Lina Pasca e dintorni…

…perchè la storia siamo noi….

MARE NOSTRUM

Si avvicina l’estate, nelle nostre città selvaggiamente cementificate e nelle nostre arnie di case l’afa la fa già da padrona. Andiamo in ufficio o sui banchi di scuola sperando che il countdown, che ci porterà al giorno in cui ci godremo le agognate ferie, volga finalmente al termine.

Il mare, lo vediamo ben definito nelle nostre menti, sentiamo lo scrosciare delle onde, ne assaporiamo già i profumi.

Il mare. Quello che per noi tutti è legato all’idea di vacanza, per qualcun’altro è legato alla possibilità di continuare a vivere. Per noi è svago, divertimento, anelato stacco dallo stress e dalla routine quotidiana; per sfortunati eserciti di uomini esso rappresenta l’ultima chance di poter avere il diritto ad una vita.

Quasi ogni giorno le coste della meravigliosa isola di Lampedusa vengono prese d’assalto da fiumi di uomini disperati e avvinti, coloro che lasciano i loro sventurati Paesi alla ricerca di cibo, di un lavoro, di una casa, della dignità.

Dalla terra ferma, attraverso radar e attrezzature della Guardia Costiera abilitate a scorgere presenze in acqua anche al buio, qualcuno scruta squallide carrette straripanti di disperati.

Sembrano spuntare d’improvviso dagli abissi. Nessuno di noi li vede partire, aggrappati a pezzi di legno fradicio e alla speranza che un Paese lontano gli restituisca il diritto di continuare a sognare.

La maggior parte arriva viva, ma morta dentro. Qualcun altro non ce la fa a toccare terra. E viene restituito al mare o consegnato a chi seppellirà un corpo senza un nome.

E pensare che devono anche pagare per partire. Pagare per morire.

Dissetati, sfamati, vestiti e forniti di beni di prima necessità entravano (almeno fino a qualche giorno fa…) nei CPT (Centro di Permanenza Temporanea).

Da lì in poi la nostra falsa coscienza tornava a trovar pace, si acquietava al pensiero che gli immigrati non fossero finiti prigionieri del mare.

Ma dopo? Ci siamo mai chiesti qual’ è la sorte degli sventurati durante il post CPT ?

Credete che il dibattito politico “devono entrare o non devono entrare”, “dobbiamo accoglierli o no”, “siamo razzisti o meno”, sia fine e circoscritto a se stesso?

Cari lettori, questa non è la sede di un dibattito teologico-religioso dove possiamo invocare il nome di Dio invano e ribadire con metodo scolastico elementare che siamo tutti fratelli, che siamo tutti uguali, senza distinzione di razza, religione, stato sociale, eccetera, eccetera, e ancora eccetera.

Ciò lo lascio professare a uomini di Chiesa e donne pie che hanno nell’anima la Parola di Dio e nella testa dogmi teorici (aventi, per carità, la loro efficacia nelle sedi opportune e in cui anch’io credo), ma che sicuramente trascurano che queste persone oltre ad avere bisogno di una pacca sulla spalla hanno anche necessità di un lavoro.

Amici, qui bisogna far i conti con la realtà! Viviamo in Paese dove il tasso di disoccupazione tocca il 7 % circa, dove giovani laureati con 110 e lode, vincitori di concorsi e protagonisti eccellenti di prestigiosi Master, sono vittime di quel subdolo sistema lavorativo che oggi è il precariato.

Ragazzi che se sono fortunati riescono a portare a casa 400 € al mese e che devono ringraziare papà che ancora li sfama e mammà che gli stira le camicie. Questi ragazzi non hanno la possibilità di uscire dalle mura domestiche genitoriali, pagare un affitto (figuriamoci un mutuo…), pagare la rata dell’auto, sognare di costruire una famiglia accanto alla propria amata.

Di questi giovani ne è pieno l’ambiente professionale sanitario, amministrativo, scolastico, scientifico e universitario.

Vi sembra strano quindi che vorrei tanto che gli immigrati trovassero pace, ma che i miei giovani connazionali trovassero un lavoro?

Se non siamo in grado di tutelare gli italiani possiamo permettere di dare accoglienza ad altre sventurate popolazioni?

Vogliamo chiederci quindi cosa succede quando gli immigrati escono dai CPT?

