Lina Pasca e dintorni…

…perchè la storia siamo noi….

Archivio per Il Giallo & Il Nero

DON DIANA, ASSASSINATO E DIFFAMATO

Mi piacerebbe che oggi uno dei tanti giornali nazionali dedicasse una pagina al testo scritto da don Diana nel lontano ‘91, il cui titolo non è “Per amore della mia donna non tacerò”, ma è “Per amore del mio popolo non tacerò”, dove quello verso un popolo è un amore immenso, decisamente diverso rispetto a quello che si può provare per una donna.


E’ una sorta di amore incondizionato, senza limiti, senza pretese.  Lo stesso amore universale di Gesù Cristo morto su una croce, quale sacrificio per noi. Gesù Cristo è stato, ricordiamolo, il più grande “diffamato” nella storia dell’umanità…

L’amore per una donna ti dà anche, l’amore verso un popolo ti toglie, e al popolo non chiede nulla.

Oggi, però, trovare  su un quotidiano nazionale un ricordo di Don Diana non sarà possibile. Non è di moda, non fa tendenza… E poi cosa vuoi che importi alla gente di un prete ucciso dai Casalesi rispetto a chi ha vinto l’ultimo talent show o a chi appartiene il cuore della velina mora?

Già… Allora ricordiamolo noi.
Alcuni passi del discorso:

“PER AMORE DEL MIO POPOLO”

Siamo preoccupati

Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra.

Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”.

Coscienti che come chiesa “dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che é la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà”.

La Camorra
La Camorra oggi é una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana.

I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato.
(…)

Vi sembrano parole scritte da un camorrista? O da un “femminajuolo”?
Con questo documento don Diana ha firmato la sua sentenza di condanna.
E’ stato assassinato il 19 marzo 1994. Era nella sacrestia della Chiesa San Nicola di Bari a Casal di Principe mentre si accingeva ad officiare la Messa. I quattro colpi sparati dai due killer non gli hanno dato scampo. E’ morto all’istante.
Wikipedia, nella sua biografia, lo definisce “vittima innocente della camorra”.
Un giornale l’ha definito “camorrista”.
Quando l’ha fatto l’ha ucciso un’altra volta.

Tra poco sarà Pasqua. Chi è cristiano sa che la Pasqua è rinascita, è la rivincita della morte sulla vita.
Sia Pasqua ogni giorno nei nostri cuori, allora. Lì vivano sempre e per sempre Falcone, Borsellino, Dalla Chiesa, Don Diana, carabinieri e poliziotti massacrati per servire lo Stato.

Se sarà così, nessuno potrà permettersi di restare indifferenti di fronte al nostro ricordo.

Questi eroi parleranno per noi…
Oggi Don Diana parla per noi…
Con il loro sangue, con il loro ricordo, con le loro gesta sarà ogni giorno una nuova Pasqua.

Lina Pasca

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LA COSCIENZA DI UN PEDOFILO

La mano grande e gelida di un uomo attempato e senza coscienza. Si intrufola nell’anima della bimba che a sei anni nulla conosce dell’infamia dei grandi. Le sfiora la pelle, le solca l’animo sino a rubarne la vita. Due occhi grandi di un azzurro profondo come il mare e più del mare verranno inghiottiti dalle grosse fauci della libido insana di un essere malato. Come chi in quel mare è annegato vedendo a meno di un metro la brutta faccia di quell’arpia che è la morte, come chi ha sentito il fiato strozzarsi in gola fino all’ultimo sofferente sospiro, ecco pervadere la stessa terribile e interminabile paura.

La coscienza. Cos’è per quell’orco la coscienza? Mente e corpo uniti dallo stesso perverso vizio, senza distinzione e netta divisione tra il centro emozionale positivo e l’involucro di un metifico corpo. Coscienza quale capacità cognitiva di distinguere il bene e il male e riflessione del pensiero etico giusto su stesso. La coscienza. Mera espressione del mondo interiore o dell’attività celebrale frutto di esperienze di vita vissuta. Qualunque sia la definizione che filosofi e neurologi danno alla coscienza, nulla si può di fronte a chi l’altrui mancanza di coscienza l’ha vissuta sulla propria pelle distruggendo una serenità interiore che mai più ritornerà.

