nessuno Stato, inconsapevoli che la loro fine sarebbe rimasta un mistero non in relazione alle mani assassine che hanno tolto loro la vita ma alla ragione etica, oltre che giudiziaria, di una “non pena”.

La Legge è Uguale Per Tutti si legge nelle aule dei tribunali. Continuiamo a sperarci. Crederci è diventato ormai pressocchè impossibile.

 

LINA PASCA

LUISA MANFREDI, SANGUE INNOCENTE

Era la figlia maggiore del bandito sardo Matteo Boe. E’ stata questa la sua condanna a morte? Se sei figlio di un criminale la tua diventa automaticamente  una morte di serie B. Morte fisica prima. Morale, lasciata nel dimenticatoio, poi.

Sono le 18:30 di un freddo martedì di novembre del 2003, il 25 per la precisione. Soffia un gelido maestrale a Lula, piove.  Luisa Manfredi, 14 anni,  è in casa a prepararsi. Da lì a poco uscirà per il suo corso di ballo sardo. Le piace ballare, lo fa con l’entusiasmo e con l’innocente malizia dei suoi anni da adolescente. Incontrerà le amiche al corso, parleranno dei compiti svolti, dell’interrogazione del giorno dopo, di quanto è carino il ragazzino dell’altra sezione. No. Non parleranno.

Luisa viene colpita dal proiettile di un fucile calibro 12, mentre si affacciava al balcone per stendere frettolosamente il bucato. Si accascerà sul terrazzo di casa ed emetterà il suo ultimo respiro 24 ore dopo. Hanno fatto di tutto i medici per rianimarla e riportarla alla vita. Ma non ci sono riusciti a proteggerla. Così come non c’è riuscito suo padre.

Credeva che bastasse risparmiarle il suo cognome per risparmiarle la morte. Ma gli assassini sanno tutto. Sanno cosa mangi la mattina a colazione, sanno che amici frequenti e sanno anche quand’è il momento giusto per colpire.

Qualcuno ha lasciato uno striscione davanti la Chiesa, su c’è scritto: “Chi ha ucciso Luisa?”  Si è pensato ad una vendetta trasversale o  uno scambio di persona prima, di un delitto passionale o politico poi. La madre della ragazza chiede che venga fatta giustizia, che la sua creatura non venga dimenticata, che la gente di Lula che ha visto, se ha visto, parli. Per dire cosa? Nessuno mai dirà com’è morta la figlia di un bandito, anche se questi sta scontando in carcere i suoi errori con la giustizia. La paura è tanta. Chi vive da quelle parti non ci fa più nemmeno caso alle morti atroci che colpiscono anche gli innocenti.

A Lula è calato il silenzio. Si è abbassato il sipario di un teatro di paese dove il dramma si confonde con la realtà, dove il dolore e la disperazione dei parenti e degli amici di Luisa annegano nel lago dell’omertà. Dove sono i mass media? I telegiornali che si scandalizzano e ci scandalizzano per le morti illustri e per le vite dorate di pochi? Abbietti come sempre e alla ricerca del dolore da audience. Lacrime finte o fin troppo facili che scorrono vorticose all’apertura di pacchi milionari.

Lo so che chiedi giustizia, Luisa. Lo so che da lassù urli il tuo grido di dolore. Lo so che chi ti ama in Terra lotta nell’indifferenza mentre tu stai cercando un posto tra le anime del Paradiso, lì dove si vive senza gerarchie.

Non ti dimenticheremo Luisa. Sei la figlia di tutti noi ora, noi che con le nostre flebili vocine chiederemo per te giustizia divina e terrena.

 

LINA PASCA

GRAZIELLA CAMPAGNA: MORIRE DI MAFIA A 17 ANNI

GRAZBorsellino, Falcone, Livatino, Pecorelli, don Peppe Diana, grandi personaggi, eroi uccisi dalla mafia e rimasti nella memoria collettiva grazie ai mass media e alle associazioni anti-mafia. Sono nomi importanti i loro, fanno rumore, spezzano le catene, rompono i silenzi. C’è qualcuno che ha fatto la loro stessa tragica fine ma non viene ricordato allo stesso modo. Non si tratta di un giudice, di un giornalista, di un prete anti-camorra, ma di una “piccola fiammiferaia”, una innocente e inerme ragazzina di 17 anni, siciliana di Saponara (Me), trucidata dalla mafia perchè protagonista a sua insaputa di una banale ma tragica scoperta.

Era una ragazza semplice Graziella Campagna, umile e riservata, quando nel luglio dell’ ‘85 inizia a lavorare come stiratrice in una lavanderia di Villafranca Tirrena (Me).  Avrebbe iniziato a guadagnare qualche soldino contribuendo così a tirar su i suoi fratelli. Era una famiglia numerosa la sua, una di quelle dove diventa quasi scontato non dar prosieguo agli studi dopo la licenza media. Famiglia umile ma onesta, con sani principi e rispettoso senso civico.

Per sua sfortuna, la lavanderia è spesso frequentata dall’ingegner Eugenio Cannata e suo cugino Giovanni Lombardo.

E’ in uno degli ultimi giorni dell’anno 1985, che l’ingegnere porta in lavanderia una camicia con l’incarico di lavarla. Durante i normali controlli sulla biancheria, Graziella si imbatte in un’agendina contenente i dati personali del Cannata. La sua collega accortasi del fatto corre a strappargliela di mano. Graziella ne rimane colpita, tanto che racconta l’episodio a sua madre.

Qualche giorno dopo, l’ingegnare Cannata, mentre è dal barbiere, si accorge di aver smarrito l’agendina e si precipita in lavanderia intuendo di averla lì lasciata il giorno in cui ha consegnato la camicia. Dell’agendina non c’è traccia.

Il giorno in cui l’ha rinvenuta, Graziella Campagna ha firmato la sua condanna.

