Lina Pasca e dintorni…

…perchè la storia siamo noi….

I 55 GIORNI DI ALDO MORO

Il 16 marzo di quasi 33 anni fa dalle mani delle Brigate Rosse veniva rapito l’onorevole Aldo Moro e uccisa la sua scorta, due carabinieri e tre poliziotti, durante la cosiddetta Strage di via Fani.

Con l’ausilio di armi automatiche e con barbarie inaudita, in pochi secondi, i terroristi cambiarono la vita alle famiglie degli agenti caduti, colpendoli con ben 45 colpi, mentre per il Presidente della Democrazia Cristiana, la fine sarebbe arrivata dopo 55 giorni di prigionia.

Il suo cadavere fu infatti ritrovato il 9 maggio del ’78 nel cofano di una Renault 4 in una strada, via Caetani, emblematicamente al centro tra le strade che ospitavano le sedi nazionali del Partito Comunista e della Democrazia Cristiana.

Eravamo nel pieno di quelli che sarebbero stati battezzati successivamente “anni di piombo”.

Durante la sua prigionia Moro scrisse numerosissime lettere oltre che alla sua famiglia, anche agli esponenti del suo partito. Fu attraverso queste che cercò disperatamente di attuare una trattativa tra i politici del suo partito e i brigatisti. Con esse chiese fortemente alle più alte cariche dello Stato –  purtroppo invano – lo scambio di terroristi prigionieri. La sua richiesta d’aiuto rimase inascoltata.

Consapevole di quale sarebbe stata la sua fine, il suo grido di dolore s’innalzò, dal covo che lo teneva prigioniero, verso i suoi illustri colleghi di partito. Con infinita amarezza e  premonitore di ciò che sarebbe stato il suo triste destino, in una delle sue lettere scrisse, riferendosi a Cossiga (Ministro dell’Interno), Zaccagnini (alto dirigente della Dc), Andreotti (l’allora Presidente del Consiglio) e gli altri leader del suo team, che “il suo sangue sarebbe ricaduto su di loro…”

Non c’è da stupirsi se proprio questi ultimi, anni dopo, definirono le lettere come non autentiche. Di contro, gli esami grafologici hanno da sempre attribuito all’onorevole Moro l’autenticità degli scritti.

Gli esponenti democristiani del Governo facevano parte del cosiddetto “fronte della fermezza”.

Essi non presero nemmeno in considerazione l’idea di scarcerare i brigatisti prigionieri in quanto questo sarebbe stato considerato come una resa dello Stato. Il rifiuto di qualsiasi ipotesi di trattativa era inoppugnabile. Un’eventuale trattativa da un lato avrebbe tolto “onorabilità” e “potere supremo” allo Stato, dall’altro avrebbe dato inizio ad una pericolosa “consapevolezza politica” dell’esistenza delle BR. Ai terroristi non poteva in alcun modo esser data l’opportunità del “dialogo”.

La violenza da cui traevano l’essenza del loro essere, il rifiuto delle regole del viver civile e del rispetto per la vita altrui e il mancato riconoscimento della supremazia dello Stato, li tagliava completamente fuori da qualsiasi intento di collaborazione statalista.

L’unico contrario a questa tesi fu Bettino Craxi che, fautore del “fronte possibilista”, tentò di convincere Giulio Andreotti che trattare con i terroristi avrebbe salvato Moro senza pregiudicare l’onorabilità e la fermezza suprema dello Stato. Rimase inascoltato. Il fatto che Moro fosse “l’agnello sacrificale” in nome della “ragion di stato” era stato chiaro fin da subito.

La lotta armata fu perpetrata attraverso il terrorismo al fine di sovvertire gli assetti istituzionali e politici del Paese. Fu denominata “strategia della tensione”.

L’economia italiana era nel pieno della sua crescita, ormai lontani e superati erano gli anni del disastro economico-finanziario del dopo guerra. Migliorava il tenore di vita, si diffondeva la cultura. Con la diffusione della cultura ai danni della descolarizzazione, cresceva anche l’interesse per la politica.

E se il benessere post-guerra era figlio dell’egemonia americana che anni prima ci aveva liberato dai tedeschi, certo gli Stati Uniti non potevano essere entusiasti per l’inarrestabile crescita del PCI.

Gli estremisti di sinistra avevano cominciato a dar vita a violenti scontri di piazza, a stragi, a lotte armate per attuare un cambiamento della società verso un modello marxista-leninista.

Nacquero quindi a sinistra associazioni politiche-criminali organizzate come le Brigate Rosse (BR),  i Nuclei Armati Proletari (NAP), i Comitati Comunisti Rivoluzionari (Co.Co.Ri).

Anche se non coinvolti nel rapimento-omicidio Moro, a destra videro la luce sempre per le stesse finalità i Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR), Ordine Nero, Avanguardia Nazionale.

Sia la sinistra che la destra partorirono idee estremiste e lesive della democrazia.

La Democrazia Cristiana che era al centro “governava al centro”, vale a dire era in posizione opposta ad ogni estremismo.