Un piccolo corpo violato è la dimostrazione di quanto infame può essere l’uomo nella sua assoluta mancanza di coscienza. Un uomo che ha malvagi pensieri, un uomo che rapisce un angelo dal suo caldo angolo di paradiso scaraventandolo fino al piano più infimo dell’inferno, un uomo che sorride nel vedere le lacrime rigare il viso di una piccola creatura, un uomo che raggiunge la gioia nell’osservare un corpicino nudo, questo ed altro ancora, è l’emblema della non coscienza.

<<Ricordo la sua risata diabolica alle mie preghiere di lasciarmi andare – mi confida Lisa, oggi trentenne – ricordo quanto si sentisse forte e padrone di me quanto più lo imploravo di smetterla. Sento ancora sulla mia pancia da adulta, oggi, le sue dita, allora, premermi sul piccolo ventre, quasi a pregustare ciò che avrebbe toccato poi>>. Nel sentire questa raccapricciante storia, una strana e indescrivibile sensazione s’impadronisce di me, un malessere quasi fisico mi opprime l’animo e un senso di disgusto e quasi di vomito inquina il mio essere dapprima sereno e in apparenza preparato al racconto. Uno stato di agitazione pervade ogni fibra del mio corpo, nulla riesce più a togliermi dalla vista e da una surreale immaginazione i momenti terribili che Lisa, bambina, avrà dovuto sopportare.

Le lacrime… quante lacrime… prima le immagino e poi le vedo. E’ di fronte a me questa donna, bella, intelligente, folta chioma ramata e timide lentiggini su viso ceruleo; un marito che la ama e la rispetta, un bellissimo bambino, un lavoro appagante e una vita di successi. E’ di fronte a me solo una di chissà quante vittime dell’abominio di chi una coscienza non ce l’ha.

<<Mio figlio non saprà mai quello che mi è successo alla sua età, né mio marito conoscerà mai la verità – continua Lisa, mentre il tono della sua voce tenta invano di celare l’amarezza- potrei dar loro una sofferenza  ancor maggiore di quella vissuta da me ventiquattro anni fa e che mi tormenta l’animo ogni istante della mia vita>>. Si ferma un minuto, giusto il tempo di gestire il suo pianto, ricomporsi con dignità e rivolgermi un breve e sofferente sorriso. <<Oggi sono serena – continua Lisa con la voce divenuta sempre più flebile –  ma non tornerò mai più la bambina spensierata e felice che con infantile innocenza bussava alla porta di quel suo vicino di casa senza coscienza. Non sarò mai più la stessa.>>

Ho gli occhi spalancati nell’innaturale tentativo di contenere le lacrime, i pugni serrati a stringere la rabbia che a mala pena riesco a trattenere, e solo per caso mi accorgo che quasi mi ferisco le mani con le mie unghie allungate. Il tutto si conclude con un abbraccio. Dentro ci sono le parole che non riesco a dire. Da oggi non sarò mai più la stessa nemmeno io.

LINA PASCA

da www.le-cercle.it

L’ORRORE DEGLI ANGELI

Rivisitazione del pezzo “Scusate, sono solo un bambino”.

Denise Pipitone, Angela Celentano, Pasqualino Porfidia, Estelle Mouzin, Maddie McCann, Santina Renda… Potrei elencare tanti nomi, ma questo spazio non basterebbe. Le loro famiglie vivono nell’angoscia e nel dramma ormai da anni. Si tratta di bambini inghiottiti dalla terra.

Quello dei bambini scomparsi è purtroppo un fenomeno in forte crescita. Solo nei primi 3 mesi nel 2008 e solo in Italia, i bambini scomparsi sono 368. La Polizia di Stato riferisce nell’ultimo aggiornamento che i minori scomparsi dal 2005 al 2008 sono 2932. Cifre da far accapponare la pelle. E non sono tanti. Non per tutti i minori scomparsi viene sporta denuncia. Ci sono le cosiddette scomparse silenziose. Quelle di bambini che vivono in Italia ma che non sono stati mai neanche censiti. Quelli che vivono nel degrado, ai margini e quasi sempre nell’illegalità, gli immigrati clandestini, africani, rom, cinesi e altri extracomunitari irregolari. Di questi bambini non si sa nulla, nulla significa che molte volte non esiste nemmeno una foto, forse esiste un nome, quasi mai un cognome… E non esistere, significa che se ti rapiscono, se ti vendono, nessuno se ne accorge. Di bambini stranieri ne scompaiono in media 48 al mese, quasi 2 al giorno. Qualcuno li considera bambini di serie B. Hanno un altro colore della pelle, appartengono ad un’altra etnia. Ma sono innocenti, come i nostri figli. Italiani e stranieri, sono migliaia i bambini che ogni anno svaniscono nel nulla, diventano fantasmi.