Nella serata del 12 dicembre del 1985, Graziella non prende l’autobus come di solito per rincasare. Viene prelevata dai due individui che qualche giorno prima le erano apparsi disponibili e gentili, viene portata a Forte Campane dove viene barbaramente uccisa. Cinque colpi di fucile a canna mozza. Dall’auto che l’aveva caricata la fecero scendere lungo una strada sterrata piena di buche, su di lei la pioggia e un cielo che non l’aiutò a sfuggire ad una morte orrenda. Una strada lontana dalle luci del paese e dal clamore festaiolo del Natale; nessuno avrebbe potuto udire le sue grida strazianti di dolore e le disperate richieste di aiuto.abbracci gc

Le spararono frontalmente a meno di due metri di distanza, prima il braccio, poi il volto, il petto, l’addome, la spalla. Tentò di ripararsi Graziella coprendosi il viso con le mani, ma non era ancora abbastanza. L’ultimo colpo fu alla testa, quando la giovane era già in terra straziata. Il proiettile partito a bruciapelo uscì dal cranio. Per lei fu la fine, un’orribile fine. Non fu stuprata, né picchiata, né drogata, stabilì l’autopsia; ciò vuol dire che fu completamente lucida e cosciente nell’assistere alla sua morte, nel guardare negli occhi chi le stava strappando così violentemente la vita.

Graziella non lo sapeva, ma in quell’agendina erano indicati i nomi reali e i traffici dei due signori cordiali e disponibili. Eugenio Cannata era in verità Gerlando Alberti, e il suo amico, non Giovanni Lombardo ma Giovanni Sutera. Il primo, boss latitante della mafia palermitana, il secondo, un pericoloso latitante già accusato di omicidio. C’erano i nomi di complici e protettori in quell’agendina, storie di pizzo e di tangenti, di appalti, di droga e di complicità nel mondo politico locale e non; di imprenditori, magistrati e carabinieri, oltre a nomi e numeri di telefono di altri mafiosi. Graziella non lo sapeva, ma tra le mani aveva roba che scotta, la fonte dei segreti e i misteri della mafia palermitana, traffici di morte e di stragi di mafia. Molto probabilmente l’agendina conteneva elementi atti ad identificare esecutori e mandanti della strage del rapido 904 del 23 dicembre ‘84. Vittima inerme e indifesa di una curiosità fanciullesca ed ingenua.

Contrariamente a lei, in paese tutti sapevano chi erano in realtà i due cugini non cugini. Erano soliti intrattenere abituali e cordiali rapporti con uomini delle istituzioni, delle forze dell’ordine, dei professionisti di Villafranca. Erano quindi perfettamente integrati e “rispettati” dagli abitanti del posto.

Nell’ ‘89 i due latitanti vennero rinviati a giudizio dal giudice istruttore ma 9 giorni dopo la Corte d’Assise di Messina dichiarò nulla l’ordinanza a causa della mancata notifica agli imputati dell’iter giudiziario. Il peggio non era ancora arrivato. Nella nuova fase istruttoria, nel marzo del ‘90, il giudice istruttore accolse la richiesta di proscioglimento dei due assassini per non aver commesso il fatto.

Nel febbraio del ‘96 il caso fu riaperto grazie all’appello di due associazioni antimafia durante la trasmissione Chi l’ha Visto?, alla tenacia dei familiari e al coraggio dell’avvocato di parte civile.

Nel ‘98 si diede il via al processo che terminò nel dicembre del 2004 con la sentenza di condanna all’ergastolo dei due assassini Gerlandi e Sutera e di due anni di reclusione per favoreggiamento per Franca Federico, titolare della lavanderia, e la cognata, collega di Graziella, Agata Cannistrà.

Nel marzo di quest’anno la Cassazione ha confermato la pena ad perpetuum inflitta dalla Corte d’Assise d’Appello di Messina del marzo 2008.

 Oggi lo Stato le ha riconosciuto il diritto alla verità, il diritto alla giustizia. Ma Graziella ha anche il diritto alla memoria, il diritto di essere riconosciuta, alla pari di vittime “famose”, come vittima di un potere criminale e spietato che ha soffocato con 5 colpi di lupara calibro 12 i sogni, i progetti, la vita di una ragazza di soli 17 anni. Violenza inaudita e atroce barbarie hanno stroncato la spensieratezza di un’adolescente come tante, il diritto a crescere e a sperare in una vita migliore. E’ per questo che le nuove generazioni devono essere messe a conoscenza che la mafia non riguarda solo i mafiosi, ma anche se stessi. Giovani innocenti come Graziella possono trovarsi sulla strada di spietati assassini senza saperlo così come è capitato alla sfortunata adolescente.

C’è qualcosa che possiamo fare noi gente cosiddetta comune, noi che ci sentiamo così lontani da queste assurde tragedie, tragedie che spezzano la vita degli assassinati e quella delle loro famiglie. Portiamo il messaggio di Graziella, tra di noi, ai nostri colleghi d’ufficio, nelle scuole, al bar, in casa, non dimentichiamola. Manteniamola viva nei nostri cuori, non lasciamola morire per la seconda volta nel baratro dell’oblio. Lasciamo indelebili nella nostra memoria i giudici, i giornalisti, i preti anti-camorra assassinati dal potere mafioso, com’è giusto che sia,  ma altrettanto non dimentichiamoci di Graziella Campagna. Non dimentichiamoci di chi non appare spesso in tv, non viene ricordata dai giornali, non viene omaggiata dalle istituzioni nel giorno dell’anniversario della morte, non è eretta ad eroe nazionale. Non dimentichiamoci di Graziella. Non dimentichiamoci che anche a 17 anni si può morire. Di mafia.

LINA PASCA

CENSURIAMO LA CENSURA. CAMORRA ED EROI

 

Ieri sera sono rimasta estasiata, io che non guardo quasi mai la tv, nel seguire lo speciale di Fazio “Che Tempo Che Fa”, ospite Roberto Saviano. Davanti al video era come ipnotizzata, un automa. Completamente presa, immersa, rapita dalle parole di un grande, “parole non parole” perché trovano sostanza nei fatti. I fatti raccontati in Gomorra, best seller da 2 milioni di copie.
Mi ha sorpreso che Saviano innanzitutto parlasse non della camorra fine a se stessa, ma del ruolo che i media hanno nello sminuire la pericolosità di tale fenomeno. Ciò nel momento in cui, anzichè raccontarne gli eventi, ne vanno ad esaltare  “sfumature” totalmente prive di rilevanza sociale e giudiziaria.