Alcuni vagano senza meta per giorni fino a quando il cinico ed opulente imprenditore di turno li assolda come manodopera a prezzi stracciati, chimere per loro, ridicoli per noi che ben conosciamo il costo della vita decollato come uno shuttle grazie all’euro.

Altri, reclutati da organizzazioni malavitose entrano nel giro dell’illegalità e spesso continuano la loro carriera scalando le vette, magari con l’ausilio del basista nazionale che li trasforma in intermediari di traffici illeciti tra il nostro e i loro Paesi d’origine.

E le donne? Devo ricordarvi che fine fanno le donne? Le più fortunate le ritroviamo nelle nostre case a farci da colf, o a badare ai nostri figli o ai nostri anziani.

Le altre riempiono le strade delle nostre città tutte le sere. Messe lì spesso dagli stessi connazionali senza scrupoli, avviate al mestiere più vecchio del mondo, deputate a regalare un paio d’ore di gioia a qualcuno che non ha idea di cosa sia il rispetto della donna e del suo corpo.

Picchiate, stuprate, e, se ree di non aver racimolato abbastanza per il proprio protettore, a volte anche uccise.

Che cosa c’è di umano in tutto questo? Cosa c’è di civile?

Il dibattito non ha ragione d’esistere o ce l’ha a 360 gradi.

Bisognerebbe trovare piuttosto un modo per disciplinare l’assoldamento direttamente dai loro Paesi. Una sorta di banca dati accessibile da imprenditori pronti a reclutare forza-lavoro magari per quei mestieri che gli italiani non vogliono più fare. Se nelle campagne di Castel Volturno e dell’agro aversano non ci fossero extra-comunitari a lavorare nei campi, passeremmo tutta l’estate senza poter gustare le nostre pesche, i pomodori San Marzano ed altri prodotti tipici locali.

Ma per favore, piantiamola con questa gigantesca ipocrisia! E finiamola di attribuire tutto a finalità razziste!

Smettiamola di speculare sui drammi umani durante le campagne elettorali!

Smettiamola di piangere davanti alla tv che trasmette scene di morte, e di voltarci infastiditi dall’altra parte il giorno dopo perchè uno sventurato maleodorante cerca di piazzarci i suoi fazzolettini!

Le ripetute tragedie di barconi che affondano, gli annegati, i corpi senza vita gettati in mare, disidratati, stipati, schiacciati, soffocati non possono essere ridotti alla questione “coste si, coste no”.

Il problema viene dopo.

Appena dopo che le carrette desolate e fatiscenti vomitano sfortunati esseri umani nel nostro Bel Paese, un attimo dopo esser stati bagnati dall’acqua dello splendido e meraviglioso Mare Nostrum.

Lina Pasca

28/05/09

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5 commenti»

  claudia ruggiero wrote @

Ciao Lina,
Credo che quando si parli di pace(aggiungerei sociale) di una popolazione immigrata si debba pensare prima di tutto all’integrazione e alla conferma della parità di diritti civili tra connazionali ed extra-comunitari.
Il nostro paese non è in grado di tutelare quei giovani che, ahinoi, non vogliono essere “assoldati come manodopera a prezzi stracciati”, non vogliono fare le colf, non vogliono fare tutti quei lavori che non sono (diciamolo) i più belli del mondo, che richiedono sforzi estenuanti e l’abitudine a rigidi ritmi lavorativi, nonchè stanchezza fisica..insomma quei lavori che accettano gli immigrati per una paga misera.
Io penso che la situazione peggiorerebbe se rimanessimo senza risorse umane immigrate.

Cordiali saluti
Claudia

  ste wrote @

Cara Lina,
L’immigrazione è un fenomeno enorme e complesso.. si fa in fretta a parlare di razzismo e creare discordi inutili su cio..e sfruttar tutto questo per campagna elettorale…
Esistono numerosi problemi che possono derivare da un’immigrazione eccessiva e non regolamentata, e che possono recar danno alla società, ma anche FERIRE la dignità stessa degli immigrati ..
Cosa accade quando escono dai CPT ?? pochi se lo chiedono .. purtroppo siamo in un paese dove si va avanti un po cosi .. siamo un paese dei furbi, in cui se succede qualcosa si finisce sempre a tarallucci e vino mentre l’unica cosa di cui avremmo tutti bisogno è una SANA dose di CERTEZZE, che nessuno è mai in grado di fornire…