A seguito della scomparsa di Estelle Mouzin, bambina francese svanita nel nulla 6 anni fa tornando da scuola in un paese di 1000 anime a Guermantes (Parigi), ho ascoltato un’intervista rilasciata dal presidente di un’associazione francese che si occupa di bambini scomparsi. Parlava di individui che si dedicano a fotografare bambini a loro insaputa (a scuola, ai giardini, nei loro momenti di gioco), e con le foto creano dei book a disposizione di quelli che vogliono bambini. Così il cliente può scegliere direttamente su catalogo e scatta in questo modo l’operazione rapimento. Ignoro se accanto alla foto sia riportato anche il prezzo.

Dunque proviamo a ragionare, sempre che qualcosa di razionale esista nello squallore di cui stiamo parlando.

La pedofilia è la manifestazione di una forma di devianza sessuale a causa della quale una persona sessualmente adulta prova attrazione sessuale in soggetti sessualmente immaturi. Soggetti cioè in età pre-puberale, ossia bambini o preadolescenti non ancora sviluppati fisicamente. Attenzione: non bisogna confondere la pedofilia con la pedopornografia. Se la pedofilia rimane preferenza sessuale, per la legge non è reato, al massimo un disturbo psichico. In medicina il termine indica l’orientamento sessuale del soggetto, non un comportamento illegale, in quanto ci sono pedofili che lo sono ma non commettono atti illeciti molestando i bambini. Questa è la cosiddetta Pedofilia Latente, cioè morbosa attrazione verso i bambini ma che rimane inespressa e trova il suo sfogo solo nelle intime fantasie erotiche.

C’è poi la Pedofilia Attiva in cui si realizzano violenze a danno dei bambini, e in ultimo, ancor più grave la Pedofilia Killer, in cui oltre alla violenza sessuale, il massimo godimento avviene con la morte della vittima.

La pedopornografia è invece la rappresentazione di atti sessuali in cui sono raffigurati bambini. Questa può essere gestita anche da chi non è pedofilo. Ciò significa che dietro i rapimenti dei bambini per pedofilia, non ci sono solo pedofili in senso stretto, ma uomini cosiddetti normali che si dedicano al loro commercio. Magari uomini che a casa hanno mogli e figli! Fanno parte di organizzazioni che commerciano in bambini, hanno il vincolo contrattuale di mettere sulla piazza un certo numero di merce all’anno, e certo è che più è carina agli occhi dei mostri, più facilmente verrà piazzata. La pedopornografia, come molte altre attività criminose, ha alle spalle un consistente giro di denaro.

Mi chiedo dove può arrivare la cattiveria umana, la mancanza di cuore e di rispetto per la vita altrui. Sono una madre anch’io. Non penso che potrei sopravvivere se le mie figlie scomparissero nel nulla, preferirei la morte. E so che chi sta leggendo ora questo pezzo la pensa esattamente come me. Ecco perchè la mia grande stima va alle madri coraggio di tutto il mondo e ai papà la cui vita è stata spezzata il giorno in cui la mano dell’orco cattivo ha sottratto il proprio bambino all’amore della sua famiglia. Il mio rispetto va a Piera Maggio, mamma di Denise, alla famiglia Celentano, alla famiglia Porfidia e a tutti quelli che vivono i loro giorni ancora senza i loro bimbi. Offriamo tutti la nostra solidarietà a questi genitori che non si arrenderanno mai, che cercheranno i loro bambini scomparsi senza tregua, fino al loro ultimo giorno di vita.

Bambini: ancora una volta usati, abusati, sfruttati e mercificati per il piacere, il guadagno, la cattiveria dei grandi.