Ancor più grave è la responsabilità che “alcuna” carta stampata ha nel permettere che si possa dimenticare o che si possa ricordare attraverso la diffamazione gente che a causa della mafia ha perso la vita.

Certo, questo non è il processo alla stampa. Per fortuna, c’è stampa e stampa. Ma i titoli che apparivano sui monitor in trasmissione possono indurre ad affermare che la stampa che è in mano alle mafie esiste. Così come esistono politici pilotati dalla camorra nelle  amministrazioni, burattini nelle mani dei boss (e da essi sostenuti durante le campagne elettorali…), così come esistono settori dell’economia e della finanza “inquinati” dagli infiltrati, uomini il cui compito è quello di fare gli interessi del boss e quindi dell’intera organizzazione criminale (la cosiddetta “camorra imprenditrice”).
Sono esistiti, è noto, eroi che hanno perso la libertà o addirittura la vita per combattere contro quella che è la vera mmunnezza del meridione (e non parlo di rifiuti…). I vari Falcone, Borsellino, don Diana, poliziotti e carabinieri il cui ricordo non ha mai smesso di vivere nel cuore di chi li ha amati, gente a cui sono state intitolate piazze e strade, ma che poi è stata diffamata. In che modo? Perché? Perché se un quotidiano anzichè render noto i fatti e i nomi di coloro i quali si sono macchiati di reati connessi a pizzo ed estorsione, droga, omicidi e stragi, andandoli a “condannare” pubblicamente, scrive sulla prima pagina che due boss sono considerati degli “sciupafemmine” perchè desiderati da donne avide di potere e di denaro, in quello stesso istante Falcone, Borsellino, don Peppe e gli agenti muoiono per la seconda volta! Come si fa a dare risalto alle doti amatorie di due assassini mentre chi ha contrastato questa gente ha perso la vita, è stata da loro massacrata? Come può far questo un quotidiano, che ha il dovere etico e morale di dare attraverso l’informazione il giusto riguardo e rispetto per chi ha combattutto contro ciò che danneggia lo Stato, quello stesso Stato in cui tutti noi italiani viviamo, inclusi i suoi direttori?! Che vergogna!
Che senso ha allora intitolare una piazza o un monumento ad un magistrato sacrificatosi per questo Paese, dar vita a celebrazioni in memoria di un prete trucidato, mettere sotto scorta altri giudici, imprenditori onesti o giornalisti, togliere il padre a bambini innocenti, se poi c’è chi si prende la briga di scrivere nella prima pagina di un quotidiano, e ripeto, un quotidiano, non sul diario segreto di una quindicenne, che il tale boss è un latin lover?!
E ancora più grave è che a questi soggetti si permette di fare il loro mestiere (servendosi di un mezzo pubblico) per fare politica, la loro politica, la politica della camorra, mentre chi va in tv a denunciare questo schifo che è la mafia viene “bacchettato” dal magistrato di turno, perchè colpevole di eccessivo presenzialismo??!!

Il PM Antonio Ingroia, proprio oggi e riferendosi alla trasmissione di Fazio, consiglia a Saviano di “…rilanciare la sua immagine avendo intelligenza e consapevolezza tali da non farsi consumare dal sistema mediatico”. Lo esorta a “…non diventare personaggio mediatico e prigioniero dell’icona che viene diffusa e a non approfittarsi del personaggio che si è costruito…” (fonte Ilgiornale.it del 26/03/09).

Il magistrato Ingroia non commenta le prime pagine dei quotidiani di Terra di Lavoro (?), non bacchetta i suoi direttori, bacchetta Saviano!!!
Perchè è andato in tv a dire che la stampa si è dimenticata di Salvatore Nuvoletta, carabiniere di 20 anni ucciso dalla camorra perchè ritenuto colpevole dell’uccisione del nipote di un boss e purtroppo con un cognome suo malgrado disonorevole…
Perchè ha osato ricordare che la stampa locale aveva definito addolorati i camorristi per la vicenda del piccolo Tommy (che gran cuore…!).
Perchè ha ricordato Annalisa Durante, la cui adolescenza è stata atrocemente spezzata in uno dei vicoli degradati di Forcella.
Perchè ha urlato la sua rabbia contro chi ha scritto che don Diana andava a letto con le donne…!!! O che era un camorrista!!!
No, non ci può essere vergogna più grande!
Il PM esorta Saviano a darsi una ridimensionata, non esorta la gente a “diventare” Saviano, a farsene esempio, bandiera. No. Non lo fa. Lo accusa di protagonismo!
E come possiamo aspettarci che i Casalesi non si nascondano dietro la frase “…l’ha voluto lui…”, riferendosi alle minacce, o “…poteva farsi i fatti suoi…” se un magistrato, uomo di legge, uomo colto, uomo dello Stato, ribadisce che il Saviano è troppo presente?! Troppo presente…
Cosa ci possiamo mai aspettare dai Casalesi, nati, cresciuti, permeati in quella mmunnezza, in essa permeati, se un uomo che dovrebbe fare della legalità, del rispetto della legge e della lotta all’omertà la ragione della sua vita, rimprovera Saviano?!
Se fossimo tutti dei Roberto Saviano, se fossimo tutti dei don Diana, se scorresse nelle nostre vene anche una minima parte del loro sangue forse si, forse sì che si potrebbe cambiare il mondo…. Che sogno, che utopia, una chimera…
Stamattina, invece, i ragazzi intervistati a Casal di Principe, quelli per intenderci che hanno detto che Saviano poteva farsi i fatti suoi e che “…non è vero che nel loro paese esiste la camorra…”, che si sta bene, (che oasi felice…!), sapranno che un uomo di legge (quindi uno che ne sa più di loro…) ha bacchettato lo scrittore. Con parole diverse, (perchè il bagaglio culturale del magistrato non è limitato come il loro… e quindi con padronanza del lessico italiano…) Ingroia ha detto ciò che volevano dire loro! Cioè che un uomo del genere ha soltanto contribuito a danneggiare il loro paese, l’ha mercificato e diffamato (ah, ecco che ritorna la famosa diffamazione di cui parla Saviano….).
Per fortuna esistono anche altri giovani. Quelli che hanno sfilato nei cortei a Casale e a Napoli, quelli che fanno parte dell’associazione Libera, quelli che scrivono su Narcomafie, che si espongono, che sognano, quelli che guardano al futuro, quelli che studiano Legge, magari per bacchettare un giorno i cattivi dell’Inferno dantesco (i direttori dei quotidiani incriminati, per intenderci…) e non gli eroi del Paradiso…
Mi piacerebbe che oggi uno dei tanti giornali nazionali dedicasse una pagina al testo scritto da don Diana nel lontano ‘91, il cui titolo non è “Per amore della mia donna non tacerò”, ma è “Per amore del mio popolo non tacerò”, dove l’amore verso un popolo intero è sicuramente più grande, immenso direi, rispetto a quello che si può provare per una donna.
E’ una sorta di amore incondizionato, senza limiti, senza pretese. Lo stesso amore universale che ha avuto Gesù Cristo quando è morto su una croce sacrificandosi per noi. E Gesù Cristo è stato, ricordiamolo, il più “grande diffamato” nella storia dell’umanità…
L’amore per una donna (facciamolo presente a qualche “smemorato” direttore) ti dà anche, l’amore verso un popolo ti toglie, e al popolo non chiede nulla.
Ma trovare oggi una pagina del genere su un quotidiano non sarà possibile. Non è di moda. Non fa tendenza, anzi non è trendy, direi con terminologia adolescenziale. E poi cosa vuoi che importi a quelli che vivono a Desenzano del Garda o a Trieste ciò che succede nel mio sud, il mio amato sud?!
E’ vero, ma ciò però non impedisce a noi di farlo…
Alcuni passi del discorso:

“PER AMORE DEL MIO POPOLO”

Siamo preoccupati

Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra.

Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”.

Coscienti che come chiesa “dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che é la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà”.

La Camorra
La Camorra oggi é una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana.

I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato.
(…)

Vi sembrano parole scritte da un camorrista?
Con questo documento don Diana ha firmato la sua sentenza di condanna.
E’ stato assassinato il 19 marzo 1994. Era nella sacrestia della Chiesa San Nicola di Bari a Casal di Principe mentre si accingeva ad officiare la Messa. I quattro colpi sparati dai due killer non gli hanno dato scampo. E’ morto all’istante.
Wikipedia, nella sua biografia, lo definisce “vittima innocente della camorra”.
Un giornale l’ha definito “camorrista”.
Quando ha fatto ciò l’ha ucciso un’altra volta.
Ma tra poco è Pasqua. Chi è cristiano sa che la Pasqua è la rinascita, è la rivincita della morte sulla vita.
Sia Pasqua ogni giorno nei nostri cuori. In esso siano presenti sempre e per sempre Falcone, Borsellino, don Diana, carabinieri e poliziotti massacrati per servire lo Stato. Se sarà così nessuno potrà permettersi di “bacchettarci” se parliamo….
Questi eroi parleranno per noi…
Oggi Roberto Saviano parla per noi…
Con il loro sangue, con il loro ricordo, con le loro gesta sarà ogni giorno una nuova Pasqua…

Lina Pasca

26/03/09

DON PEPPINO, PATRIMONIO DA CUSTODIRE

 

Son passati poco più di quattro mesi dal mio articolo “Censuriamo la censura. Camorra  ed eroi” e già mi tocca ritornare sull’argomento per far sì che si ristabilisca di nuovo “l’ordine” sulla figura di un vero eroe italiano, don Peppino Diana, sacerdote massacrato nella sua parrocchia di Casal di Principe il 19 marzo 1994 dal clan dei casalesi.

Questa volta a infangarne la memoria non è stato un giornale locale, né un camorrista qualunque, come già avvenuto in passato, ma uno che i camorristi li difende, l’onorevole Gaetano Pecorella.

Avvocato penalista, nonché Parlamentare del PDL , Pecorella aveva difeso nelle aule di tribunale Nunzio De Falco, il mandante dell’omicidio del prete anticamorra. Secondo il parlamentare, la morte del sacerdote non si può considerare come un segnale chiaro ed inequivocabile profuso dalla camorra, perché il movente di quel barbaro assassinio non è stato ancora definito e bisogna ancora accertare se si tratti di un regolamento di conti o di uno sgarro.

Secondo la tesi di Pecorella, tra i moventi indicati, agli atti del processo, ce ne sono tra i più diversi. Qualcuno ha parlato di una vendetta per gelosia perché gli “piacevano le donne”, qualcun’altro perché conservava le armi dei clan.

Gaetano Pecorella Gaetano Pecorella 

Quindi secondo il parlamentare “…Nessuno ha mai detto perché è avvenuto questo omicidio, visto che non c’erano precedenti per ricostruire i fatti. Nel processo non è emerso nulla di più. E se tra i diversi moventi c’è anche quello che don Diana facesse attività anti-camorra, per la verità nel processo non è venuto fuori molto chiaro neanche questo come movente. E’ inutile che costruiamo delle fantasie sulle ipotesi. Quella dell’impegno anticamorra è tra le ipotesi. Ora se è un martire bisogna capirlo dal movente che non è stato chiarito….”

Il politico si sbaglia di grosso. Se è vero che nel processo di primo grado egli è stato il difensore di un camorrista spietato e mandante dell’omicidio (e sappiamo che ogni legale è tenuto a difendere il proprio assistito anche quando questi viene colto con le mani nella marmellata), è anche vero che il processo è finito da un po’, e la tesi di Pecorella è stata letteralmente spazzata via da una sentenza della Cassazione.  Essa ha confermato la condanna all’ergastolo per due esecutori materiali e a 14 anni di carcere, perché pentito, per il terzo esecutore materiale. Quella sentenza giunta nel marzo 2004 ha stabilito che il sacerdote è stato assassinato per il suo impegno anticamorra.  Sarebbe ora che l’avvocato Pecorella posasse nell’armadio la sua toga visto che il processo è finito da un po’. Non c’è bisogno di difendere De Falco a vita. Per fortuna, uomini di giustizia, della vera giustizia, il camorrista assassino di un martire l’hanno sbattuto in galera dove spero finirà i suoi giorni.