Ste ** 84

  Benny wrote @

Anche questa volta hai trattato di un articolo che tocca (dote che ti caratterizza) la sensibilità dei lettori. Se permetti però, vorrei fare alcune considerazioni.
Da un lato va detto che l’argomento è molto complesso e va trattato sotto tutti i punti di vista primo fra tutti quello umano . Si tratta infatti di persone alle quali bisogna garantire la tutela almeno dei quei diritti basilari per la loro dignità. Cosa che si sà è pura utopia per i paesi di provenienza di questi poveri disgraziati ed è motivo per cui sono disposti a pagare (in moneta e non solo) rischiando anche non poche volte con la loro vita.
Dall’altro lato bisogna dire però che non è giusto che di tale fenomeno, ce ne dobbiamo fare carico solo noi italiani al punto che il nostro paese è stato costretto ad emanare ed attuare quei provvedimenti di rimpatrio immediato che sono stati oggetto di dure critiche .
Se è vero quindi, che facciamo parte dell’Unione Europea, sarà necessario che tutte le azioni su tale materia , soprattutto perché possono portare come conseguenza (non sempre per fortuna) a problemi come il lavoro in nero, la delinquenza, lo sfruttamento della prostituzione e quant’altro a maggior ragione dovranno essere prese a livello di commissione europea

  Ciro Manzo wrote @

Hai scritto un bell’articolo, e in parte hai ragione nel dire che questa Italia è così in crisi da non permettere un futuro ai giovani e quindi è una semplice chimera il paese della cuccagna che questi disperati vedono dall’altra parte delle coste africane. Il nostro benessere, il nostro essere paese ricco nonostante la crisi, il nostro mantenere l’attuale status quo di forze ed economie dipende proprio dalla povertà di questi paesi che generano nuovi disperati. Non possiamo più pensare allo sviluppo dellla nostra società come rinchiuso nei confini nazionali o europei, ma dobbiamo fare una politica di sviluppo sostenibile di ampio respiro volto al rispetto dell’ambiente alla dignità del lavoro. Invece in quei paesi poveri i governi occidentali investono soldi per depredare le risorse che servono per il nostro consumismo e deliberatamente foraggiano la destabilizzazione di questi paesi. Un esempio è il CONGO, vecchio Zaire, il paese più ricchi di materie prime al mondo violentato dal colonialismo prima, e dal neocolonialismo poi e dai signori della guerra locali. L’opulenza dei paesi occidentali ha come controindicazione questi barconi di disperati, io non so come risolvere l’effetto (i barconi), c’è chi ha pensato di costruire un’autostrada in Libia per comprarsi la “fedeltà” alla causa colpendo violentemente le vittime della nostra ricchezza, di certo però so come eliminare la causa: ABBATTERE L’ENORME SQUILIBRIO TRA NORD E SUD DEL MONDO! E per farlo dobbiamo ridimensionare il nostro status, in maniera semplice basta rivedere le regole del consumismo.
La terra ha risorse finite, e noi ne chiediamo sempre di più; la rivoluzione culturale che porta ad abbattere chi muore di fame e chi di malattie legate al troppo cibo è la battaglia cruciale di questo secolo e voglio scuotere tutti i giovani a farsi carico di questo e a pensarci su!

  Dedalo Parvici wrote @

La storia delle migrazioni nasce sempre dalla sofferenza. Quando un popolo non ha piu` avuto sufficiente ricchezza dalla propria terra – o perche’ essa si e` impoverita o perche’, essendo ricca, ha generato sovrappopolazione – i gruppi umani si sono mossi alla ricerca di nuove terre.
In questo modo, dall’Africa abbiamo conquistato il mondo intero, partendo da quando la stessa immensa valle boscosa si era fatta troppo stretta per i discendenti due fratelli.
Abbiamo servito la Natura, dapprima rispettandola come Dea Madre Terra, sposa del Dio Padre Cielo, capace di fornirci ogni sostentamento.

Poi, circa 3000-3500 anni fa, con l’ultima ondata di invasioni, gli Indoeuropei hanno conquistato in meno di 2000 anni tutto il mondo conosciuto dal Mediterraneo al Circolo Polare Artico, dalle coste dell’Oceano Atlantico a quelle dell’Oceano Indiano. Allora, il Dio Padre Cielo – nelle sue molte forme di Jupiter (Divus Pater -> Iovis Pater -> Iupiter), di Zeus, di Wotan, di Teutates, di Odynn e infine del Dio Padre cristiano – ha avuto “la meglio” sulla Dea Madre Terra e ancora oggi si legge nei libri di catechismo che la Natura e` un dono di Dio per l’Uomo. Un dono. Quindi e` sua, va rispettata in quanto dono divino, ma usata per i propri scopi.