«OCCORRE RIMUOVERE IL SEGRETO DI STATO» Intervista su LucidaMente

Il magazine LucidaMente, rivista mensile di cultura ed etica civile, ha intervistato Mario Arpaia il Presidente dell’Associazione Memoria Condivisa  e Lina Pasca sua collaboratrice. In primo piano, come sempre,  il culto della memoria verso le vittime del terrorismo e delle mafie. L’intervista a cura di Simone Jacca è presente sul sito del magazine www.lucidamente.com alla pagina http://www.lucidamente.com/default.asp?page=lastNumber&id=6 

 

«OCCORRE RIMUOVERE IL SEGRETO DI STATO»

Il 2 agosto 1980, alle ore 10,25, un ordigno esplose nei pressi della stazione di Bologna causando 85 morti. Bari fu la città che, in termini di vite umane, oltre il capoluogo emiliano, pagò il prezzo più alto: sette vittime. Il 18 novembre scorso, 29 anni dopo, è stato formalizzato un gemellaggio tra le due città dal fortissimo valore simbolico, per far sì che non si dimentichi la strage, per far sì che non si dimentichino le vittime.
Dell’Associazione Memoria Condivisa, che è stata tra le ideatrici e promotrici di questo storico evento, abbiamo intervistato il presidente Mario Arpaia e Lina Pasca.

Il gemellaggio tra le città di Bari e Bologna può considerarsi un vostro traguardo?
LINA PASCA: «Sì, può considerarsi un nostro traguardo ma soprattutto un traguardo per gli italiani. La collaborazione istituzionale fra le città di Bari e Bologna intende rafforzare l’impegno civile volto a mantenere viva la memoria delle stragi. Le tragedie del nostro Paese non coinvolgono solo coloro che in esse hanno perso la vita e i loro familiari, ma gli italiani tutti».

Memoria Condivisa si impegna a onorare la memoria delle stragi italiani. Quanto il nostro Paese ne ha bisogno?
LINA PASCA:  «Il nostro Paese ne ha un bisogno immenso. Soltanto portando i giovani a conoscenza degli orrori compiuti dai gruppi terroristici estremisti, si può tramandare il messaggio di pace e far capire che chi semina la morte celandosi dietro una bandiera non fa politica. Attraverso il ricordo delle stragi si insegna il valore della vita, il rispetto per la propria e per quella di chi l’ha persa spargendo il proprio sangue innocente. Gli orrori di ieri per i non errori di domani».

La vostra associazione ha affrontato approfondimenti su quasi tutte le stragi dell’Italia repubblicana: da Brescia a Ustica, da Bologna a Piazza Fontana. Esiste un punto di partenza, un anello da cui parte questa catena di violenze?
MARIO ARPAIA: «Il punto da cui nasce il tutto è lo Stato, i suoi poteri, le sue sovrastrutture e gli interessi politici e sociali ad esso legati. Ma non bisogna partire dagli anni di piombo per formulare delle ipotesi. La tesi delle collusioni ad altissimo livello partono già dalla strage di Portella della Ginestra. Rimasero al suolo 11 morti e 27 feriti, in quella che viene ricordata come la prima strage del secondo dopoguerra, contadini che manifestavano contro il latifondismo, a favore dell’occupazione delle terre incolte. È il primo maggio 1947, siamo ancora molto distanti dagli anni del terrorismo rosso e nero degli anni Settanta, ma la matrice di collusione tra poteri politici e criminali è la stessa».

Giuseppe Casarrubea è uno dei pochi storici pronti a sfidare la storia stessa e a riscriverla. Onorare la memoria degli eventi tragici può essere sufficiente? Oppure, a volte, è necessario metterli in discussione?
MARIO ARPAIA: «Ho avuto l’onore di conoscere Casarrubea, persona squisita e disponibile; mi ha deliziato con la sua cultura in un incontro a cui ha partecipato con serietà e maestria. Alle mie domande su Portella della Ginestra ha risposto in maniera esauriente e circostanziata. L’aspetto che mi ha colpito in modo particolare è stato l’intreccio tra fascismo, mafia, servizi segreti e Cia e la conoscenza approfondita della questione da parte dello studioso. È chiaro che non basta solo ricordare, ma occorre approfondire e scardinare gli eventi con un’analisi critica e oggettiva dei fatti. Un obiettivo importantissimo su cui dovremmo tutti batterci è la rimozione del segreto di Stato; eppure, a distanza di tanti anni dalle stragi, non si riesce a toglierlo, sia che governi la sinistra, sia che sia al potere la destra. La chiave di tutti i misteri è nelle migliaia di pagine chiuse nei dossier impolverati custoditi nei palazzi del potere».