Ma Moro, grande mediatore, manteneva contatti tra Berlinguer , segretario del PCI e Almirante segretario dell’MSI, con lo scopo di calmare gli animi delle opposte fazioni terroriste (BR e NAR) e questo certo non poteva essere cosa gradita agli estremisti di sinistra e di destra.  Quale fu, dinque,  il motivo dell’assassinio Moro?  Il motivo fu duplice. 

Le Brigate Rosse da un lato erano contrarie all’avvicinamento tra DC e PCI (avvicinamento inteso come “centralizzazione” delle idee di sinistra e non il contrario), dall’altro intendevano sovvertire il regime democristiano che tanto si stava “americanizzando”, cioè stava sempre più sviscerando nel “capitalismo”.

Il Compromesso Storico col PC progettato da Moro, un accordo di solidarietà politico-nazionale fra i Comunisti e i Cattolici, e l’apertura del governo al PCI, non fu gradito neanche dagli “amici” internazionali, tanto che essi affermarono che l’Italia non avrebbe ricevuto più nessun tipo d’aiuto internazionale se il PCI di Berlinguer fosse entrato a far parte dell’esecutivo. Come i comunisti temevano la “centralizzazione” delle idee di sinistra, così i partner internazionali rigettavano la pericolosa mescolanza del centro nella sinistra.

Combattere contro il capitalismo della DC e nello stesso tempo evitare che anche la sinistra ne assorbisse le idee poteva avvenire solo con lo scontro armato e violento. Questo era l’unico modo che le Brigate Rosse avevano per espletare il controllo sulla sinistra italiana non violenta e per armarsi contro il capitalismo.

Almeno una parte dei progetti terroristici si realizzò, visto che a seguito dell’omicidio dell’onorevole democristiano il PCI fu escluso dai progetti che miravano alla partecipazione all’ esecutivo (e rimase “solo” all’opposizione). La Democrazia Cristiana, “abitò da sola” a Palazzo Chigi  fino a quando un anonimo magistrato molisano, tale Di Pietro, non fu l’artefice di una bomba giudiziaria-mediatica denominata Tangentopoli. Era il 1992.

Proprio perché mirante all’esclusione della sinistra al governo si è ipotizzato anche un’implicazione della CIA (l’intelligence statunitense), oltre che dell’organizzazione NATO “Gladio” con la quale si tentava di bloccare e di tenere sotto controllo l’influenza che l’allora URSS avrebbe potuto avere sui paesi occidentali facenti parte dell’Alleanza Atlantica.

Si è parlato anche dell’implicazione dello stesso KGB, i servizi segreti sovietici, che avrebbero addirittura commissionato alcune azioni armate. Si è ipotizzato il coinvolgimento della loggia massonica “P2”, della “Banda della Magliana”, addirittura della “ndrangheta”, la mafia e la camorra di Cutolo.

Chissà se si saprà mai la verità su questo atroce delitto simbolo degli anni di piombo.

Certo è che se siamo in un Paese dove al Papa non viene permesso di visitare le Università romane, ma queste ospitano brigatisti rossi che addirittura tengono lezioni agli studenti come veri e propri docenti, non penso sia semplice arrivare a svelare uno dei più grandi misteri italiani.

Così com’è singolare il fatto che incaricato di debellare il terrorismo (tra l’altro riuscendoci), il Generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, inviato in Sicilia a combattere la mafia non ebbe, come per il terrorismo, lo stesso ausilio materiale e sostegno politico dal governo, e lasciato completamente da solo, fu assassinato da Cosa Nostra.

Sarà perché contrariamente agli anni di piombo, lo Stato non aveva alcun interesse a debellare la mafia?

Lasciamoci con questo dubbio. Gli interessi tra mafia e politica sono ancora un’altra storia…

Lina Pasca

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1 commento»

  Mario Arpaia wrote @

Carissima ho bisogno della mail tua personale da inserire nella mail list dell’ associazione, quella che mi hai dato mi torna indietro come errata.
saluti mario

LE MILLE MASCHERE DI UOMO
L’ identità è qualcosa di precario, di fragile, che necessità di un continuo soccorso, perché se dovessimo essere davvero <> ci abbandoneremmo all’aggressività, alla sessualità, alla dolcezza, alla disperazione, non appena le circostanze ci invitano. Che cosa è allora l’identità? Una struttura di controllo che cerca ogni giorno di tenere a freno le altre nostre latenti identità, in modo da consentire a noi di riconoscerci abbastanza identici a noi stessi, e agli altri di riscontrare la nostra identità, in modo da rendere possibile quei rapporti fiduciari su cui si fondano le relazioni sociali.
L’identità la perdo e la recupero ogni giorno sollecitato dalle circostanze della vita, e in questa capacità di perdere e di recuperare c’è tutto il gioco della mia libertà, che è poi un gioco di maschere che rende l’uomo adattabile alle mille situazioni della vita.
Non per disperazione, infatti, ma per celebrare la libertà umana Nietzsche poteva dire:
<>. Nietzsche definiva la nostra identità come disponibilità, più o meno sciolta, a indossare maschere, per essere più armonici con le situazioni più diversificate della vita. (Umberto Galimberti)


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