Sembra singolare il fatto che l’onorevole Pecorella sia oggi presidente della Commissione di Inchiesta sul Ciclo dei Rifiuti. Cioè di un mondo dove la camorra l’ha fatta, e si suppone la faccia ancora, da padrona. Perché credete che le strade delle nostre città siano state (e in alcuni casi ancora sono) inondate dalla “monnezza”? Perché dove c’è smaltimento c’è denaro, dove ci sono gli affari c’è la camorra. Certo è che se un onorevole del nostro Parlamento dirige una commissione che dovrebbe indagare sui rapporti rifiuti-criminalità e poi difende un camorrista, e se dopo sentenze passate in giudicato e pronunciamenti della magistratura i camorristi li difende ancora, siamo belli che rovinati!

Forse però c’è qualcosa che vale ancora di più delle sentenze giudiziali, e sono le sentenze dell’opinione pubblica.  Sono state circa 150 mila le persone che sono scese in piazza dal 19 al 21 marzo, tra Casal di Principe e Napoli, nell’annuale appuntamento di Libera per ricordare le vittime di mafia.

A questo punto si potrebbe proporre una nuova mobilitazione. Scendere magari tutti in piazza per gridare nuovamente basta alle squallide insinuazioni su don Diana. Basta con le diffamazioni usate per delegittimare chi lotta e muore contro la mafia, com’è avvenuto con don Puglisi o Falcone. Basta con queste insinuazioni che servono a delegittimare la figura morale di coloro che servono ai giovani come esempi. Dei veri modelli per le generazioni future che attraverso le figure di questi eroi possono sperare di cambiare la triste realtà presente nei nostri territori violentati.

Il mio precedente articolo aveva come titolo “…Censuriamo la censura…” Questa volta mi sto chiedendo: fermo restando che bisogna tutelare la libertà di espressione e di parola, ma non sarebbe meglio che certi personaggi si auto-censurassero di tanto in tanto? Eviterebbero di fare brutte figure e soprattutto di ottenere l’opposto di ciò che ipotizzavano determinasse il proprio intervento.

Ancora una volta si è capito come don Diana sia stato martire ed eroe, come attestano non una ma numerose sentenze. E come il modello e l’esempio di don Peppino siano eredità per tutti, giovani e meno giovani, patrimonio collettivo della coscienza civile non del Sud ma dell’Italia tutta. Patrimonio che, come tutti i tesori, va custodito, tutelato e difeso. Sempre e per sempre.

Lina Pasca

05/08/09

SCUSATE SONO SOLO UN BAMBINO

Nel pomeriggio di ieri è scomparso un altro bambino. Giocava dietro al casolare di campagna, in mezzo ai campi, ma quando la nonna è andato a cercarlo, non lo ha più trovato.
E ci risiamo, ho pensato angosciata appena l’ho saputo. Ricomincia un dramma per un’altra famiglia.
E proprio mentre scrivevo quest’articolo ho saputo del lieto epilogo.
Il bambino è stato ritrovato in una buca, spaventato ma in buona salute.
Non posso dire lo stesso per Denise Pipitone, Angela Celentano, Pasqualino Porfidia, Estelle Mouzin, Maddie McCann, Santina Renda…
Potrei elencare tanti nomi, ma questo spazio non basterebbe. Le loro famiglie vivono nell’angoscia e nel dramma ormai da anni. Si tratta di bambini inghiottiti dalla terra.
Quello dei bambini scomparsi è purtroppo un fenomeno in forte crescita.
Solo nei primi 3 mesi nel 2008 e solo in Italia, i bambini scomparsi sono 368. La Polizia di Stato riferisce nell’ultimo aggiornamento che i minori scomparsi dal 2005 al 2008 sono 2932.
Cifre da far accapponare la pelle.
E se sembrano tanti, non vi stupite. Non per tutti i minori scomparsi viene sporta denuncia. Ci sono le cosiddette scomparse silenziose.
Quelle di bambini che vivono in Italia ma che non sono stati mai neanche censiti. Quelli che vivono nel degrado, ai margini e quasi sempre nell’illegalità, gli immigrati clandestini, africani, rom, cinesi e altri extracomunitari irregolari.
Di questi bambini non si sa nulla, nulla significa che molte volte non esiste nemmeno una foto, forse esiste un nome, quasi mai un cognome… E non esistere, significa che se ti rapiscono, se ti vendono, nessuno se ne accorge.
Di bambini stranieri ne scompaiono in media 48 al mese, quasi 2 al giorno. Qualcuno li considera bambini di serie B. Hanno un altro colore della pelle, appartengono ad un’altra etnia. Ma sono innocenti, come i nostri figli.
Italiani e stranieri, sono migliaia i bambini che ogni anno svaniscono nel nulla, diventono fantasmi.
Sono diverse le cause che son dietro la scomparsa di un bambino.
Ricordiamoci dei genitori separati che usano il bimbo nato dal loro felice matrimonio come arma. Lo contendono al pari di una proprietà di famiglia, solo mattoni, niente anima. Quando il giudice deputato a stabilirne l’affidamento lo assegna all’uno o all’altra, la parte sconfitta lo porta via.
Via dai suoi affetti, via dagli amichetti, dalla famiglia, dalla propria terra.
Si preparano le valige, si studia un piano, si pensa ad un luogo lontano in cui trasferirsi, si cambia l’identità al bambino che assume il nome di Luca (dopo magari 4,5,6 anni in cui ha saputo di chiamarsi Marco) e si parte. Se è la madre la rapitrice, è convinta di averne tutto il diritto, perchè l’altro è solo il padre.
E’ stata lei a tenerlo in grembo quel bambino. E’ stata lei a partorirlo, è stata lei ad urlare dal dolore mentre suo figlio nasceva, è stata lei ad allattarlo, a preparargli le pappe, a fare notti insonni.
E’ una sua proprietà. Il padre in questa caso non conta niente. E’ un dettaglio.
Non conta sapere che se il bambino esiste è perchè c’è stato anche un uomo che ha contribuito a farlo nascere. Non contano i sentimenti di un uomo che ha dato la vita ad un figlio quanto la madre.
E il bambino? Ciò che pensa il bambino in quel momento? La sua volontà? Non credete che possa avere la sua opinione anche un bimbo di 5, 6, 7 anni? Non credete che quell’uomo tanto odiato da sua moglie possa essere invece infinitamente amato da suo figlio?
Perchè violentarlo così? Perchè decidere per la sua vita? Per quale motivo deve essere coercitivamente destinato a non godere dell’amore di suo padre? Ah, già, dimenticavo… E’ amore materno questo. E’ la madre che ha le doglie.
E’ il caso di Ruben Bianchi, rapito da sua madre, famosa ciclista svizzera sposata con un italiano, nell’agosto del 2004. Il bambino aveva 5 anni. In seguito alla separazione era stato affidato al padre sia dal Tribunale italiano che da quello svizzero, sentenza passata in giudicato.
La madre, nel 2006, aveva fatto sapere, tramite una lettera seguita da un’intervista rilasciata ad un giornale di Zurigo, SonntagsBlic, che teneva suo figlio nascosto in una casa nel Canton Ticino e che non gli avrebbe permesso di uscire fino a quando avrebbe compiuto 18 anni. Solo allora avrebbe potuto decidere con chi stare.
Diritto di essere padre: calpestato.
Diritto di essere bambino, di giocare all’aria aperta, al parco con i compagni, di andare a scuola, di ridere, di vivere: inesistente.