L’Italia ha vissuto anni terribili di mafia e terrorismo. Si possono considerare una pagina chiusa della nostra storia?
LINA PASCA: «Dipende cosa intendiamo per pagina chiusa. Dove c’è uno Stato che non funziona come dovrebbe esistono apparati criminali che vivono nello Stato stesso e che di esso si “nutrono”, insinuandosi nelle strutture del potere. Certo è che con i grandi nomi del sistema mafioso ormai dietro le sbarre, molto si è fatto. Ma non tutto. Non bisogna credere che la parola “mafia” voglia dire semplicemente “uomo d’onore” o “pizzo”. La mafia può essere molto più subdola di ciò che crediamo ed essere presente in maniera occulta anche dove avremmo giurato non potesse esistere. La stessa cosa vale per il terrorismo. Si è evoluto. Un tempo i rivoluzionari colpivano lo Stato con le grandi stragi che, come sappiamo, seminavano la morte tra la gente comune. Oggi si guarda dritto al fulcro della politica e si colpisce al cuore delle istituzioni. Gli omicidi di Massimo D’Antona e Marco Biagi ne sono la prova».

Dopo lo storico gemellaggio Bari-Bologna, qual è il prossimo traguardo che Memoria Condivisa si prefigge di raggiungere?
LINA PASCA:  «Ogni giorno che passa per noi è un traguardo. Abbiamo in mente idee e progetti che mettano in risalto il tema centrale della nostra associazione, il culto della memoria, il ricordo per chi ha perso la propria vita o perché aveva degli ideali o perché si è trovato coinvolto per puro caso in una tragedia. Stiamo lavorando per portare nelle scuole Agnese Moro, figlia dello statista rapito ed assassinato dalle Brigate rosse. Il suo sarà un altro prezioso messaggio rivolto ai giovani. Ovvero che bisogna ricordare il passato per guardare al futuro, e vivere il presente facendo dell’onestà la bandiera della propria vita, perché si può credere in qualcosa, avere degli ideali e degli obiettivi, senza che questi debbano necessariamente scontrarsi con l’assenza di morale. L’etica deve far parte della nostra vita così come l’aria che respiriamo. Speriamo che la nostra associazione contribuisca, anche se in misura minima, a far respirare ai giovani questa preziosa aria».

SIMONE JACCA

PIAZZA FONTANA: LA MADRE DI TUTTE LE STRAGI

Anche l’Italia e non solo il Medio-Oriente può vantare il primato della “madre di tutte le battaglie”.

Non caddero dai cieli come le micidiali bombe dei Caccia, non ci fu nessun video di minaccia al mondo come quelli di Al-Qaeda, ma ugualmente fu la “madre” di tutte le stragi successive.

Oggi, a 40 anni di distanza nessun dubbio c’è, secondo gli storici, sui moventi e gli autori della strage di Piazza Fontana, la “meno misteriosa” tra tutti i “misteriosi” crimini italiani legati alle bandiere politiche: la destra eversiva di “Ordine Nuovo”.

Una politica stragista e sanguinaria della fine degli anni ’60 che battezzò quello che sarebbe poi stato riconosciuto come il periodo più nero della memoria politica italiana. Eppure nessuno ha pagato per quel sangue, nessuno ha finito i suoi giorni nelle fredde galere di Stato, quelle che a volte ospitano chi ha “rubato una mela” e in cui sempre più di frequente trovano la morte esili e “normali” personaggi colpevoli di trovare nell’uso delle droghe il sole alla fine del tunnel. Ma questa, si sa… è un’altra storia.

Per risolvere casi giudiziari, non gravi come questi, si sono spese le migliori forze ed energie per arrivare alla verità. Uomini, mezzi, soldi, apparecchiature, intercettazioni, pentiti. Ma per Piazza Fontana, pressioni, intelligenza e “’intellighenzia” sono occorsi ai servizi segreti deviati per lasciare nei meandri dell’ oblio la prima strage fascista di innocenti.