Questa concezione ha consentito piu` agevolmente non solo di sfruttare gli altri uomini (la schiavitu` ha piu` di 7000 anni), ma di trarre dalla terra tutto quello che si riesce, in modo da averne un vantaggio diretto, subitaneo, per se’ soli.

Non apprezzo certamente il Signor Gheddafi, ma dice il vero quando afferma che le potenze coloniali hanno sfruttato e depredato le colonie africane… e non solo africane, aggiungo io! In realta`, il neocolonialismo fondato sulla moneta e` forse peggio ancora del colonialismo fondato sulla spada.

Questa concezione della VISIONE DI BREVE PERIODO, che comporta – da parte di pochi – il massimo sfruttamento possibile di cio` che puo` essere sfruttato, prima di abbandonarlo alla ricerca di altre prede, come fossimo un immenso sciame di cavallette… ci fara` fare la fine delle cavallette: arrivera` l’Inverno e non avremo piu` nulla da divorare.

In tutto questo, c’e` un MARE che separa l’Europa dall’Africa.

Un mare che nei secoli e` stato una speranza, sin dai primi Fenici che ne solcavano le onde con imbarcazioni testimoni di tutta la loro temerarieta`, per non parlare dei Greci che portarono la loro grande civilta` nel Meridione d’Italia. Il mare ha portato con se’ conquistatori gia` ricchi e piu` avidi, come i pirati saraceni, magari pieni di disperati, come le navi dei conquistadores che varcavano l’Atlantico alla ricerca di ricchezze nelle Americhe.

Il mare ha portato molti dei nostri italiani, tra fine Ottocento ed inizio Novecento a cercare la fortuna verso New York, verso Buenos Aires.

E` pieno diritto di un popolo fuggire e tentare la traversata del mare, delle montagne o dei deserti nella speranza di trovare nuova terra da coltivare, nuove fabbriche nelle quali lavorare, nuovi popoli con cui vivere o con cui, se necessario, combattere. Ed e` similmente pieno diritto di ciascun popolo difendersi dalle invasioni barbariche (”barbaro”, in greco, voleva poi dire solo “straniero”), ma nessun esercito, nessun vallo murario, nessun ostacolo naturale, ne’ i mari, ne’ i grandi fiumi, ne’ le asperrime montagne hanno mai fermato le migrazioni.

Cio` che bisogna fare, a mio avviso, e` ragionare ed usare cio` che di buono ha la civilta` di oggi per fare in modo non di fermare o di favorire l’immigrazione o la sua lotta, ma di fare cio` che di piu` giusto c’e` al mondo: fare in modo che tutti possano vivere decorosamente, lasciando ai figli e ai nipoti di tutti un mondo in cui si possa continuare a vivere decorosamente.

E allora?

Allora bisogna capire se abbiamo bisogno di forza lavoro, perche’ gli Italiani non vogliono piu` lavorare nelle fabbriche o nei campi.

Bisogna abbassare i salari di chi entra nel mondo operaio o agricolo, in modo da combattere la concorrenza non solo cinese o indiana, ma anche rumena, ungherese, bulgara.

Bisogna far entrare in Italia chiunque abbia voglia di lavorare, in relazione alla quantita` di lavoro necessaria in Italia. Servono 1000 operai? Benissimo: 1000 visti d’ingresso per lavorare a 500 Euro al mese con una casa popolare gratuita.

Bisogna capire quanti altri disperati vorrebbero venire in Italia e dar loro una buona ragione di restare dove sono, costruendo fabbriche in Africa.

Se costa meno della tecnologia, si puo` persino pensare di impostare la produzione industriale su una grande componente manifatturiera e una minor componente automatizzata. L’importante e` dare una speranza a tutti, dare una possibilita`, utilizzare le organizzazioni internazionali per organizzare davvero le cose per bene.

Non per creare illusioni che l’Europa possa dare una speranza a tutti, quando – dopo lo sbarco – le cose sono molto diverse.

Dedalo


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