Un bambino latitante, oserei dire. Lo stesso padre non sapeva più se suo figlio fosse vivo o morto e in che condizioni di salute vivesse.
Nel frattempo accumulava i regali di ogni Natale e ogni compleanno, non smettendo neanche per un minuto di lottare per riabbracciare suo figlio. Ed è accaduto. Il bambino è stato ritrovato con sua madre addirittura in Mozambico.
Per quanta riguarda la signora, a prescindere da quali siano stati i motivi della separazione, quello verso suo figlio, per favore, non chiamatelo amore. Da madre ne risulterei offesa.
Non tutti i casi di rapimento per separazione finiscono però con un lieto fine.
Per i figli contesi, e soprattutto per quelli portati via dall’ex coniuge c’è una preoccuapante percentuale di suicidi:
Padre: 94% – Madre: 4% – Minori: 2% (fonte: Tempi Moderni – Italia 1). Lascio a voi ogni commento.
Dopodichè, provo ad affrontare l’argomento pedofilia. E dico provo perché mai nessun argomento mi ha toccato così nel profondo.
A seguito della scomparsa di Estelle Mouzin, bambina francese svanita nel nulla 6 anni fa tornando da scuola in un paese di 1000 anime a Guermantes (Parigi), ho ascoltato un’intervista rilasciata dal presidente di un’associazione francese che si occupa di bambini scomparsi.
Parlava di individui che si dedicano a fotografare bambini a loro insaputa (a scuola, ai giardini, nei loro momenti di gioco), e con le foto creano dei book a disposizione di quelli che vogliono bambini. Così il cliente può scegliere direttamente su catalogo. Ignoro se accanto alla foto sia riportato anche il prezzo.
Proviamo a ragionare, sempre che qualcosa di razionale esista nello squallore di cui stiamo parlando.
La pedofilia è la manifestazione di una forma di devianza sessuale a causa della quale una persona sessualmente adulta prova attrazione sessuale in soggetti sessualmente immaturi. Soggetti cioè in età pre-puberale, ossia bambini o preadolescenti non ancora sviluppati fisicamente.
Ma attenzione non bisogna confondere la pedofilia con la pedopornografia. Se la pedofilia rimane preferenza sessuale, per la legge non è reato, al massimo un disturbo psichico. In medicina il termine indica l’orientamento sessuale del soggetto, non un comportamento illegale, in quanto ci sono pedofili che lo sono ma non commettono atti illeciti molestando i bambini.
Questa è la cosiddetta Pedofilia Latente, cioè morbosa attrazione verso i bambini ma che rimane inespressa e trova il suo sfogo solo nelle intime fantasie erotiche.
C’è poi la Pedofilia Attiva in cui si realizzano violenze a danno dei bambini, e in ultimo, ancor più grave la Pedofilia Killer, in cui oltre alla violenza sessuale, il massimo godimento avviene con la morte della vittima.
La pedopornografia è invece la rappresentazione di atti sessuali in cui sono raffigurati bambini. Questa può essere gestita anche da chi non è pedofilo.
Ciò significa che dietro i rapimenti dei bambini per pedofilia, non ci sono solo pedofili in senso stretto, ma uomini cosiddetti normali che si dedicano al loro commercio. Magari uomini che a casa hanno mogli e figli!
Fanno parte di organizzazioni che commerciano in bambini, hanno “contrattualmente” il vincolo di mettere sulla piazza un certo numero di merce all’anno, e certo è che più è carina agli occhi dei mostri, più facilmente verrà piazzata. La pedopornografia quindi, come molte altre attività criminose, ha alle spalle un consistente giro di denaro.
Così come avviene per l’espianto di organi effettuato su bambini che vivono ai margini della società nel mondo, soprattutto nei paesi dell’America Latina e del sud dell’Africa.
Anche in questo caso il bambino è merce. La famiglia benestante paga per dare al suo ricco figlio un cuore nuovo tolto dal petto di un bambino povero. Questo all’insaputa della sua famiglia d’origine che rimane nell’angoscia più grande ma che, causa l’ignoranza e l’analfabetizzazione, si risolve con una omessa denuncia.
O, caso non raro, con l’accordo degli stessi genitori, i quali o per sostenere la folta prole sono disposti a sacrificare un figlio per poterne sfamare altri 9, o paradossalmente sfornano figli quali mezzi di sostentamento pro vendita.
Facciamo degli esempi. Il caso di una bambina serba di 12 anni venduta dai genitori ad un ragazzo di 21 anni per 17.000 euro. Erano stati chiesti 25.000 euro, ma il futuro marito era stato talmente abile a contrattare che il prezzo era sceso. La giovane donna ha dato alla luce un bambino di cui sarà madre e quasi coetanea. Suo padre è stato arrestato dalla polizia di Brescia oltre che per aver venduto sua figlia anche per violenza sessuale, a sua volta, nei confronti di una quattordicenne (fonte: AGI Agenzia Giornalistica Italia).
Ma 17.000 euro sono davvero tanti, credetemi. La vita di altri bambini vale molto ma molto meno. Per quelli dei Paesi del Terzo Mondo non si arriva nemmeno a 50 dollari.
Non vale niente la vita di un bambino in quei posti. Niente.
Altro esempio di cronaca. La notizia che un neonato è stato comprato per 500 euro da una coppia rom per avviarlo all’accattonaggio (fonte IlGiornale.it). Anche chi l’ha acquistato chiede l’elemosina agli angoli delle strade e si sa come un bambino piccolo attiri l’attenzione dei passanti…
Secondo i dati della polizia la rendita di un bambino che chiede l’elemosina potrebbe valere 100 euro al giorno, 700 euro la settimana, 2800 euro al mese netti, di media.
Per questo vengono rapiti, scambiati, venduti. Un bambino fa più tenerezza di un grande e la sua mano sporca vale quasi come tre stipendi da operaio (fonte: IlGiornale.it)
Anche questa vicenda nasce in un contesto di estremo degrado. La madre naturale del bambino, prostituta romena ventenne, decide inizialmente di abortire poi viene convinta a portare a termine la gravidanza per vendere il figlio. La faccenda pensate si è scoperta quasi per caso. In realtà gli investigatori stavano indagando su un’organizzazione che costringeva dei bambini rom a mendicare e rubare, e in un casolare venivano tenuti «a guinzaglio come cani». Parole queste con le quali addirittura si vantavano della loro attività e carpite durante le intercettazioni telefoniche. Per fortuna quelli tenuti a guinzaglio, 9 minorenni, sono stati rintracciati e liberati. Chissà se riusciranno mai a dimenticare e a ritornare ad una vita normale.
Mi chiedo dove può arrivare la cattiveria umana, la mancanza di cuore e di rispetto per la vita altrui.
Sono una madre anch’io. Non penso che potrei sopravvivere se le mie figlie scomparissero nel nulla, preferirei la morte. E so che chi sta leggendo ora questo pezzo la pensa esattamente come me.
Pertanto, la mia grande stima così come quella dei lettori, va alle madri coraggio di tutto il mondo e ai papà la cui vita è stata spezzata il giorno in cui la mano dell’orco cattivo ha sottratto il proprio bambino all’amore della sua famiglia.
Il mio rispetto va a Piera Maggio, mamma di Denise, alla famiglia Celentano, alla famiglia Porfidia e a tutti quelli che vivranno ancora una Pasqua senza i loro bimbi.
Offriamo tutti la nostra solidarietà a questi genitori che non si arrenderanno mai, che cercheranno i loro bambini scomparsi senza tregua, fino al loro ultimo giorno di vita.
Tanti auguri di Buona Pasqua a voi bambini scomparsi, rapiti da pedofili, o utilizzati come merce di scambio. Ancora una volta usati, abusati, sfruttati e mercificati per il piacere, il guadagno, la cattiveria dei grandi.
Vi abbraccio forte, figli miei.