12 Dicembre 1969 ore 16:37, centralissima Banca Nazionale dell’Agricoltura, Milano. Il grande salone della banca è particolarmente pieno di operatori al lavoro: una violenta deflagrazione spezzerà per sempre la serenità dei presenti e la vita di coloro che nelle proprie case non faranno mai ritorno. I corpi martoriati sono quelli di 17 persone: Giovanni Arnoldi, Giulio China, Eugenio Corsini, Pietro Dendena, Carlo Gaiani, Calogero Galatioto, Carlo Garavaglia, Paolo Gerli, Vittorio Mocchi, Luigi Meloni, Mario Pasi, Carlo Perego, Oreste Sangalli, Angelo Scaglia, Carlo Silvia, Attilio Valè, Gerolamo Papetti. I feriti sono 88.

12 Dicembre 2009 ore 16:37, siamo ancora qui a chiederci il perchè di tante ingiustizie, a ricordare i nostri caduti non pagati da nessuno Stato, inconsapevoli che la loro fine sarebbe rimasta un mistero non in relazione alle mani assassine che hanno tolto loro la vita ma alla ragione etica, oltre che giudiziaria, di una “non pena”.

La Legge è Uguale Per Tutti si legge nelle aule dei tribunali. Continuiamo a sperarci. Crederci è diventato ormai pressocchè impossibile.

 

LINA PASCA

LUISA MANFREDI, SANGUE INNOCENTE

Era la figlia maggiore del bandito sardo Matteo Boe. E’ stata questa la sua condanna a morte? Se sei figlio di un criminale la tua diventa automaticamente  una morte di serie B. Morte fisica prima. Morale, lasciata nel dimenticatoio, poi.

Sono le 18:30 di un freddo martedì di novembre del 2003, il 25 per la precisione. Soffia un gelido maestrale a Lula, piove.  Luisa Manfredi, 14 anni,  è in casa a prepararsi. Da lì a poco uscirà per il suo corso di ballo sardo. Le piace ballare, lo fa con l’entusiasmo e con l’innocente malizia dei suoi anni da adolescente. Incontrerà le amiche al corso, parleranno dei compiti svolti, dell’interrogazione del giorno dopo, di quanto è carino il ragazzino dell’altra sezione. No. Non parleranno.

Luisa viene colpita dal proiettile di un fucile calibro 12, mentre si affacciava al balcone per stendere frettolosamente il bucato. Si accascerà sul terrazzo di casa ed emetterà il suo ultimo respiro 24 ore dopo. Hanno fatto di tutto i medici per rianimarla e riportarla alla vita. Ma non ci sono riusciti a proteggerla. Così come non c’è riuscito suo padre.

Credeva che bastasse risparmiarle il suo cognome per risparmiarle la morte. Ma gli assassini sanno tutto. Sanno cosa mangi la mattina a colazione, sanno che amici frequenti e sanno anche quand’è il momento giusto per colpire.

Qualcuno ha lasciato uno striscione davanti la Chiesa, su c’è scritto: “Chi ha ucciso Luisa?”  Si è pensato ad una vendetta trasversale o  uno scambio di persona prima, di un delitto passionale o politico poi. La madre della ragazza chiede che venga fatta giustizia, che la sua creatura non venga dimenticata, che la gente di Lula che ha visto, se ha visto, parli. Per dire cosa? Nessuno mai dirà com’è morta la figlia di un bandito, anche se questi sta scontando in carcere i suoi errori con la giustizia. La paura è tanta. Chi vive da quelle parti non ci fa più nemmeno caso alle morti atroci che colpiscono anche gli innocenti.

A Lula è calato il silenzio. Si è abbassato il sipario di un teatro di paese dove il dramma si confonde con la realtà, dove il dolore e la disperazione dei parenti e degli amici di Luisa annegano nel lago dell’omertà. Dove sono i mass media? I telegiornali che si scandalizzano e ci scandalizzano per le morti illustri e per le vite dorate di pochi? Abbietti come sempre e alla ricerca del dolore da audience. Lacrime finte o fin troppo facili che scorrono vorticose all’apertura di pacchi milionari.

Lo so che chiedi giustizia, Luisa. Lo so che da lassù urli il tuo grido di dolore. Lo so che chi ti ama in Terra lotta nell’indifferenza mentre tu stai cercando un posto tra le anime del Paradiso, lì dove si vive senza gerarchie.

Non ti dimenticheremo Luisa. Sei la figlia di tutti noi ora, noi che con le nostre flebili vocine chiederemo per te giustizia divina e terrena.

 

LINA PASCA

GRAZIELLA CAMPAGNA: MORIRE DI MAFIA A 17 ANNI

GRAZBorsellino, Falcone, Livatino, Pecorelli, don Peppe Diana, grandi personaggi, eroi uccisi dalla mafia e rimasti nella memoria collettiva grazie ai mass media e alle associazioni anti-mafia. Sono nomi importanti i loro, fanno rumore, spezzano le catene, rompono i silenzi. C’è qualcuno che ha fatto la loro stessa tragica fine ma non viene ricordato allo stesso modo. Non si tratta di un giudice, di un giornalista, di un prete anti-camorra, ma di una “piccola fiammiferaia”, una innocente e inerme ragazzina di 17 anni, siciliana di Saponara (Me), trucidata dalla mafia perchè protagonista a sua insaputa di una banale ma tragica scoperta.

Era una ragazza semplice Graziella Campagna, umile e riservata, quando nel luglio dell’ ‘85 inizia a lavorare come stiratrice in una lavanderia di Villafranca Tirrena (Me).  Avrebbe iniziato a guadagnare qualche soldino contribuendo così a tirar su i suoi fratelli. Era una famiglia numerosa la sua, una di quelle dove diventa quasi scontato non dar prosieguo agli studi dopo la licenza media. Famiglia umile ma onesta, con sani principi e rispettoso senso civico.

Per sua sfortuna, la lavanderia è spesso frequentata dall’ingegner Eugenio Cannata e suo cugino Giovanni Lombardo.

E’ in uno degli ultimi giorni dell’anno 1985, che l’ingegnere porta in lavanderia una camicia con l’incarico di lavarla. Durante i normali controlli sulla biancheria, Graziella si imbatte in un’agendina contenente i dati personali del Cannata. La sua collega accortasi del fatto corre a strappargliela di mano. Graziella ne rimane colpita, tanto che racconta l’episodio a sua madre.

Qualche giorno dopo, l’ingegnare Cannata, mentre è dal barbiere, si accorge di aver smarrito l’agendina e si precipita in lavanderia intuendo di averla lì lasciata il giorno in cui ha consegnato la camicia. Dell’agendina non c’è traccia.

Il giorno in cui l’ha rinvenuta, Graziella Campagna ha firmato la sua condanna.

Nella serata del 12 dicembre del 1985, Graziella non prende l’autobus come di solito per rincasare. Viene prelevata dai due individui che qualche giorno prima le erano apparsi disponibili e gentili, viene portata a Forte Campane dove viene barbaramente uccisa. Cinque colpi di fucile a canna mozza. Dall’auto che l’aveva caricata la fecero scendere lungo una strada sterrata piena di buche, su di lei la pioggia e un cielo che non l’aiutò a sfuggire ad una morte orrenda. Una strada lontana dalle luci del paese e dal clamore festaiolo del Natale; nessuno avrebbe potuto udire le sue grida strazianti di dolore e le disperate richieste di aiuto.abbracci gc

Le spararono frontalmente a meno di due metri di distanza, prima il braccio, poi il volto, il petto, l’addome, la spalla. Tentò di ripararsi Graziella coprendosi il viso con le mani, ma non era ancora abbastanza. L’ultimo colpo fu alla testa, quando la giovane era già in terra straziata. Il proiettile partito a bruciapelo uscì dal cranio. Per lei fu la fine, un’orribile fine. Non fu stuprata, né picchiata, né drogata, stabilì l’autopsia; ciò vuol dire che fu completamente lucida e cosciente nell’assistere alla sua morte, nel guardare negli occhi chi le stava strappando così violentemente la vita.