Lina Pasca

09/04/09

I 55 GIORNI DI ALDO MORO

Il 16 marzo di quasi 33 anni fa dalle mani delle Brigate Rosse veniva rapito l’onorevole Aldo Moro e uccisa la sua scorta, due carabinieri e tre poliziotti, durante la cosiddetta Strage di via Fani.

Con l’ausilio di armi automatiche e con barbarie inaudita, in pochi secondi, i terroristi cambiarono la vita alle famiglie degli agenti caduti, colpendoli con ben 45 colpi, mentre per il Presidente della Democrazia Cristiana, la fine sarebbe arrivata dopo 55 giorni di prigionia.

Il suo cadavere fu infatti ritrovato il 9 maggio del ’78 nel cofano di una Renault 4 in una strada, via Caetani, emblematicamente al centro tra le strade che ospitavano le sedi nazionali del Partito Comunista e della Democrazia Cristiana.

Eravamo nel pieno di quelli che sarebbero stati battezzati successivamente “anni di piombo”.

Durante la sua prigionia Moro scrisse numerosissime lettere oltre che alla sua famiglia, anche agli esponenti del suo partito. Fu attraverso queste che cercò disperatamente di attuare una trattativa tra i politici del suo partito e i brigatisti. Con esse chiese fortemente alle più alte cariche dello Stato -  purtroppo invano - lo scambio di terroristi prigionieri. La sua richiesta d’aiuto rimase inascoltata.

Consapevole di quale sarebbe stata la sua fine, il suo grido di dolore s’innalzò, dal covo che lo teneva prigioniero, verso i suoi illustri colleghi di partito. Con infinita amarezza e  premonitore di ciò che sarebbe stato il suo triste destino, in una delle sue lettere scrisse, riferendosi a Cossiga (Ministro dell’Interno), Zaccagnini (alto dirigente della Dc), Andreotti (l’allora Presidente del Consiglio) e gli altri leader del suo team, che “il suo sangue sarebbe ricaduto su di loro…”

Non c’è da stupirsi se proprio questi ultimi, anni dopo, definirono le lettere come non autentiche. Di contro, gli esami grafologici hanno da sempre attribuito all’onorevole Moro l’autenticità degli scritti.

Gli esponenti democristiani del Governo facevano parte del cosiddetto “fronte della fermezza”.

Essi non presero nemmeno in considerazione l’idea di scarcerare i brigatisti prigionieri in quanto questo sarebbe stato considerato come una resa dello Stato. Il rifiuto di qualsiasi ipotesi di trattativa era inoppugnabile. Un’eventuale trattativa da un lato avrebbe tolto “onorabilità” e “potere supremo” allo Stato, dall’altro avrebbe dato inizio ad una pericolosa “consapevolezza politica” dell’esistenza delle BR. Ai terroristi non poteva in alcun modo esser data l’opportunità del “dialogo”.