Graziella non lo sapeva, ma in quell’agendina erano indicati i nomi reali e i traffici dei due signori cordiali e disponibili. Eugenio Cannata era in verità Gerlando Alberti, e il suo amico, non Giovanni Lombardo ma Giovanni Sutera. Il primo, boss latitante della mafia palermitana, il secondo, un pericoloso latitante già accusato di omicidio. C’erano i nomi di complici e protettori in quell’agendina, storie di pizzo e di tangenti, di appalti, di droga e di complicità nel mondo politico locale e non; di imprenditori, magistrati e carabinieri, oltre a nomi e numeri di telefono di altri mafiosi. Graziella non lo sapeva, ma tra le mani aveva roba che scotta, la fonte dei segreti e i misteri della mafia palermitana, traffici di morte e di stragi di mafia. Molto probabilmente l’agendina conteneva elementi atti ad identificare esecutori e mandanti della strage del rapido 904 del 23 dicembre ‘84. Vittima inerme e indifesa di una curiosità fanciullesca ed ingenua.

Contrariamente a lei, in paese tutti sapevano chi erano in realtà i due cugini non cugini. Erano soliti intrattenere abituali e cordiali rapporti con uomini delle istituzioni, delle forze dell’ordine, dei professionisti di Villafranca. Erano quindi perfettamente integrati e “rispettati” dagli abitanti del posto.

Nell’ ‘89 i due latitanti vennero rinviati a giudizio dal giudice istruttore ma 9 giorni dopo la Corte d’Assise di Messina dichiarò nulla l’ordinanza a causa della mancata notifica agli imputati dell’iter giudiziario. Il peggio non era ancora arrivato. Nella nuova fase istruttoria, nel marzo del ‘90, il giudice istruttore accolse la richiesta di proscioglimento dei due assassini per non aver commesso il fatto.

Nel febbraio del ‘96 il caso fu riaperto grazie all’appello di due associazioni antimafia durante la trasmissione Chi l’ha Visto?, alla tenacia dei familiari e al coraggio dell’avvocato di parte civile.

Nel ‘98 si diede il via al processo che terminò nel dicembre del 2004 con la sentenza di condanna all’ergastolo dei due assassini Gerlandi e Sutera e di due anni di reclusione per favoreggiamento per Franca Federico, titolare della lavanderia, e la cognata, collega di Graziella, Agata Cannistrà.

Nel marzo di quest’anno la Cassazione ha confermato la pena ad perpetuum inflitta dalla Corte d’Assise d’Appello di Messina del marzo 2008.

 Oggi lo Stato le ha riconosciuto il diritto alla verità, il diritto alla giustizia. Ma Graziella ha anche il diritto alla memoria, il diritto di essere riconosciuta, alla pari di vittime “famose”, come vittima di un potere criminale e spietato che ha soffocato con 5 colpi di lupara calibro 12 i sogni, i progetti, la vita di una ragazza di soli 17 anni. Violenza inaudita e atroce barbarie hanno stroncato la spensieratezza di un’adolescente come tante, il diritto a crescere e a sperare in una vita migliore. E’ per questo che le nuove generazioni devono essere messe a conoscenza che la mafia non riguarda solo i mafiosi, ma anche se stessi. Giovani innocenti come Graziella possono trovarsi sulla strada di spietati assassini senza saperlo così come è capitato alla sfortunata adolescente.

C’è qualcosa che possiamo fare noi gente cosiddetta comune, noi che ci sentiamo così lontani da queste assurde tragedie, tragedie che spezzano la vita degli assassinati e quella delle loro famiglie. Portiamo il messaggio di Graziella, tra di noi, ai nostri colleghi d’ufficio, nelle scuole, al bar, in casa, non dimentichiamola. Manteniamola viva nei nostri cuori, non lasciamola morire per la seconda volta nel baratro dell’oblio. Lasciamo indelebili nella nostra memoria i giudici, i giornalisti, i preti anti-camorra assassinati dal potere mafioso, com’è giusto che sia,  ma altrettanto non dimentichiamoci di Graziella Campagna. Non dimentichiamoci di chi non appare spesso in tv, non viene ricordata dai giornali, non viene omaggiata dalle istituzioni nel giorno dell’anniversario della morte, non è eretta ad eroe nazionale. Non dimentichiamoci di Graziella. Non dimentichiamoci che anche a 17 anni si può morire. Di mafia.

LINA PASCA