La violenza da cui traevano l’essenza del loro essere, il rifiuto delle regole del viver civile e del rispetto per la vita altrui e il mancato riconoscimento della supremazia dello Stato, li tagliava completamente fuori da qualsiasi intento di collaborazione statalista.

L’unico contrario a questa tesi fu Bettino Craxi che, fautore del “fronte possibilista”, tentò di convincere Giulio Andreotti che trattare con i terroristi avrebbe salvato Moro senza pregiudicare l’onorabilità e la fermezza suprema dello Stato. Rimase inascoltato. Il fatto che Moro fosse “l’agnello sacrificale” in nome della “ragion di stato” era stato chiaro fin da subito.

La lotta armata fu perpetrata attraverso il terrorismo al fine di sovvertire gli assetti istituzionali e politici del Paese. Fu denominata “strategia della tensione”.

L’economia italiana era nel pieno della sua crescita, ormai lontani e superati erano gli anni del disastro economico-finanziario del dopo guerra. Migliorava il tenore di vita, si diffondeva la cultura. Con la diffusione della cultura ai danni della descolarizzazione, cresceva anche l’interesse per la politica.

E se il benessere post-guerra era figlio dell’egemonia americana che anni prima ci aveva liberato dai tedeschi, certo gli Stati Uniti non potevano essere entusiasti per l’inarrestabile crescita del PCI.

Gli estremisti di sinistra avevano cominciato a dar vita a violenti scontri di piazza, a stragi, a lotte armate per attuare un cambiamento della società verso un modello marxista-leninista.

Nacquero quindi a sinistra associazioni politiche-criminali organizzate come le Brigate Rosse (BR),  i Nuclei Armati Proletari (NAP), i Comitati Comunisti Rivoluzionari (Co.Co.Ri).

Anche se non coinvolti nel rapimento-omicidio Moro, a destra videro la luce sempre per le stesse finalità i Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR), Ordine Nero, Avanguardia Nazionale.

Sia la sinistra che la destra partorirono idee estremiste e lesive della democrazia.

La Democrazia Cristiana che era al centro “governava al centro”, vale a dire era in posizione opposta ad ogni estremismo.

Ma Moro, grande mediatore, manteneva contatti tra Berlinguer , segretario del PCI e Almirante segretario dell’MSI, con lo scopo di calmare gli animi delle opposte fazioni terroriste (BR e NAR) e questo certo non poteva essere cosa gradita agli estremisti di sinistra e di destra.  Quale fu, dinque,  il motivo dell’assassinio Moro?  Il motivo fu duplice. 

Le Brigate Rosse da un lato erano contrarie all’avvicinamento tra DC e PCI (avvicinamento inteso come “centralizzazione” delle idee di sinistra e non il contrario), dall’altro intendevano sovvertire il regime democristiano che tanto si stava “americanizzando”, cioè stava sempre più sviscerando nel “capitalismo”.

Il Compromesso Storico col PC progettato da Moro, un accordo di solidarietà politico-nazionale fra i Comunisti e i Cattolici, e l’apertura del governo al PCI, non fu gradito neanche dagli “amici” internazionali, tanto che essi affermarono che l’Italia non avrebbe ricevuto più nessun tipo d’aiuto internazionale se il PCI di Berlinguer fosse entrato a far parte dell’esecutivo. Come i comunisti temevano la “centralizzazione” delle idee di sinistra, così i partner internazionali rigettavano la pericolosa mescolanza del centro nella sinistra.

Combattere contro il capitalismo della DC e nello stesso tempo evitare che anche la sinistra ne assorbisse le idee poteva avvenire solo con lo scontro armato e violento. Questo era l’unico modo che le Brigate Rosse avevano per espletare il controllo sulla sinistra italiana non violenta e per armarsi contro il capitalismo.

Almeno una parte dei progetti terroristici si realizzò, visto che a seguito dell’omicidio dell’onorevole democristiano il PCI fu escluso dai progetti che miravano alla partecipazione all’ esecutivo (e rimase “solo” all’opposizione). La Democrazia Cristiana, “abitò da sola” a Palazzo Chigi  fino a quando un anonimo magistrato molisano, tale Di Pietro, non fu l’artefice di una bomba giudiziaria-mediatica denominata Tangentopoli. Era il 1992.

Proprio perché mirante all’esclusione della sinistra al governo si è ipotizzato anche un’implicazione della CIA (l’intelligence statunitense), oltre che dell’organizzazione NATO “Gladio” con la quale si tentava di bloccare e di tenere sotto controllo l’influenza che l’allora URSS avrebbe potuto avere sui paesi occidentali facenti parte dell’Alleanza Atlantica.

Si è parlato anche dell’implicazione dello stesso KGB, i servizi segreti sovietici, che avrebbero addirittura commissionato alcune azioni armate. Si è ipotizzato il coinvolgimento della loggia massonica “P2”, della “Banda della Magliana”, addirittura della “ndrangheta”, la mafia e la camorra di Cutolo.

Chissà se si saprà mai la verità su questo atroce delitto simbolo degli anni di piombo.

Certo è che se siamo in un Paese dove al Papa non viene permesso di visitare le Università romane, ma queste ospitano brigatisti rossi che addirittura tengono lezioni agli studenti come veri e propri docenti, non penso sia semplice arrivare a svelare uno dei più grandi misteri italiani.

Così com’è singolare il fatto che incaricato di debellare il terrorismo (tra l’altro riuscendoci), il Generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, inviato in Sicilia a combattere la mafia non ebbe, come per il terrorismo, lo stesso ausilio materiale e sostegno politico dal governo, e lasciato completamente da solo, fu assassinato da Cosa Nostra.

Sarà perché contrariamente agli anni di piombo, lo Stato non aveva alcun interesse a debellare la mafia?

Lasciamoci con questo dubbio. Gli interessi tra mafia e politica sono ancora un’altra storia…

Lina Pasca

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